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    Massimiliano Morelli, un anno dopo

    massimiliano morelli
    ArsMedica

    Ci sono date che non restano soltanto sul calendario. Restano nella memoria.

    l’11 marzo 2025 è una di quelle per VignaClaraBlog.it: è il giorno in cui una telefonata del figlio Leonardo ci comunicava la morte di Massimiliano Morelli, direttore responsabile della nostra testata. Aveva 62 anni ancora da compiere.

    Quell’11 marzo era un martedì. La telefonata ci arrivò di sera. Poco prima il figlio – che non lo sentiva da 48 ore – era andato a fargli visita trovandolo riverso sul divano. Senza vita.

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    Quell’11 marzo dello scorso anno è una data che non dimenticheremo mai. Una data convenzionale, è vero, perché gli ultimi contatti di Massimiliano con la famiglia – lui viveva da solo – e con noi avvennero la domenica sera, 48 prima la scoperta del decesso. Non sapremo mai molto di più sulla data effettiva della sua morte.

    Un anno è passato. Ma ricordarlo oggi non significa soltanto tornare a quel dolore. Significa riconoscere quanto del suo modo di fare giornalismo — rigore, misura, rispetto dei fatti e delle parole — continui a vivere nel lavoro quotidiano di questa redazione.

    Chi ha lavorato con lui lo sa bene.

    Massimiliano era un giornalista vero, di quelli che hanno imparato il mestiere quando il giornalismo si faceva prima di tutto con la testa e con la penna. Oltre trent’anni di professione alle spalle, passati tra redazioni, agenzie, televisione e libri, sempre con lo stesso approccio: capire prima di scrivere, verificare prima di pubblicare.

    Amava definirsi un giornalista “old style”. Non era nostalgia: era metodo. Per lui le parole avevano un peso preciso e la sintesi non era una scorciatoia, ma la forma più alta del mestiere. Un titolo doveva stare in piedi da solo, una frase doveva essere pulita, un articolo doveva dire esattamente ciò che serviva dire. Niente di più, niente di meno.

    Il giornalismo, per lui, non era una corsa ai “like” o alle reazioni sui social. Era prima di tutto il tentativo di capire e raccontare i fatti con chiarezza, lasciando che fossero le parole — quelle giuste — a fare il loro lavoro.

    Aveva anche le sue espressioni preferite, piccole tracce di un modo di vivere il giornalismo che oggi sembra quasi appartenere a un’altra epoca. Tra queste c’era la locuzione “un amen” — o “in un amen” — che amava usare quando qualcosa accadeva in un tempo brevissimo. Quando gli facevo notare quella scelta, arrivava puntuale la sua spiegazione, metà ironia e metà lezione di mestiere: “Usando amen risparmi un sacco di battute.”

    “La sintesi non è un limite ma una forma di rispetto: per il lettore e per la lingua.”

    Era il suo modo semplice e diretto per ricordare che scrivere bene significa togliere il superfluo, scegliere le parole giuste e lasciare che siano i fatti a parlare.

    Il suo rigore sulla lingua italiana era quasi granitico. Se ti scappava un qual’è con l’apostrofo o se non conoscevi la regola della “d eufonica”, partiva subito il richiamo — naturalmente ironico, ma chiarissimo. Perché per lui la cura delle parole non era un dettaglio: era rispetto per il mestiere e per chi legge.

    Con VignaClaraBlog.it il rapporto di Massimiliano Morelli era qualcosa di più di un incarico professionale.

    Fabrizio e io lo conoscemmo nel 2009 e subito gli affidammo la direzione.
    Era molto più giovane di noi, ma ci fece da maestro. Il fratello minore che ne sa più del maggiore.

    Per tutta la redazione, poi, era un punto di riferimento, una presenza discreta ma costante. Quando c’era da sciogliere un dubbio su un titolo, su una frase o su una sfumatura di significato, il confronto con lui diventava quasi automatico.

    Con l’ironia che lo accompagnava sempre, a un certo punto avevamo finito per affibbiargli un soprannome: “Líder Máximo”. Era un gioco di parole che prendeva in prestito l’appellativo storico di Fidel Castro, ma nel nostro caso aveva un significato molto più semplice e affettuoso: líder perché era il nostro punto di riferimento, Máximo perché si chiamava Massimiliano. E anche per quella sua bonaria fisicità, su cui tra noi non mancava mai una battuta.

    Era il nostro modo, sorridendo, per dirgli che per noi rappresentava una guida.

    Oggi, a distanza di un anno, la sua assenza resta difficile da raccontare con le parole giuste. Ma c’è una cosa che succede ancora spesso, lavorando in redazione: capita di rileggere un titolo, accorciare una frase, togliere una parola di troppo. E quasi istintivamente pensare: “questo a Max sarebbe piaciuto”. Oppure il contrario. Fermarsi un attimo e chiedersi cosa avrebbe detto lui.

    Sono piccoli gesti, quasi impercettibili. Ma è anche così che si misura l’eredità di un giornalista.

    L’11 marzo torna ogni anno sul calendario. Ma per chi ha conosciuto e lavorato con Massimiliano Morelli non è soltanto una data. È il ricordo di una persona che ha lasciato un segno profondo nella vita professionale e umana di chi ha avuto la fortuna di incrociare la sua strada: un segno fatto di rigore, passione per questo mestiere e rispetto per le parole.

    Per questo oggi il nostro pensiero va prima di tutto alla sua famiglia — alla moglie e al figlio — con l’affetto e la gratitudine di chi sa quanto Massimiliano abbia dato al giornalismo e anche a questa nostra redazione.

    A noi resta la sua amicizia e la sua lezione

    Averlo conosciuto, aver goduto della sua amicizia e dei suoi insegnamenti è una medaglia che teniamo delicatamente poggiata sul cuore. E ogni volta che scriviamo un titolo, sentiamo nella mente la sua voce che invita a togliere una parola di troppo. Perché — ci dice lui — così si risparmiano battute.

    Claudio Cafasso e Fabrizio Azzali

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