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Amare senza lucchetti si può

I lucchetti non trovano pace e dopo esser diventati simbolo d’amore – chissà mai perché, ci chiediamo, un pezzo di ferro debba essere emblema dei due cuori e una capanna – adesso scopriamo che c’è chi si arrovella il cervello per dargli uno spazio. C’è chi vorrebbe aprire un museo a loro dedicato e perfino qualcuno pronto a giurare che l’iniziativa sarà replicata allo Zodiaco, perché pare proprio non esista modo di far sapere a destra e a manca che ci si ama.

Con buona pace di Peynet, l’avesse saputo invece che disegnare due fidanzatini, avrebbe impiegato molto meno tempo a schizzare un quadrato sovrastato da un semicerchio.

La parola “amore” equivale a felicità e libertà, certo non a chiusura e click. Ma tant’è, contenti gli innamorati del ferro e dello scarabocchio, contenti tutti.
Un po’ meno gli Aztechi, ammesso e non concesso che ne sia ancora qualcuno in giro, visto e considerato che si pensa perfino di trasferirli al museo etnografico Pigorini, all’Eur, accanto ai capolavori dell’arte azteca.

Nel frattempo, comincio a ragionare: il lucchetto (al telefono) ha impedito agli innamorati, fino a trent’anni fa, quando c’era il disco sugli apparecchi di casa, di portare avanti interminabili chiacchierate perché i genitori puntavano al risparmio; se si vuol invitare qualcuno a non parlare, gli si intima un “serioso” «mettiti il lucchetto alla bocca»; e se si vuole impedire l’accesso, si usa il lucchetto. Che era l’incubo nel medioevo, ricordate le cinture di castità? Quello era un amore obbligato.
No, l’amore non è obbligo. E sopravvive a Ponte Milvio anche senza l’obbligo d’una serratura.

Massimiliano Morelli

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4 COMMENTI

  1. Va be’ che l’acqua del Tevere e’ gia’ bella che inquinata, ma di queste centinaia, o forse migliaia, di chiavi che giacciono sul fondale nessuno ne parla?

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