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Tevere, dopo la piena è rischio inquinamento

mollo99.jpgPassata l’onda di piena del Tevere e scongiurato il pericolo, non restano che le polemiche sull’utilizzo di fondi pubblici per risarcire i danni subiti dalle opere realizzate nelle aree esondabili, circoli sportivi e club privati. Ma rimane anche qualcos’altro, meno visibile e quantificabile: il danno ambientale. Nessuno, ad esempio, potrà mai dirci quante migliaia di tonnellate di sabbia contenenti inquinanti di vario tipo si sono depositate sulle rive del Tevere.

E’ per questa ragione che torniamo sull’argomento “piena” e per farlo siamo tornati nei pressi di Ponte Milvio, il luogo più a rischio all’interno della Capitale.

Sul pilone di sinistra, tra lamiere contorte, cemento, tubi e ringhiere, sono ancora accatastati i resti di quello che era un galleggiante; dalle foto si vede chiaramente come fosse stato ormeggiato con grossi cavi di acciaio e con gomene ritorte (le stesse che vengono utilizzata dalle grandi navi) che nulla hanno potuto contro la forza devastante della corrente.

Difficile capirla questa forza e comprendere come si comporta un fluido che quando incontra un ostacolo scarica la sua forza tremenda nel punto di impatto.

I dati sulle alluvioni, ottantasette dal 200 a.c. ad oggi, con picchi tra il 1400 e il 1600, ci mostrano come il fiume sia stato sempre un problema per la città cresciuta disordinatamente e a dismisura sulle sue sponde.

L’ultima piena disastrosa si ebbe nel 1870 quando tutto il centro, da Piazza del Popolo all’Isola Tiberina, venne allagato; il livello massimo delle acque, registrato all’Idrometro di Ripetta, raggiunse i 17,22 metri.

Solo dopo l’annessione di Roma al regno d’Italia si decise di risolvere il problema con la costruzione di un sistema di “arginature”, i muraglioni, che avrebbe avuto ricadute anche sulle condizioni igienico-sanitarie mediante l’alloggiamento interno dei grandi collettori fognari.

Rimase però la criticità di Ponte Milvio (il fiume esondò sia nel 1900 che nel 1937) che si cercò di risolvere con la costruzione di un argine e la realizzazione di una soglia sotto Ponte Milvio per far si che le luci del ponte svolgessero “una bocca limitatrice della portata”.

Allora forse il clima era più stabile, non c’erano le “flash-flood” con il rischio dell’effetto tappo, soprattutto non si poteva immaginare quello che sarebbe accaduto nel “bel paese”: solo nel periodo dal 1951 al 2000 ci sono stati 744 morti a causa delle alluvioni mentre si sono spesi in 25 anni 25 miliardi di lire per fare fronte ad eventi franosi e di piena.

In Italia negli ultimi 100 anni ci sono state 7.000 alluvioni le cui cause, nella quasi totalità dei casi, sono attribuibili alla sciagurata gestione del territorio.

L’abbandono dei terreni montani, l’abusivismo edilizio, il continuo disboscamento, l’uso di tecniche agricole poco rispettose dell’ambiente, l’apertura di cave, l’occupazione di zone di pertinenza fluviale, il prelievo abusivo di inerti dagli alvei fluviali, la mancata manutenzione dei versanti e dei corsi d’acqua hanno aggravato il dissesto e messo ulteriormente in evidenza la fragilità del territorio italiano. Accanto a questi fattori anche l’urbanizzazione diffusa e caotica…..tali mutamenti portano ad un numero sempre più frequente di alluvioni“.

Questo scrive il Professore Lucio Alberini nel suo studio sulla “Mitigazione del rischio idraulico in Italia”; ma per quanto siano dettagliati gli studi sui rischi idrogeologici poco si sa sul rischio inquinamento causato da una piena.

Se si cammina oggi sull’argine del Tevere, da Ponte Milvio in direzione di Ponte Flaminio, si può avere una precisa idea di quelle che sono state le conseguenze della recente onda di piena.

La sponda sinistra, completamente sconvolta dalle acque, è ricoperta da sabbie molli e da rifiuti mentre gli alberi, quelli che hanno resistito alla forza della piena, sono ricoperti di migliaia di lembi di plastica.

E’ facile ipotizzare cosa si nasconda tra quelle sabbie anche se nessuno ce lo dirà mai: diserbanti e pesticidi proveniente dai terreni agricoli, prodotti chimici contenuti nella terra dei campi sportivi, oli e solventi risucchiati dai capannoni industriali e poi tonnellate di detriti di ogni genere. Plastica, legno, ferro, vetro e milioni di contenitori di ogni tipo e dimensione.

E che dire poi dei materiali e delle sostanze ingoiate dalle acque e destinate, in parte dopo un lungo percorso, a raggiungere la foce del fiume.

Molti materiali sono oggi visibili perché rimasti aggrappati alle pietre o ai banchi di sabbia; tutti gli altri vedranno la luce la prossima estate quando le acque torneranno ad abbassarsi.

In attesa che questo avvenga possiamo però immaginare cosa sia il fondo di questo fiume dove nel suo alveo da decenni si vanno depositando le scorie di
un territorio gestito in modo criminale.

Nel 2015 quando la Comunità Europea ci chiederà se abbiamo messo in ordine i nostri fiumi potremo sempre rispondere che le condizioni del Tevere non sono affatto buone ma che in compenso abbiamo pensato a tanti progetti: stand e bancarelle, terrazze panoramiche e pub, piscine per cani e un teatro della musica…

Speriamo almeno che quel povero Cristo che viveva sotto l’arcata di Ponte Milvio abbia fatto in tempo ad abbandonare il suo rifugio prima di essere trascinato via dalla furia delle acque.

Francesco Gargaglia

riproduzione riservata – proprietà EdiWebRoma

 

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