
Comunque andrà, il prossimo 6 marzo si chiuderà un capitolo e se ne aprirà un altro. Stefano Lamma, il papà di Leonardo ne è convinto. Attende con ansia quel giorno. Un giorno che sta aspettando dall’aprile del 2022. Esattamente dal 7 aprile, giorno in cui Leonardo ha perso la vita schiantandosi contro lo spartitraffico di Corso Francia.
Paola Scaglioni, la mamma di Leonardo è più fiduciosa, crede nella svolta nella lunga e dolorosa vicenda dell’inchiesta sulla morte del figlio diciannovenne. Stefano, invece, nutre qualche timore.
Ma, comunque sia, sa che il prossimo 6 marzo – il giorno fissato per l’udienza preliminare – qualcosa succederà. Il Gup – il giudice dell’udienza preliminare – deciderà se esistono le condizioni per rinviare a giudizio i quattro indagati oppure sentenzierà per il non luogo a procedere. Stefano e Paola hanno aspettato quattro anni ed affrontato un tortuoso percorso per arrivare sin qui.
Le indagini, gli indagati
Due richieste di archiviazione del PM che ha indagato, entrambe respinte dal Gip, uno scontro tra toghe finito davanti alla Suprema Corte e risolto con il cambio della guardia nell’ufficio del giudice per le indagini preliminari.
Il nuovo Gip che disponeva il cambio del perito, nuove indagini, con l’indicazione puntuale del percorso da seguire e, infine, l’iscrizione sul registro degli indagati di Barbara Luciani, all’epoca comandante del XV Gruppo della Polizia Locale, di Andrea Ruggieri, all’epoca dirigente del Simu (Dipartimento Sviluppo Infrastrutture e Manutenzione Urbana del Comune di Roma), di Luigi Romano, responsabile dei lavori eseguiti da Acea ATO2 sul tratto di Corso Francia e di Maurizio Del Proposto, responsabile della Impresa Idrica Nord Scarl che ha eseguito i lavori di ripristino del manto stradale.
Tutti devono rispondere di condotte colpose e negligenti. Per la Procura, omettevano di verificare la corretta esecuzione dei lavori e consentivano di rimuovere le transenne che segnalavano il danno stradale. Condotte colpose tra loro indipendenti che hanno concorso a cagionare la morte di Leonardo Lamma, nel pomeriggio del 7 aprile del 2022.
Quattro alti dirigenti chiamati a difendersi da accuse circostanziate che il PM si è deciso a formulare smentendo le sue due precedenti richieste di archiviazione.
Stefano Lamma: “Quattro anni sono tanti. Troppi”
Con quale animo la famiglia Lamma affronta questo appuntamento tanto atteso e per il quale ha dovuto sopportare tante frustrazioni?
Lo abbiamo chiesto a Stefano.
“Stato d’animo combattuto. Da parte mia c’è un po’ di angoscia, perché non si sa come andrà a finire. Molto probabilmente si andrà a processo, data la valanga di prove raccolte in questi quattro anni, però nutro qualche timore. Mia moglie è più sollevata, quasi serena.
Si apre un’altra pagina. Sono stati quattro anni di sofferenza, di angosce, di fatiche: lei è fiduciosa che si possa andare avanti nella ricerca della verità su quel che è accaduto quel pomeriggio. Quattro anni sono tanti. Troppi, viste le prove accumulate, le testimonianze, le evidenze. Non doveva andare così. Si doveva chiudere prima”.
La Procura ha ribaltato la propria posizione…
“Sì, ha totalmente ribaltato le sue decisioni iniziali. Il Gip, visionate le carte raccolte, è rimasto molto perplesso sulla conduzione delle indagini e sulle numerose omissioni dell’inchiesta. Si è reso conto delle lacune dell’indagine ed ha costretto il PM a cambiare perito, oltre alla polizia giudiziaria. A condurre questa ultima tornata di indagini sono stati i carabinieri e non più i vigili urbani e il nuovo consulente ha totalmente modificato l’impostazione del perito delle fasi iniziali dell’inchiesta.
Leonardo ha perso il controllo della moto non per imperizia ma perché c’era un rattoppo stradale mal eseguito e non segnalato. Nel corso di questa seconda tranche dell’indagine è emersa la presenza di un furgoncino che ha ‘stretto’ Leonardo contro il cordolo, facendogli perdere completamente l’equilibrio, togliendogli la via di fuga.
Spartitraffico che le ultime indagini segnalano come non a norma. Non è chiaro perché e spero che durante il processo si faccia chiarezza anche su questo aspetto”.
L’autista del furgoncino non sarà presente all’udienza preliminare…
“Non si è capito. Probabilmente, poiché è entrato nell’inchiesta in una fase successiva delle indagini, hanno voluto lasciargli il tempo di prepararsi. Da quel che sappiamo l’autista non si è reso conto di aver tagliato la strada a Leonardo”.
Per ben due volte il PM ha chiesto l’archiviazione. Non è così frequente…
“Sì, davvero un’anomalia. È iniziato tutto male, ignorando l’esistenza della toppa ed imputando a Leonardo la responsabilità dell’incidente in cui ha perso la vita. Da quella toppa ignorata, le indagini sono andate avanti oscurando l’elemento centrale di quell’incidente.
Eppure, diversi motociclisti ci hanno contattato per segnalare che anche loro nei giorni precedenti il 7 aprile avevano rischiato di cadere su quel rattoppo. Volevano testimoniare e non sono stati sentiti”.
Nella convocazione dell’udienza preliminare si torna ad insistere sull’andatura della moto di Leonardo: 75 chilometri orari.
“Mi lascia perplesso. I nostri periti sono convinti che non andasse ad una velocità superiore ai 60 orari, anche perché Leonardo si è avvicinato alle auto ferme a un semaforo che era appena diventato verde. Dunque, doveva per forza aver rallentato”.
Sulle strade di Roma si continua a morire, molti sono giovani. Sembra quasi che tutte queste croci lascino indifferenti i loro coetanei e anche gli adulti che dovrebbero provvedere alla sicurezza. Quale insegnamento si può ricavare dal lutto che vi ha colpiti e dalla successiva vicenda giudiziaria?
“L’insegnamento è quello della NON impunità per chi, anche in maniera colposa e per negligenza, arreca un danno ad altri. E nel caso di mio figlio il danno è stato la perdita della vita. Un danno definitivo.
Secondo la convocazione dell’udienza preliminare, dopo quattro anni di indagini, ci sono stati comportamenti omissivi da parte di alcuni soggetti che hanno contribuito a causare la morte di Leonardo. Ecco, la lezione che si ricava è che da oggi in poi non ci si potrà più voltare dall’altra parte e fingere che nulla sia accaduto.
Chi ha nelle proprie mani il benessere della collettività se ne deve prendere cura. Altrimenti sarà chiamato a rispondere dei danni arrecati. Io spero che questo processo, se processo sarà, serva a questo: a educare ad una maggiore attenzione per il bene pubblico, lo spazio collettivo. L’atteggiamento è di grande superficialità ed indifferenza; se queste persone che hanno la nostra vita nelle loro mani non vengono punite, sanzionate per le loro omissioni, la nostra sicurezza continuerà ad essere messa a rischio”.
Vi augurate dunque che sia un processo-bandiera?
“Lo spero e spero anche che emerga tutta intera la verità, perché Leonardo non merita di essere trattato come un ragazzo avventato. Perché non era avventato e nel nome di Leonardo chiediamo che ci sia più rispetto e maggior senso di responsabilità”.
Un processo simbolo in cui per la prima volta in maniera esplicita sul banco degli imputati potrebbe esserci la gestione delle strade di Roma, la manutenzione, la cura…
“Soprattutto questo. Anche Graziella Viviano punta su questo. La leggerezza c’è stata non solo nella pessima esecuzione dei lavori di rattoppo, ma anche nella rimozione delle transenne che segnalavano un danno alla strada.
Perché sono state portate via se l’asfalto era ancora in quelle pessime condizioni? Solo per consentire una maggiore fluidità al traffico? Leggerezza certo, ma forse anche del dolo, perché la sera stessa dell’incidente sono corsi a rifare l’asfalto e cancellare le tracce del rattoppo. Hanno aspettato dieci giorni per procedere e poi, qualche ora dopo la morte di mio figlio, sono intervenuti”.
Leonardofiglioditutti
Sapremo se si farà il processo alla manutenzione stradale della Capitale solo dopo il 6 marzo, alla vigilia del quarto anniversario della morte di Leonardo Lamma.
I suoi genitori, nel frattempo, hanno dato vita all’associazione “Leonardofiglioditutti” con due obiettivi soprattutto.
Il primo, fare campagne serrate per la sicurezza stradale, affiancati dai tanti genitori che purtroppo a Roma si sono visti strappare i figli sull’asfalto; il secondo, dare un aiuto, un sostegno alle famiglie alle prese con le conseguenze giudiziarie degli incidenti costati la vita ai loro ragazzi.
Rossana Livolsi
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