Home ATTUALITÀ La Storta – Ritroviamo Don Bellè, indomabile prete centenario

La Storta – Ritroviamo Don Bellè, indomabile prete centenario

Un centro per l’assistenza ai bisognosi diventato con gli anni troppo “scomodo”, uno sfratto (che per altri era solo un temporaneo trasferimento causa lavori di manutenzione della struttura) e infine un incendio. Sono gli ingredienti che hanno condito la vicenda di Don Ernesto Bellè in questi ultimissimi mesi a La Storta. Non che le polemiche attorno a questa figura amata e controversa siano una novità. Ma quanto accadde l’estate e l’inverno appena trascorsi colpì profondamente la comunità che gravita attorno alla Diocesi di Porto Santa Rufina.

Si trattò a tutti gli effetti di una sconfitta, quello che un pò letterariamente si potrebbe definire un crudele scherzo del destino. Prima, un’aspra polemica col vescovo della Diocesi Gino Reali; prese di posizione spontanee a favore del centanario angelo dei poveri; poi organi di stampa costantemente attaccati alla notizia con l’aggiunta di moderni social network a tenere aggiornati in tempo reale i curiosi sulla vicenda. Infine, il permesso di restare, la convivenza coi lavori e Don Bellè e i suoi poveri che non avrebbero dovuto lasciare la struttura di Via del Cenacolo.

Insomma quanto si poteva fare era stato fatto, tutti, di buon grado si erano impegnati in un verso e nell’altro a risolvere la questione. A coronamento di tutto, tanto per trasformare il lieto fine in una farsa tragica, quello che davvero nessuno si augurava: un incendio che in pochi minuti rende del tutto inagibile la struttura, un’utente del centro salvata per miracolo dalle fiamme, Don Bellè e i suoi poveri senza un tetto sulla testa. E questa volta non sarebbero valse le proteste di nessuno.

VignaClaraBlog aveva seguito la vicenda da vicino (leggi qui) .
Aveva raccolto le voci degli ospiti della struttura che il giorno dopo il divampare dell’incendio ancora sostavano increduli davanti al Centro.

E subito fu un rimpallo di responsabilità: un’utente non del tutto autosufficente lasciata sola per qualche istante che per distrazione causa l’incendio; voci “ufficiali” che attribuiscono alla trascuratezza con cui veniva gestita la struttura la causa del disastro; persino la Divina Provvidenza veniva chiamata in causa, magari come segno tangibile della punizione che spetta a un sacerdote ribelle e vagamente autoreferenziale come l’energico Don Bellè.

Insomma spiegazioni di tutti i tipi e una sola certezza: il Centro di Via del Cenacolo sarebbe stato inagibile per molto.

Questa è infatti la situazione che VignaClaraBlog si è trovata innanzi quando ha voluto fare il punto della situazione.
Certo, molto è stato fatto: i lavori di restauro sono ripresi, i materiali infiammati puntualmente rimossi, il tutto in uno stato di apparente serenità. Apparente perché a conti fatti quello di Via del Cenacolo non è più il Centro di Don Bellè.

E se per caso qualcuno avesse in mente di parlare con lui non è alla Curia che deve rivolgersi. Perché verrebbe subito indirizzato alla Congregazione Figlie di N.S. del S. Cuore, dove ci rivolgiamo per parlare con Don Bellè.

Don Bellè, cominciamo dalla fine, come si svolge l’attività del Centro dal giorno dell’incendio, avete trovato una sede alternativa?  Per il momento ci siamo trasferiti a Isola Farnese, in una struttura ridotta ma dove continuiamo la nostra opera d’aiuto ai bisognosi. Certo molte cose sono cambiate.

Non avendo una cucina in questa nuova sede non possiamo offrire dei pasti ma ci limitiamo a distribuire viveri in scatola. Per quanto riguarda la distribuzione dei vestiti si provvede ad aiutare quanti partecipano alle riunioni del martedì alle 14, lì ci conosciamo parliamo dei problemi e affrontiamo al meglio la situazione per prestare soccorso a chi ne ha bisogno.

Ma se prima ogni settimana si distribuivano 40/50 quintali di vestiario, ora non si va oltre i 20/25. Inoltre non possiamo più offrire un posto dove passare la notte come facevamo prima.

Ritornerete nella vecchia sede di Via del Cenacolo? Non so se ritorneremo, non che abbia molta voglia di tornare, lì c’è già un parroco e io ho superato i settant’anni per cui posso dire di essere in pensione già da un pezzo… altro che settant’anni, si figuri, io ho 100 anni e mezzo!

Ormai è molto che lei presta la sua opera per i più poveri. Ho cominciato nel 1940, prima alla Giustiniana, poi alla Cattedrale della Storta dove al mattino insegnavo e poi il pomeriggio facevo attività di assistenza. Ora, dopo quanto accaduto mi sembra di essere abbandonato.

C’è sempre del lavoro, ma non come prima. E’ come se di punto in bianco fossi disoccupato, alcuni giorni non c’è quasi niente da fare. Martedì, domenica e giovedì sono pesanti, ma il resto solo qualche cosetta.
Ora mi sento meno utile perché non posso dare quello che davo prima. Se prima davo cento ora do al massimo venti. Il fatto è che io ho un debole per i poveri, se vedo qualcuno che non mangia sento la necessità di aiutarlo, ma miracoli non ne posso fare!

Sessantanni di lavoro ininterrotto in questo senso sono un po’ un miracolo…Sono diventato sacerdote a 24 anni, inizialmente mi dividevo fra due parrocchie, poi da lì sono stato spostato in una più grande.

Durante la guerra fui imprigionato dai fascisti perché ero – e ancora sono – contrario alla guerra. Per questo sono stato in prigione per 44 giorni. Avere un’idea contraria alla guerra non è un delitto, ma allora si. Solo per il Vaticano non lo era, e il Vaticano mi ha liberato.

E dopo la guerra? Finita la guerra – allora mi trovavo ancora a Trieste – ho acquistato due grandi palazzi dove mantenevo all’incirca 100 ragazzi in uno e 100 nell’altro: figli di famiglie itliane da una parte e figli di famiglie slave dall’altra, perché Trieste all’epoca era ancora divisa.

Io allora iniziai a dirigere delle scuole, fino a quando sono venuti i comunisti che mi condannarono a morte. Per mezzo di amici scappai da quella zona e venni in Italia dove fui nascosto dal cardinale Tisserant in una casa religiosa. Mi cambiarono anche il nome. Restai nascosto fino alla morte di Tito. In quel periodo cominciai a occuparmi dei poveri, da allora fino a oggi. Così è stata la mia vita.

E per restare in tema, dato che le sto rilasciando un’intervista le voglio dire una cosa: ho fatto anche il giornalista, per 20 anni. Dirigevo “Cronaca”, un giornale che si occupava di avvenimenti di zona. E siamo arrivati a una tiratura di 70 mila copie, niente male eh?!  Già, proprio niente male!

Adriano Bonanni

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