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Quei disperati di Tor di Quinto

caporalato.jpgIn un Paese dove la popolazione, statistiche alla mano, ha ancora una percezione fortemente distorta del fenomeno immigrazione, un Paese dove sono ben radicati nell’opinione pubblica luoghi comuni ancora lungi dall’essere scalfiti, non c’è da stupirsi che trovino terreno fertile e si propaghino nell’indifferenza generale piaghe sociali come quella del caporalato, autentico flagello che tormenta da anni la sfilacciata comunità degli immigrati senza che si sia mai affermata una vera coscienza civile volta a limitarne gli effetti.

Spesso siamo portati a pensare, leggendone perlopiù sulle cronache del Mezzogiorno, che esso riguardi unicamente le regioni meridionali – Campania e Puglia, per esempio – e che sia circoscritto essenzialmente al comparto agricolo.

La realtà, però, è assai differente e ci dice che arroganza, prepotenza e illegalità non hanno, purtroppo, limiti di sorta e che pertanto la questione investe anche le nostre metropoli estendendosi al settore edilizio.

A Roma, infatti, volendo toccare con mano la veridicità di quanto appena riferito, in viale Tor di Quinto, all’altezza del ponte di via del Foro Italico, ogni mattina  è possibile osservare folle di immigrati darsi appuntamento di fronte al cosiddetto “smorzo”, un deposito di materiali edili che rappresenta da anni un vero e proprio punto di ritrovo per quanti, nella speranza di accaparrarsi una giornata lavorativa, aspettano in piedi il loro “bus” che li porterà a destinazione, come fossero normalissimi impiegati d’ufficio.

Solo che il loro bus non è di linea, non è rosso e non ha numeri sui pannelli anteriori, ma ha le sembianze di un furgone scalcinato che – auspicabilmente – li caricherà e li porterà dove c’è bisogno di loro, vale a dire presso qualche cantiere edile dove verranno utilizzati come muratori, idraulici o elettricisti a fronte di una paga da fame corrisposta regolarmente in nero dalla ditta di turno.

Non c’è distinzione tra regolari e irregolari, tra chi ha il permesso di soggiorno e chi no, così come non c’è distinzione di età o nazionalità. Romeni, albanesi, uzbeki, moldavi, poco importa: lo sfruttamento della manodopera ha i colori di una sola bandiera.

Stanno là, in paziente attesa, sanno a che ora partono ma non quando torneranno, perché non c’è cartellino da timbrare né straordinari da rivendicare. I più fortunati riusciranno a portare a casa trenta-trentacinque euro, ossia quanto gli rimarrà in mano dopo che i capomastri avranno alleggerito il loro compenso trattenendo per se più della metà della somma originaria. Ma in giro c’è crisi e non è certo il caso di mettersi a sottilizzare.

Guardarli in faccia fa venire il magone. Ci sono anche padri di famiglia alcuni dei quali apparentemente in età pensionabile.

Chiedergli di farsi fotografare è inutile, ma tentando un timido approccio si avverte, aldilà della comprensibile iniziale ritrosia ad aprirsi con chi non condivide quotidianamente il loro stesso calvario, un’urgenza di raccontare le loro storie, di esternare la loro sofferenza e farci partecipi delle tribolazioni che sono costretti a passare, come se sperassero davvero che questo possa servire a qualcosa o come se volessero farci sentire colpevoli.

Ma in fondo – forse non lo sanno – noi italiani li capiamo, perchè anche noi ne abbiamo passate di simili quando emigravamo in Germania o negli Stati Uniti, per cui dovremmo avere una certa familiarità con storie di paghe da fame, lavoro in nero, gruppi di famiglie costrette a vivere in pochi metri quadri all’interno di scantinati malfamati presi in affitto (anche questo in nero) in qualche palazzone di periferia.

Non hanno speranze, non hanno sogni né passioni. Vivono solo per il lavoro, o meglio nella speranza che almeno quel giorno il lavoro ci sia e poi domani si vedrà.

Non gliene frega niente dei sindacati, non si preoccupano di essere senza copertura sanitaria. Scarpe e caschi antinfortunio sono cose dell’altro mondo. Non si curano neanche dei rischi che corrono lavorando senza protezioni sulle impalcature. Semplicemente stanno attenti a non cadere. Anche perché se succede, tanti saluti.

E comunque è un problema che si pone solo quando il lavoro lo trovano. O meglio, quando il lavoro trova loro. Perché chi li cerca sa sempre dove sono. Lì, allo smorzo di Tor di Quinto, dove ogni giorno aspettano il bus.

Valerio Di Marco

riproduzione riservata – proprietà EdiWebRoma

 

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4 COMMENTI

  1. La nostra non è indifferenza, è solo menefreghismo e mancanza di rispetto verso i nostri simili, e tutto questo, per denaro : a noi non interessa che il muratore o l’idraulico che sta espletando dei lavori in casa nostra abbia gli operai tutti in regola o in nero ,la cosa importante è che ci faccia risparmiare sui costi. Siamo tutti bravi a fare discorsi moralisti, quando poi ce li ritroviamo a lavorare dentro le nostre case, e sappiamo bene che li stanno sfruttando, facciamo finta di nulla… per vederli non bisogna andare allo smorzo di Tor di Quinto, li vediamo tutti i giorni e ce ne freghiamo….

  2. la responsabilità primaria è di coloro i quali a ciò preposti cioè Vigili Urbani, Carabinieri e Polizia i cui rispettivi comandi sono a poche centinaia di metri dalla Edilflamino che non provvedono a stroncare questo modo di operare, accertando in primis ponendo fine a questo modo di operare mettendo dei controlli fissi fermando queste persone e verificando se sono entrate regolarmente o meno in Italia. Questa è una pratica che dura da oltre un decennio e trovo VERGOGNOSO che nessuno si sia preso la briga di indagare per arrivare anche a chi ingaggia queste persone

  3. ha detto bene Marylin, nel raggio di un chilometro ci sono: la casema Carabinieri Salvo D’acquisto, il circolo sottoufficiali Marina Militare, il XV Gruppo Polizia Locale Roma Capitale, il Commissariato di Polizia di Ponte Milvio, il reggimento “Lancieri di Montebello”…ecc. ecc. …da sottolineare che nello stesso luogo ci sono stati gli omicidi del tifoso napoletano Ciro Esposito e prima ancora della Reggiani, a pochi metri i si prostituisce anche in pieno giorno, fino a poco tempo fa vi era una discarica a cielo aperto di rifiuti edili e non solo e per non parlare delle varie baracche e rifugi improvvisati tra il tevere e la pista ciclabile.

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