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A tu per tu con Tiberio Timperi

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timperi120a.JPGGiornalista e conduttore televisivo, amato dal grande pubblico per i suoi modi cordiali e gentili. Ma è anche un padre che da anni, insieme a tanti altri padri separati, combatte con tenacia per ottenere maggiore e miglior tempo da passare con suo figlio. Vive a Roma Nord, con cui ha un rapporto di amore e odio…

Tiberio Timperi, una carriera ricca e lunghissima, iniziata a soli diciannove anni in una radio privata, che l’ha visto crescere, maturare e raggiungere molti successi. Ha esordito in TV, come giornalista televisivo per Telemontecarlo e, successivamente, ha lavorato a Mediaset al TG4 e a Studio Aperto. In seguito, sono arrivate le trasmissioni d’intrattenimento e lo sposalizio con la RAI.

Dal 1996 conduce “Uno Mattina in famiglia” su Rai1: il programma si è visto cambiare nome, stazione e conduttrici (da Barbara D’Urso a Miriam Leone), ma lui ne è rimasto l’imprescindibile anfitrione, raggiungendo record di ascolti.

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Lo scorso 26 ottobre, a Ponte Milvio, gli è stato assegnato il premio Baiocco per la sua attività professionale.  A riceverlo è arrivato con la sua bicicletta pieghevole e di Roma ha detto che “sarebbe una città fantastica da vivere a piedi o in bici, se solo fosse tenuta meglio”. Da questa battuta è nata l’idea di conoscerlo meglio.

Tiberio, iniziamo parlando di Roma, città dove sei nato e vivi...Sono nato e cresciuto a Piazza Vittorio, tra le vie di San Lorenzo e Colle Oppio. Quando ci vivevo, il quartiere Esquilino, anche conosciuto come quartiere “piementese” per via delle più recenti costruzioni, era molto bello. Ma ora non esiste più. – ci racconta con un nota malinconica nella voce – Ho dei bellissimi ricordi legati a quelle vie e alla gente che vi abitava, mi ricordo “l’ovarola”, il simpaticissimo riparatore di accendini, il vapoforno, il pizzicagnolo…c’era tutto un quartiere e un’umanità che è stata spazzati via come un soffio in una manciata di anni.

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Adesso vivi a Roma Nord. Come ti trovi? Si – risponde con un piccolo sogghigno – Oggi vivo in un’area chiamata Roma Nord, che a mio parere vuol dire tutto e niente e dai confini piuttosto incerti. Ma ho la testa e il cuore a Firenze, appena posso scappo lì.

Perché proprio Firenze? È una città piccola e cosmopolita, dove ci si muove bene, tutto è più semplice e la qualità della vita migliore. Non c’è bisogno di giocare a tetris per parcheggiare la macchina a Piazza dei Giuochi Delfici e non rischi di ritrovarti nell’imbuto di Ponte Milvio, o nel serpentone senza uscita del Muro Torto.

Nessun punto a favore quindi per Roma Nord? Se mi si chiedi di essere onesto, no. L’ho scelta semplicemente perché ci vive mio figlio. Se fossi libero di scegliere tornerei tra Via Merulana e Piazza Vittorio.

Non avevi neanche vent’anni quando hai mosso i primi passi in radio; poi giornalista, conduttore, attore…qual è stata l’esperienza che più ti ha formato? Ogni programma nel quale ho avuto la possibilità di lavorare è stato molto formativo per me, ognuno a suo modo: la radio mi ha aiutato ad uscire dal mio angolo, il telegiornale mi ha aiutato a dare concretezza e odine ai pensieri, l’intrattenimento mi ha regalato una terza dimensione di empatia con il pubblico. A conti fatti, mi sento di dire che ogni avventura è stata una giusta esperienza.

Tanti programmi, ma anche tante partner. Con quale hai instaurato l’intesa lavorativa migliore? Sì, tante e tutte bellissime. Con chi, dopo tanti anni, ancora mi sento e sono amico è Roberta Capua, con la quale ho lavorato benissimo. Ad oggi, a “Uno Mattina in famiglia” sto lavorando con affianco Francesca Fialdini e devo dire che mi ci trovo davvero bene.

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Da anni porti avanti un’ardua quanto importante battaglia in difesa dei padri separati. Quali sono gli obiettivi e gli ostacoli? Non è una semplice battaglia in favore dei padri separati, la definirei piuttosto una battaglia per l’applicazione delle pari opportunità, all’indomani del divorzio, per i padri che vogliono fare i padri. Purtroppo, c’è un orientamento culturale, recepito pienamente da una certa magistratura e da una certa giurisprudenza, che mette la donna al centro del nuovo nucleo che si costituisce dopo la separazione dei genitori, emarginando il padre.

La legge parla di rapporto equilibrato e continuativo del minore con entrambi i genitori, ma questo non viene applicato come dovrebbe essere nello spirito del legislatore, cioè pari opportunità per entrambi. Solitamente c’è una sorta di main-streaming che vede dare al padre, che vuole ricoprire il suo ruolo genitoriale a tutti gli effetti, solo un giorno a settimana e i fine settimana alternati, quindi: otto giorno al padre e ventidue alla madre.

Ritengo – continua Tiberio – che la quantità del tempo dia la possibilità di costruire la qualità del rapporto. Non è possibile riuscire a fare il padre un giorno a settimana, la costanza nell’insegnamento alla vita è fondamentale. Non lamentiamoci poi se ci sono frequenti casi di bulimia, di bullismo, di prostituzione minorile, se non c’è una figura paterna ben presente che dia le regole e aiuti alla costruzione di una morale. Servono entrambi i genitori. Ma, a quanto pare, un certo pensiero “catto-comunista” vorrebbe che ci fosse un solo genitore, cioè la mamma.

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Che risultati avete ottenuto fino ad oggi? Purtroppo e mi dispiace dirlo, non abbiamo ottenuto nulla, per il momento. Se ne è parlato tanto, o almeno ci abbiamo provato, ma di risultati concreti poco e nulla. Il problema è che di patti prematrimoniali se ne parla, ma non sono all’ordine del giorno; e di cambiare la legge, per far sì che ci sia un rapporto quantitativo e qualitativo equilibrato con entrambi i genitori, non se ne parla assolutamente.

L’impressione è che tutto debba cambiare affinché nulla cambi. Forse, c’è una maggiore consapevolezza quando si è davanti al tribunale, ma niente più. I danni della mancanza di un padre a cui la legge garantisce sulla carta, ma non nei fatti, di fare il padre si vedranno e di stanno vedendo già adesso, ma questo forse ad una certa politica non interessa molto.

Progetti e speranze per il futuro? Continuare a lavorare e non fermarmi mai. La speranza è poter condurre una vita tranquilla, calma e serena, compatibilmente con la realtà di oggigiorno. Il periodo politico, sociale e culturale che stiamo vivendi è veramente brutto e duro; si vive all’insegna del politically correct, all’insegna di un eccesso di giuridicismo che ci sta facendo diventare peggio degli americani per certe cose.

Lo sguardo è azzurro, il sorriso limpido e affascinante, ma dietro c’è l’amarezza seria e consapevole di un uomo e di un padre.

Giulia Vincenzi

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4 COMMENTI

  1. Potessi descrivere la devastazione civile a cui sono sottoposto da 3 anni, non basterebbe nemmeno il tribunale dell’aia, La morte civile a cui sono stato sottoposto in attesa di sentenza ( che non arriverà mai ) ha completamente distrutto la mia vita fatta di valori, impegno e rispetto. L’unica cosa che ho ottenuto è stata una belle mie figlie ( ” Taisia ” ) che oggi posso dire l’ho salvata dalla follia civile a cui e stata sottoposta. Abito in una baracca da 2 anni Si e verò tanta gente mi stà aiutando ma io non voglio essere aiutato voglio vivere una vita normale. Come ebbe a dire una psicologa, ” come fai a sostenere tutte queste situazioni? ” non lo neanche io. Il mio contributo te lo posso dare ed è di una semplicità unica. Comunque grazie

  2. Daje Tibe’… IO pure so Romano da 7 generazioni,ebrei romani a Roma dai tempi della Roma papalina…
    Noi però se semo de RIONE PRATI,tu dell’ Esquilino.. ma semo della Lazio pure noi!!
    Daje!
    SSL RIONE XXII

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