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In fuga da Roma Nord

bagaglio.jpgPrecarietà, eccessiva burocrazia, assenza di meritocrazia e di investimento sulle nuove generazioni. Questi alcuni dei problemi lamentati da chi desidera chiudersi la porta alle spalle ed andare oltreconfine. E c’è anche chi fugge proprio da Roma Nord. Un fenomeno da non sottovalutare.

Chiudersi la porta alle spalle. Dire addio alla precarietà, alla mancanza di opportunità, alla burocrazia, alle sempre più insistenti richieste di sacrifici e, talvolta, ad un dilagante senso di insicurezza. Questo è il desiderio di molti italiani, di tanti romani, anche di Roma Nord. Non importa quale sia la classe sociale, l’età o il sesso. Il desiderio è il medesimo per tutti: andare via. Lasciare l’Italia, lasciare Roma e costruirsi una nuova vita all’estero. Dove la parola “futuro” non è una chimera.

C’è da dire che culturalmente il popolo italiano è ben diverso dai popoli del Nord Europa, solo per fare un esempio, dove si abbandona il nido alla volta di nuove avventure e nuove sfide fin da giovanissimi. Ma, come si suol dire, esigenza fa virtù ed ecco che la grave crisi e la decadenza che hanno colpito il nostro Paese, l’impossibilità di poter pensare a un futuro dignitoso e le difficoltà che giorno dopo giorno vanno a pesare sulle spalle degli italiani hanno spinto molti a varcare i confini nazionali o a desiderarlo fortemente.

Fatto testimoniato anche da tante trasmissioni televisive che hanno raccontato le storie di chi ha fatto “armi e bagagli” e ha lasciato l’Italia riuscendo a realizzare il proprio sogno, incontrando le opportunità che fino al giorno prima aveva cercato invano nel proprio Paese. E le notizie che quotidianamente giungono alle nostre orecchie sembrano non far altro che acuire questo desiderio di fuga.

Alcuni dati

Qualche giorno fa le prime pagine dei più importanti giornali nazionali hanno riportato i dati 2009 dell’Eurostat, l’agenzia di statistica dell’Unione Europea, secondo i quali lo stipendio medio dei lavoratori italiani è al dodicesimo posto nella classifica dell’area euro.
Insomma, le retribuzioni lorde dei lavoratori italiani sono tra le più basse dell’eurozona. A livelli inferiori ai nostri ci sono solo Malta, Portogallo, Slovenia e Slovacchia.

Secondo l’Eurostat, infatti, nel 2009 in Italia un dipendente di un’azienda con almeno dieci persone ha guadagnato in media 23.406 euro lordi, contro 41.100 euro della Germania, 33.574 euro della Francia, 26.316 euro della Spagna.

Non solo. Secondo le stime provvisorie diffuse dall’Istat, a gennaio il tasso di disoccupazione è salito al 9,2 per cento della popolazione attiva. E ancora. In occasione della Giornata europea per la parità retributiva, la Commissione europea ha pubblicato alcuni dati secondo i quali all’interno dell’Unione europea le donne guadagnano in media il 16,4 per cento in meno degli uomini.
Si tratta di dati che fotografano una realtà difficile e che, probabilmente, spiegano perché ci si senta sempre più “costretti” in questo nostro Paese.

Roma Nord, con i suoi “quartieri bene”, non è estranea a quello che potremmo definire un vero e proprio fenomeno. Sono molti coloro che stanno pensando di andarsene, meno – a conti fatti – coloro che lo hanno già fatto. Ma chi ha avuto il “coraggio” di partire, di lasciare il proprio Paese e i propri cari alla ricerca di un’opportunità, difficilmente farà un passo indietro.

Per cercare di capire cosa sta alla base di questo desiderio di fuga, cosa si vuole abbandonare e cosa ci si aspetta di trovare abbiamo svolto una piccola indagine. Eccessiva ed inutile burocrazia, forte precarietà, assenza di meritocrazia e di investimento sulle nuove generazioni, sono alcune delle problematiche emerse nelle interviste fatte proprio nel nostro territorio.

Chi vuole partire da Roma Nord

C’è chi parla di «clima orribile», sostenendo che «nessuno punta allo sviluppo» e criticando fortemente «il provincialismo italiano». C’è poi chi ha fatto un’esperienza all’estero, magari per motivi di studio, e una volta rientrato in Italia ha risentito così tanto della differenza che ha deciso di ripartire. C’è poi chi in Italia ha un lavoro avviato, ma che non vede opportunità nel futuro e lamenta una burocrazia che anziché favorire chi cerca di darsi da fare, crea ogni sorta di problema finendo per ostacolare e scoraggiare ogni più piccola iniziativa.

Burocrazia, furbizia, totale assenza di meritocrazia, difficoltà per le nuove generazione di farsi strada sono le principali problematiche riscontrate in questo Paese. E l’estero, di conseguenza, viene visto come l’El Dorado.

Dario, studente universitario di 23 anni, sostiene che nelle università d’oltreconfine c’è «un rapporto più diretto con il mondo del lavoro, pragmatico, a differenza della preparazione italiana che, invece, è meramente teorica». Chi ha già avuto un’esperienza al di là dei confini nazionali afferma che all’estero «si investe di più nei giovani; si fa più cultura e si dà risalto anche alle avanguardie». Non solo, all’estero «i servizi funzionano e rendono più facile la vita dei cittadini».

E chi lavora, come Gloria proprietaria di un negozio, pensa che oltreconfine «ci siano più possibilità» e valga la pena investire «perché la strada non è sempre e comunque in salita». In molti Paesi «ci sono più opportunità di avere un finanziamento», a differenza dell’Italia «dove le banche prestano soldi solo a chi li ha già».

Ma cosa ci si aspetta di trovare esattamente? Cosa si pensa che gli altri Paesi possano offrire a differenza dell’Italia? Sicuramente una vita meno precaria, un maggiore investimento sui giovani, una mentalità più aperta, il giusto riconoscimento per gli sforzi profusi nel lavoro, un sostegno da parte dello Stato e la possibilità di pensare a un futuro.

Chi ha poi già vissuto all’estero, come Edoardo 32enne che ha lavorato sette anni a Parigi e poi, da poco. è tornato in Italia dove ha avuto una bambina, nota una particolare differenza per quanto riguarda il sostegno alla famiglia. In Francia, ad esempio, è possibile avere 250 euro al mese fino al compimento dei 25 anni del proprio figlio.

E cosa dovrebbe cambiare in Italia? C’è chi dice che «bisognerebbe debellare il sistema clientelare e cambiare la mentalità delle persone che hanno paura del prossimo, dello straniero, del diverso». Chi sostiene che dovrebbe cambiare la coscienza civile, perché l’Italia è «un Paese di furbi, dove non c’è una coscienza comune e ognuno pensa a sé, classe politica in primis».
Chi, poi, ritiene che tutti gli italiani dovrebbero fare un mea culpa generale e rimboccarsi le maniche, che dovrebbero lamentarsi di meno ed agire di più e che il Paese dovrebbe dare valore a chi lo merita davvero.

Chi è partito da Roma Nord

C’è poi chi ha effettivamente fatto “armi e bagagli” e ha definitivamente lasciato l’Italia. Le principali ragioni sono sempre le medesime: opportunità di lavoro che scarseggiano, totale mancanza di investimento nelle generazioni più giovani, completa assenza di meritocrazia.

«Ci siamo buttati e devo dire, a due anni di distanza, che la nostra decisione si è rivelata assolutamente vincente», ha affermato Camilla, 29enne che dopo aver conseguito la laurea a Roma ha deciso di trasferirsi a Londra insieme al suo fidanzato. Quel che emerge chiaro e forte è che all’estero ci sono «più opportunità per i giovani, considerati una risorsa, più posti di lavoro per nuove leve, tirocini di vario genere che danno la possibilità di imparare e crescere all’interno dell’azienda”. Balza agli occhi il fatto che «il mondo del lavoro è dinamico, si aprono posizioni con più rapidità, c’è crescita e fermento».

E la differenza con la realtà italiana è ben evidente. Basta comparare gli stili di vita di chi vive all’estero con quelli di chi si trova nel Belpaese. Se in città come Parigi, Londra, Amsterdam, i giovani hanno un lavoro e vivono da soli, i giovani romani «vivono ancora a casa con i genitori, la maggior parte lavorano in ristoranti o negozi. I più fortunati fanno lavoro di segretariato. Solo in pochi hanno trovato lavoro nel settore in cui si sono laureati, sono un’elite di avvocati o architetti o medici».

Chi ha costruito la propria vita all’estero nutre certamente un velo di nostalgia, ma allo stesso tempo ha la consapevolezza che l’Italia, almeno al momento, non può offrire le stesse opportunità che è possibile trovare in altri Paesi, dove, come sottolineato da Marco, attore, che ha deciso di spostare la propria famiglia negli Stati Uniti, «esiste realmente la meritocrazia, mentre da noi dopo un certo livello ci si deve accontentare…». Oltreconfine, invece, è diverso.

E così Camilla che si è trasferita a Londra afferma: «Tornerei volentieri se avessi le stesse opportunità di lavoro. Un domani vorrei sicuramente avere una famiglia e crescere i miei figli dove sono cresciuta io, vicino ai miei cari. So però che sarà quasi impossibile tornare perché non troveremo mai le stesse opportunità. Mi dispiace molto sapere che solo lontano da casa posso avere una vita migliore».

Stefania Giudice
                                    © riproduzione riservata – proprietà EdiWebRoma

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4 COMMENTI

  1. Noi l’abbiamo fatto.. Abbiamo cominciato spostandoci da piazza Carli poi fleming.. Poi Via cortina d’ampezzo.. Tutto cio’ per capire che la nostra era una ricerca di vita migliore, piu’ a misura d’uomo.. Abbiamo avuto l’occasione e siamo partiti. Meta: Trieste.. Nord est che piu’ nord est non si puo’..trascinandoci dietro un quindicenne, un tredicenne e una piccoletta di quattro anni.. Che oggi, dopo quasi due anni qui ci chiedono..ma perche’ non siamo venuti prima?.. E mai tornero’ a Roma, sopratutto a Roma Nord. Qui non c’e’ un nord o un sud.. Qui funziona il welfare. Qui c’e’ il mare, la montagna, la slovenia per fare benzina e le sigarette, qui c’e’ senso civico.. Unica nota stonata: non c’e’ la Romanita’.. Roma non ci manca per niente, ma i Romani..tanto..

  2. Ciao Fiammetta, sono Lucia.
    Tutto vero e tutto bello.
    Però leggi ancora Vignaclarablog. Non è che, tutto sommato, un pò ti manca il nostro quartiere?

    P.S. Epperò voi avete la bora….

  3. Secondo me in Italia si da troppo spazio all’aspetto negativo del discorso giovani/meritocrazia/opportunità/lavoro e troppa poca voce a ciò che esiste (e funziona bene).

    Ci sono tantissime piccole realtà che si occupano di questo: associazioni di giovani imporenditori, corsi/webinar introduttivi al fenomeno startup, conferenze/incontri con investitori (business angels/venture capitalist, incubatori di impresa) disposti ad entrare nel capitale di una nuova realtà guidata da giovani, gruppi su LinkedIn, borse di studio di alto profilo per studenti e ricercatori che volessero fare impresa. Queste realtà sono snobbate dai media e dalla -mummificata- classe dirigente del Paese ma non vuol dire che non la si possa trovare nella propria città o quartiere.

    Io in questo mondo ci lavoro ed è una grande opportunità per conoscere sia persone giovani, preparate e con attitudine positiva e grandi progetti, sia adulti con alle spalle esperienze da dirigente o imprenditore volenterosi di sostenere giovani studenti, ricercatori e imprenditori, premiando chi se lo merita.

    Purtroppo in Italia non abbiamo una grande capacità di far sistema ad alto livello, costituendo gruppi di interesse (lobby, nel senso anglosassone, positivo del termine) che operino su scala nazionale.
    Questo non è però necessariamente un difetto, anzi: la microimpresa è stata sempre il nostro cavallo di battaglia e anche oggi col mercato globale può dire la sua commercializzando progetti innovativi e vincenti che molte grandi imprese neppure si sognagno.

    Se si è giovani (leggi, under 40), con volontà, capacità e buone idee, per entrare in contatto con questo mondo bastano poche ricerche su internet, scoprendo magari che il prossimo aperitivo tra startuppers e incubatori di impresa è organizzato nella propria città.
    Occorre ovviamente evitare il pensieri pessimista che aleggia da troppi anni in queso Paese (compresi i quartieri di Roma Nord) e chi -avendo poca voglia di fare- esige dal Sistema un aiutino o peggio ancora, una scorciatoia.

    Un in bocca al lupo a tutti!

  4. Ho vissuto a lungo all’estero e sto maturando la convinzione che valga la pena di ritornarci, se non altro per i miei figli.
    Oltre all’eccessiva ed inutile burocrazia, alla forte precarietà, all’ assenza di meritocrazia e di investimento sulle nuove generazioni, mi infastidisce soprattutto l’eccessivo individualismo ed il poco senso della “cosa comune” .
    La crisi economica sta sconvolgendo gli equilibri sociali. In Europa, si cercano ovunque soluzioni per associarsi, cooperare, collaborare, partecipare, intraprendere, sostenere, condividere, aderire, contribuire, concorrere (tutti verbi “partecipativi”) .
    L’associazionismo non è solo una prerogativa delle classi sociali meno agiate, anzi ! Normalmente al benessere corrisponde un più alto livello culturale … e per definizione un maggior senso di comunità ed appartenenza.
    Nel nostro quartiere, invece, ricco e benestante, da paragonarsi, per intenderci, a “Notting Hills”, “Kensington”, “le 6ème arrondissement” di Parigi o al “Marzahn” di Berlino, sembra che viga solo la legge dell’indifferenza.

    – L’aria è satura di polveri sottili e nessuno ne segnala il pericolo (la centralina di corso Francia è diventato un monumento post-industriale);
    – Le strade sporche e maleodoranti (basti pensare all’indecoroso spettacolo dei cassonetti di via Ferrero di Cambiano), preda di coloro che per necessità o convenienza sono costretti a rovistare tra i rifiuti
    – La mobilità collettiva è tra le peggiori in città (manca la metropolitana; sono inesistenti i collegamenti con la stazione Tiburtina, nuovo polo dell’alta velocità; la stazione della rete ferroviaria di Vigna Clara è inutilizzata dai mondiali del 1990; per raggiungere il quartiere Salario Trieste bisogna prima spostarsi a Piazza Mancini);
    – Non c’è un solo semaforo sincronizzato; né un vigile che presidi effettivamente il centro di un incrocio (se non “virtualmente”, manovrando in remoto i comandi dei semafori dalle colonnine )
    – L’Olimpica, la Cassia, la Flaminia e Corso Francia sono costellate da “monumenti” funebri, a suggellare la drammatica pericolosità degli incroci, delle strisce pedonali (perennemente invase dai veicoli), delle strade, dei marciapiedi invasi da scooter e micro-car
    – Le barriere architettoniche (anche quelle relative al decoro urbano) sono “insormontabili”; così come non esiste striscia pedonale o spazio riservato agli invalidi che non sia confusa con un box privato
    – Non esistono piste ciclabili collegate tra loro (se non quella del lungotevere, a dir poco impraticabile);
    – Il car-sharing ed il bike-sharing, diffusi ovunque, nella nostra zona sono confusi con pietanze esotiche
    – I parcheggi pubblici inesistenti e la sosta, quando è solo selvaggia, una sfida di “carattere”
    – L’orario di entrata e di uscita dalle scuole si trasforma, per il traffico, in una sorta di “Apocalypse now” (si guardi a cosa diventa via Flaminia e collina Fleming alle 8:00 ed alle 13;00)
    – Non esistono piazze “da vivere” (con l’esclusione di Piazza Carli che sembra ridotta ad una toeletta per animali)
    – Non esistono aree pedonali per lo shopping e trovare una panchina e pressoché impossibile
    – La zona della movida intorno a Ponte Milvio è ridotto ad un ingorgo perenne, rendendo invivibili l’uso dei dehors; il piacere di cenare all’aperto; lo “struscio”.
    – Il foro italico, con le sue recenti giostrine, per la verità un po’ antiquate, è stato derubricato a fiera di paese
    – Non esistono spazi pensati e fruibili per i bambini, se non quelli dei circoli privati (e nessuno di questi offre un servizio di accompagnamento)
    – Rapine, aggressioni, scippi, molestie, tentativi di stupro sono all’ordine del giorno
    – Vivibilità, energie rinnovabili, cura dell’ambiente, solo lontane chimere

    In sintesi, per non continuare in una pedissequa litania, direi che non esistono “veri” comitati di quartiere, “vere” organizzazioni di genitori, “veri” gruppi di acquisto, “vere” associazioni culturali; “veri” gruppi di pressione sugli amministratori e sulla loro gestione.

    E’ sufficiente per “scappare via” ?
    Forse bisognerebbe “provarci”. Sono aperto ai vostri suggerimenti.

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