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Pillole di sicurezza – gated communities 2

pilloleRiprendiamo da dove ci siamo lasciati ieri. Da noi in Europa, in Italia, nelle splendide citta’ italiane da sempre organizzate intorno a spazi pubblici condivisi tra funzioni dell’abitare, del lavorare  e del socializzare sara’ mai possibile una cosi’ radicale trasformazione socio-economica-urbanistica provocata da diffusi fenomeni di insicurezza urbana e paura? Certo la cultura condivisa e sedimentata da secoli, la stessa connotazione delle nostre città è radicalmente diversa da quella americana: noi nati intorno al concetto della città culla della libertà dell’individuo e contenitore della propria speranza di affermazione sociale, loro sviluppati intorno allo spirito della frontiera e alla conquista degli spazi e del territorio.

Però dobbiamo anche noi interrogarci sulle modifiche intervenute negli ultimi 15/20 anni nella nostra percezione delle città, che da luogo di sviluppo delle forme della convivenza umana e sociale  sono oggi spesso vissute come ambiti di disgregazione, di violenza, di vita convulsa e difficile. In questo caso ci gated1.jpgaccorgeremmo che esiste una singolare coincidenza tra quanto avvenuto negli Stati Uniti e quanto sta manifestandosi da noi: è la concezione della privatizzazione della difesa di interessi comuni da condividere esclusivamente con fasce sociali vicine a noi per status, provenienza, appartenenza, da un lato e dall’altro la paura e il timore per quanto di nuovo l’attuale momento storico ci sta manifestando in termini di globalizzazione e caduta di confini tradizionali. Nello stesso tempo lo Stato, gli organismi locali, analogamente a quanto accaduto negli Stati Uniti, sono vissuti come attori inefficienti della società, incapaci ormai, anche per le ristrettezze di bilancio, di garantire l’ordinato dispiegarsi della convivenza civile.

L’insieme di queste due spinte è all’origine di molti dei fenomeni a cui assistiamo: il localismo esasperato, con le sue espressioni  politiche, la privatizzazione dei propri interessi, la fuga dalle città, soprattutto nel Nord Italia, con fenomeni estesi di urbanizzazione delle campagne (le “villette” uni o bifamiliari esplose negli anni 70 e 80 anche se non nella forma di “comunità chiuse” perlomeno non sempre) intorno a enormi centri commerciali. Se depuriamo questi fenomeni dagli elementi propriamente italiani, constatiamo che non presentano sostanziali differenze da quanto già avvenuto nel mondo anglosassone nel recente passato.

D’altra parte molte piccole comunità dei nostri paesi storici si stanno disgregando o perché assorbite da questo indistinto urbanesimo diffuso o perché rt.jpgprivate ormai dei segni distintivi della comunità stessa, la scuola, la chiesa, l’ufficio postale e costringendo persone cresciute sotto la protezione di secolari riti comunitari a incontrarsi/scontrarsi con realtà indistinte e alienanti a contatto con culture diverse mal assorbite e pervasive. Questo significa che anche noi ci stiamo avviando verso un futuro di città segmentato e suddiviso rigidamente, chi può all’interno di comunità chiuse, il resto indistinto, multirazziale, povero e degradato, padrone di quello che resta delle nostre splendide città? In realtà la domanda che dobbiamo porci non è questa, ma se è questo il futuro che vogliamo per noi e per i nostri figli, come forma estrema di difesa dalla paura dell’altro, del diverso, portatore oscuro e minaccioso di violenza e di attacco alle nostre forme di convivenza. E ammesso anche che riteniamo che questa sia la sola opzione possibile nel momento storico che viviamo, chi ci difende nei nostri futuri, chiusi, protetti e sorvegliati quartieri dall’espandersi delle minacce esterne, che ci arrivano dentro casa attraverso la droga, la violenza, i disagi psicologici e culturali che penetrano all’interno delle famiglie, tracimando in disperati e crudeli episodi, figli anch’essi del disorientamento e della perdita di senso e di valore che spesso contraddistinguono l’attuale momento storico.

Ritengo invece che vada fatta da parte di ognuno di noi una seria riflessione sul tipo di futuro che vogliamo. La nostra cultura comunitaria  locale è più forte di quella americana che si riconosce semmai, ad un livello più generale, in quel fantastico melting pot chiamato Stati Uniti d’America. Dobbiamo a mio modesto avviso farci tutti portatori di questo tipo di cultura comunitaria, senza chiusure o localismi, ma aumentando la nostra capacità di aggregare intorno ai  suoi segni distintivi  i nuovi arrivati, nel rispetto delle differenze e delle sensibilità, ma usando nello stesso tempo la mano dura nei confronti di chi attenta ai nostri valori comunitari.

Questa è l’unica ricetta per contrastare la diffusione delle gated communities, dei recinti e degli steccati, assicurando opportunità a tutti, per contrastare il integration.jpgrisvolto delle comunità chiuse, vale a dire i quartieri ghetto e l’abbandono progressivo dei centri storici a turisti, immobiliari ed uffici. Certo le difficoltà economiche non aiutano, le quotazione degli immobili sono spesso proibitive e aiutano la separazione piuttosto che l’integrazione. Dobbiamo però distinguere tra cicli economici e tendenze di lungo periodo dello sviluppo storico: queste ultime ci stanno portando inesorabilmente verso una maggiore integrazione a livello mondiale. D’altra parte nella nostra storia l’integrazione è stata spesso un elemento di forza: basti ricordare la Repubblica di Venezia, formidabile crogiolo di razze e religioni aggregate da sistemi di governo e valori condivisi che ne moltiplicavano la potenza commerciale e le capacità di attrazione. 
PierLuigi Tedesco     

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