Home ARTE E CULTURA Auditorium: il pubblico grande protagonista del concerto di Alessandro Mannarino

Auditorium: il pubblico grande protagonista del concerto di Alessandro Mannarino

Domenica sera, nella Sala Santa Cecilia dell’Auditorium di Roma, Alessandro Mannarino ha proposto il suo concerto nel quale canta le vite marginali e gli amori di diseredati, barboni, carcerati e  pagliacci tristi, dando voce  a quanti nella nostra città, e più in generale nella nostra società, raramente ce l’hanno.

A caratterizzare la serata, oltre la bravura e la capacità poetica di Mannarino e dei musicisti che l’hanno accompagnato, è stato l’entusiasmo ed il grado di partecipazione del pubblico: la sala stracolma, non un solo posto libero,  ha ballato e cantato come forse non si vedeva dal concerto di Goran Bregovic a Via della Conciliazione.

Il concerto originariamente era programmato per il 30 luglio scorso nella Cavea, ma, come i nostri lettori già sanno, un violento nubifragio costrinse l’artista romano a rinviare la performance ai primi di settembre; già in quell’occasione, con il breve set acustico approntato sotto i portici, avevamo avuto modo di apprezzare il forte legame che unisce il cantautore del casilino con il suo pubblico; nonostante questo, quanto abbiamo visto ieri sera è stata comunque una piacevole sorpresa, pur non inaspettata.

E come a riprendere un dialogo rimasto in sospeso, proprio da quel nubifragio si è ripartiti ieri sera: con gli effetti di luce e suoni che, ad inizio concerto hanno simulato un violento temporale; dopo questo richiamo alla disavventura di luglio scorso, i musicisti hanno preso posto sul palco allestito secondo gli stilemi universali della miseria e del disagio sociale: quello che si vede potrebbe benissimo essere uno scorcio di una baraccopoli della periferia di Nairobi come di una favela brasiliana, più probabilmente invece è ispirato al campo nomadi “Casilino 900” di fronte al quale Mannarino ha vissuto per alcuni anni, tanto che il video della canzone “Tevere Grand Hotel” è proprio girato in mezzo alle kampine, ovvero alle roulotte, del suddetto campo nomadi.

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Mannarino ripresenta la figura dello stornellatore muovendosi su un pentagramma che, partendo dalle tradizioni della musica popolare italiana, tocca pressoché tutti i generi musicali: da accenni di jazz e rock a chiare impronte balcaniche, traccie di blue grass si confondono con disperate note blues e molto molto altro fino al finale con la “parodia” della musica hip hop propinata nei villaggi turistici. Ma non sono solo le note ad incantare: le parole dei testi sempre in equilibrio tra il riso ed il dramma, ci regalano un poeta nuovo, di quelli che sanno affondare lo sguardo nelle nebbie delle nostre coscienze e soprattutto sanno diradarle con la potenza di immagini grottesche ed oniriche.

Mannarino ha proposto sia canzoni dal suo primo, e finora unico, album “Bar della Rabbia”, sia brani che andranno a comporre il prossimo lavoro; anche su questi ultimi, l’emozionante liason tra artista e pubblico è rimasta sempre adrenalinica e coinvolgente, praticamente costante per l’intera durata del concerto: poco meno di due ore volate via in un battibaleno.

Non sappiamo se è nato un nuovo De André, la risposta l’avremo solo tra qualche decina d’anni, ma sicuramente siamo sulla buona strada.

↓seppe Guernica Reitano

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