
La chiusura del minimarket di via Orti della Farnesina, disposta in questi giorni dalla Questura dopo l’ennesima vendita di alcol a minori, riaccende un allarme che a Roma Nord non si è mai davvero spento.
La notizia non ha però sorpreso chi conosce la vita notturna della zona. Perché quella di oggi non è una storia isolata, ma l’ultimo capitolo di un copione che, da anni, si ripete uguale.
Alcol a minori, un copione che si ripete
A Ponte Milvio il confine tra divertimento e illegalità è sempre stato sottile. I controlli ci sono, le sanzioni pure, ma le violazioni tornano ciclicamente.
Andando indietro di poco tempo, a maggio di quest’anno è stata sospesa la licenza per dieci giorni a due locali di zona (uno in via Flaminia 496 e l’altro in via Riano 27) mentre solo un mese prima – siamo ad aprile 2025 – un sedicenne viene soccorso in strada per grave intossicazione alcolica.
Andando ancora a ritroso di pochi mesi, a novembre 2024 un bar di via Flaminia (lo stesso al quale pochi giorni fa sono stati messi i sigilli per liti, schiamazzi e degrado) viene chiuso dalla Questura per sette giorni. Motivo? Vendita di alcol a minori.
Ma non è tutto. Fra ottobre e dicembre 2023, in via Riano, ai titolari di due bar viene disposta la chiusura temporanea dei loro locali per aver venduto shottini a minorenni.
Fermiamo la nostra carrellata a maggio 2022 quando un blitz dei Carabinieri scopre sei locali fuori regola, due di questi per lo stesso annoso motivo: alcol a minori.
Sette casi in tre anni. Che i proprietari siano italiani (nei casi di bar) o stranieri (minimarket), che siano piccoli negozi o locali più grandi, la sostanza non cambia: in un’area ad altissima concentrazione di bar e pub, dove ogni weekend arrivano centinaia di ragazzi, il rispetto delle regole diventa spesso un dettaglio.
Il cuore di una movida irrequieta
Ponte Milvio è il simbolo della movida di Roma Nord. È il luogo dei selfie sul ponte, delle serate tra amici, dei locali che restano aperti fino a tardi. Ma è anche un quartiere residenziale, con famiglie, anziani e bambini che ogni notte convivono con il rumore, i vetri a terra e le bottiglie abbandonate sui marciapiedi.
La vendita di alcol ai minori, in questo contesto, rappresenta il punto di frizione più grave.
Da un lato ci sono gli esercenti, che si difendono sostenendo di non poter controllare l’età di tutti; dall’altro le forze dell’ordine, che moltiplicano i controlli ma si scontrano con un fenomeno radicato e diffuso.
In mezzo, c’è una generazione di adolescenti che considera la birra o il cocktail un passaggio obbligato della socialità, un simbolo di appartenenza al gruppo, anche quando la legge lo vieta.
Il prezzo della leggerezza
La vendita di alcolici ai minori non è una semplice infrazione amministrativa: è un reato, previsto dall’articolo 689 del Codice penale. Ma soprattutto è un problema di salute pubblica.
Gli esperti ricordano che il consumo precoce di alcol può compromettere lo sviluppo cerebrale, favorire comportamenti a rischio e, a lungo termine, creare dipendenze.
Dietro ogni bottiglia venduta senza controllo c’è una fragilità che si alimenta: quella di ragazzi spesso poco consapevoli e di adulti che preferiscono chiudere un occhio pur di non perdere un cliente.
E quando la leggerezza diventa abitudine, l’illegalità smette di sembrare tale.
Un quartiere diviso
I residenti, da parte loro, denunciano da anni la deriva della zona. Le segnalazioni arrivano con regolarità, col Comitato “Abitare Ponte Milvio” sempre in prima linea.
Ogni nuova chiusura temporanea viene accolta come un successo, ma dura lo spazio di pochi giorni: poi tutto torna come prima.
Molti cittadini lamentano l’assenza di controlli sistematici e il fatto che le sospensioni di licenza, spesso di una sola settimana, non abbiano un reale effetto deterrente. “Non basta chiudere un locale per qualche giorno” dicono.
A detta di molti andrebbe invece applicata rigidamente la legge che punisce a titolo di reato la vendita di bevande alcoliche a minori 16 anni. La violazione può comportare una pena detentiva fino a un anno e una sanzione amministrativa da 1.000 a 25.000 euro in caso di recidiva, con la sospensione dell’attività per tre mesi.
È importante notare che la responsabilità penale non richiede la consumazione effettiva da parte del minore, ma si concretizza al momento della somministrazione. “Insomma – dicono alcuni – la legge c’è, serve che venga applicata”.
Cosa serve davvero
Ma la carrellata sul fenomeno alcol a minorenni a Ponte Milvio mette in luce un problema che va oltre la singola sanzione. È una questione culturale, prima ancora che di ordine pubblico.
Sì, servirebbero controlli più frequenti e duraturi, ma anche una maggiore responsabilità da parte dei titolari dei locali, che dovrebbero essere i primi a tutelare la propria reputazione.
E servirebbe una campagna di educazione rivolta ai giovani, alle scuole e alle famiglie, per spiegare che il divertimento non passa necessariamente per una bottiglia.
Alcune associazioni hanno proposto da tempo progetti di “movida responsabile”: iniziative che uniscano intrattenimento, musica, socialità e regole chiare. Un modello che in altre città europee ha già dato risultati, ma che a Roma fatica a decollare.
Una battaglia lunga
La chiusura del minimarket di via Orti della Farnesina dimostra che la lotta contro la vendita di alcol ai minori è ancora tutta da vincere.
Le chiusure, le multe e le ordinanze restano strumenti importanti, ma da soli non bastano. Serve una visione di lungo periodo che coinvolga istituzioni, esercenti, residenti e giovani.
Perché ogni bottiglia venduta a un minorenne non è solo una violazione di legge: è un segnale di resa, un passo indietro nella costruzione di una convivenza civile.
E se è vero che Ponte Milvio è una delle piazze più vitali e simboliche di Roma Nord, allora da qui – da questo incrocio di luci, locali e storie – dovrebbe anche partire una riflessione collettiva sul tipo di città che vogliamo essere, su quale tipo di città vogliamo lasciare ai nostri figli.
Claudio Cafasso
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Cosa dire del fatto che in occasione delle partite, quando è vietata la vendita di alcool e di bottiglie in tutti i locali della zona, in mezzo alla piazza si vedono frotte di abusivi che girano con la carriola(!) piena di bottiglie di alcolici che vendono impunemente alla luce del sole senza controllo alcuno?
Il tappeto di bottiglie che gli eroici operatori dell’AMA sono costretti a ripulire a ogni giornata di campionato o di coppa da qualche parte arriverà ed è difficile pensare che siano tutte portate da casa.
Ponte Milvio é in balia della criminalità organizzata e degli ultras delle due squadre romane e anche di altre.
Centinaia di ubriachi e drogati molesti ( praticamente la stessa cosa) fanno un casino molto disturbante tutta la notte.
Gli ultras, prima e dopo le partite, non solo si ubriacano, impediscono alle auto di attraversare piazzale Ponte Milvio e lasciano un tappeto di cocci, ma fanno esplodere decine di vere e proprie bombe carta, i cui scoppi si sentono fino al Trionfale…
I cittadini della zona devono essere cittadini di un Dio minore se sono costretti a sopportare tutto questo da tanti anni.
Anche lo Stato deve essere uno Stato da terzo mondo se non riesce a fermare ed eliminare definitivamente questo schifo…
“servirebbe una campagna di educazione rivolta ai giovani, alle scuole e alle famiglie, per spiegare che il divertimento non passa necessariamente per una bottiglia.”
Certo, ma seria, educazione civica seria, con ore di lezione sufficienti con interrogazioni e voti e se sono bassi, bocciati!
I genitori dei minorenni che comprano e bevono alcolici e poi rincretiniti dall’alcol creano problemi o ammazzano la gente correndo in auto (le macchinette) vanno multati pesantemente per migliaia di euro altro che cavoli…
‘Sta storia deve finire o la città diventa peggio di una fogna…
tutto dovrebbe cominciare dai genitori. e’normale che ragazzi di 14/15/16 anni possano girare liberamente fino alle tre della notte? E’molto facile dare la colpa della mancata educazione ai commercianti che vendono alcolici (che siano bravi o fuorilegge). i ragazzi si organizzano comprano al supermercato lo portano da casa la bottiglia dei genitori se lo fanno prendere dai maggiorenni,siamo stati tutti ragazzi non è difficile. si dovrebbe punire anche chi beve perché è a loro proibito
Ha ragione l’autore dell’articolo a dire che dovremmo riflettere su quale tipo di città vogliamo lasciare ai nostri figli…io aggiungerei su quale tipo di paese vogliamo lasciargli.
Oggi i giovani non vengono più educati in famiglia: l’educazione richiede troppi sacrifici e troppe rinunce ma soprattutto l’ESEMPIO! Dopo averli ubriacati di ogni libertà e di tutti i diritti ma di nessun DOVERE non sappiamo più che pesci pigliare se non ricorrere alla ridicola motivazione del “disagio giovanile”. Perfino Paolo Crepet, sempre disponibile nei confronti dei giovani ha detto: “Siamo andati oltre…”. Stiamo diventando un paese che assomiglia sempre più al paese dei nostri migliori alleati: una nazione che naviga in un brodo di violenza, alcol, droga.
Decisamente più pesanti e buie, comunque scene da “Ritorno al Futuro”…..parole dette e ridette, scritte e riscritte decine e decine (forse centinaia) di volte….
Sembra di essere ancora a quindici anni fa, ai primi anni del secondo decennio 2000, altre Giunte Municipali, ma anche la stessa di oggi.
La settimana scorsa ho preso in carico l’archivio cartaceo del Comitato Abitare Ponte Milvio (finora tenuto egregiamente da una cara amica componente del Direttivo da sempre).
Dentro carte e carte che parlano di:
– movida (quella “mala” di Ponte Milvio),
– invasione barbarica per gli eventi calcistici allo Stadio Olimpico,
– alcol e droga a Ponte Milvio,
– criminalità infiltrata nei più profondi gangli e che controlla la “vita” dell’area (ma guai a dirlo, si macchia il buon nome del Piazzale di Ponte Milvio e di tutta Roma Nord).
E poi, gli articoli e i commenti su VignaClaraBlog, le proposte innumerevoli inviate, inutilmente, al Municipio XX, poi e tuttora XV, le accesissime polemiche con Presidenti e Assessori dell’epoca (per alcune consiliature gli stessi di adesso), l’inesistenza di provvedimenti coraggiosi e l’inutilità dei miseri vagiti di facciata emessi qua e la.
Le Forze dell’Ordine che intervengono a campione, con la ridicola conseguenza di chiusure degli esercizi per una manciata di giorni, dopodichè si ricomincia pareggiando in una sola serata le perdite di quelle di chiusura.
Le orde barbariche indisturbate padrone del campo, loro assegnato con criteri equi di spartizione tra opposte “tifoserie” (più propriamente “criminalità”), senza minimamente considerare che in quel “campo” ci vivono cittadini che, fino a prova contraria, godono dei diritti sanciti dalla nostra Costituzione.
Ma concentriamoci sui giovani. Di quest’altra intollerabile emergenza, anche se faccia della stessa medaglia, ne riparleremo.
Dunque gli adolescenti per i quali lancia l’appello Claudio Cafasso. Ai miei tempi i dodicenni erano ancora considerati bambini.
C’è poco da dire: non li tuteliamo, non li educhiamo, non pensiamo alla loro salute né fisica nè mentale, non siamo minimamente interessati al loro futuro (che poi sarebbe il futuro di questo trasandato e negletto Paese).
Non offriamo loro esempi decenti, viceversa ci camuffiamo grottescamente per loro “amici”, azzerando le specificità dei ruoli sui quali si impostano rapporti onesti, trasparenti e autentici (l’ho scritta complicata, ma evidentemente mi riferisco ai genitori).
E poi quali opportunità di tempo libero e svago e interessi culturali (tre condizioni esistenziali importantissime nella formazione dell’individuo) abbiamo apparecchiato per loro o, ancora meglio, quali spazi di diretta inclusione abbiamo lasciato alla loro fantasia affinchè possano organizzare loro stessi il loro tempo in modo creativo e innovativo?
Quale città – complessivamente parlando, materiale, di servizi, di significati, di valori – abbiamo costruito per loro?
Il deserto, ma neanche. Anzi quello sarebbe stato persino da preferire.
Viceversa, la scena urbana nella quale sono costretti a bruciare la loro vita testimonia il totale abbandono e la mancanza di cura, li adesca con l’alcol in libertà e la droga incontrastata facendoglieli trovare entrambi puntualissimi negli spazi della loro aggregazione giovanile (le piazze dello spaccio e dello sballo).
Stiamo irresponsabilmente costruendo la perdita delle diverse età della loro vita (se poi parliamo del futuro che hanno in prospettiva infatti….).
C’è di che essere orgogliosi della società disumanizzata che siamo riusciti a edificare per loro, dopo avere bulimicamente consumeto tutto il consumabile.
Le responsabilità sono molte e molto ben distribuite.
Qui, anche per riconnettere il discorso con i ricordi evocati all’inizio del commento, desidero limitarmi a quelle “pubbliche”.
Anche perchè chi gestisce la “cosa pubblica”, a voler essere precisi, forse porta (dovrebbe portare e consapevolmente) un “sacchetto” in più di responsabilità sulle proprie spalle.
La domanda, dunque, è una sola: dove è lo Stato?
Oppure, ancora meglio, quali sono i principi e i valori che questo Stato persegue e intende tutelare?
Utilizzo il termine “Stato” per sinteticità, evitando, quindi, il solito rosario che va dai Municipi, al Comune, alla Regione e via salendo – e scendendo a ritroso – per questa dolorosa scala di inefficienza, pressapochismo, inadeguatezza e cialtroneria.
Intanto i mali – e che mali!!! – incancreniscono.
L’alternativa è decisamente stretta: o si tratta di incapacità manifesta o di precisa visione e determinata scelta.
Non c’è spazio per una terza opzione, esclusa quella (quasi lapalissiana) della compresenza di entrambe allegramente a braccetto.
Le circostanze testimoniate dalla scena persino squallida nella sua tragicità, tale e quale a vent’anni fa, anzi peggiorata per la progressione geometrica di locali e localetti improbabili e supermercatini del riciclo aperti nel frattempo con tanto di regolare licenza (nonostante ci fossimo instancabilmente sgolati a chiedere uno stop) mi autorizzano ad esporre una simile conclusione.
Lo confesso, oltre che fortemente amareggiato e disgustato, sono gramscianamente indignato di fronte alla devastante gestione di questa città, fatta solamente di proclami e insopportabili tagli di nastro con fasce tricolori o bicolori, a seconda del ruolo, in occasione di inutili inaugurazioni che servono solamente ad autocelebrare se stessi. Mentre, a pochi metri di distanza, si fa finta di non vedere il degrado, non solo materiale, imperante.
Questo Municipio è attualmente governato da una Giunta che vede al suo interno molte delle stesse persone di dieci anni fa, anche se in Assessorati diversi da allora.
In quegli anni, messi alle strette, ogni tanto pronunciarono, con alte parole, flebili promesse di misure e di interventi adeguati che mai si videro.
E oggi? Oggi non rimangono neanche gli spazi minimi di confronto o di semplice interlocuzione, quale ad esempio la Consulta dei Comitati di Quartiere ormai persa nelle nebbie di via Flaminia 872.
Mi chiedo se è rimasta, ammesso che ci sia mai stata, la consapevolezza della gravità di questa emergenza che non solo sta annientando il presente, ma proietta la sua scurissima ombra sul medio e lungo, lunghissimo periodo.
Come allora, e sempre nel corso di questi anni, torno a sostenere il principio della partecipazione, perchè solamente insieme cittadini e amministratori possiamo tentare una inversione di tendenza e un radicale cambio di passo.
O, piuttosto, si pensa di poter continuare a vivacchiare con i propri piccoli cabotaggi guidati dalla visione corta della permanenza in Municipio o, massima aspirazione, approdare a Piazza del Campidoglio?
Sarei felice ad essere smentito pubblicamente su questo stesso blog e messo di fronte a mille esempi virtuosi e concreti di iniziative assunte, tutte vincenti e produttrici di esiti eclatanti.
Intendo dire “fatti” e non le solite chiacchere.
Paolo Salonia
Portavoce Comitato Abitare Ponte Milvio
Chi abita, come me, nel cuore della “movida” di Ponte Milvio ha riscontri quotidiani dell’allarme che ancora una volta ci ripropone VCB. Un allarme che incontra la condivisione di tanti cittadini che si sentono, però, inermi rispetto al reiterarsi di questi veri e propri attentati alla salute pubblica di una generazione.
Paolo il portavoce del Comitato abitare Ponte Milvio, giustamente, richiama nel suo commento il ruolo dello Stato; e dopo aver chiarito che lo Stato agisce nelle sue varie articolazioni a partire dal Municipio, si domanda come si intende perseguire il valore della tutela della salute dei giovani prima che tutto si incancrenisca definitivamente.
Io provo ad essere più ottimista.
Noi cittadini come il Municipio abbiamo il dovere di concepire a livello territoriale qualcosa di più oltre la sacrosanta attività di repressione, (che ci auguriamo sempre più mirata ed efficace). Un’azione preventiva.
E ci domandiamo: qual è l’azione del Municipio rivolta ai giovani per favorire una modalità di aggregazione che non si riduca solo nell’esser seduti nei locali di fronte a una birra o a un superalcolico.
Ci sono luoghi d’incontro pubblici in cui abituarsi al dialogo e all’attenzione verso la realtà sociale ? C’è un piano del Municipio per facilitare e sostenere un’attività del genere rivolta ai giovani?
Ad esempio, nel mercato di via Riano da tempo il Municipio dispone di uno spazio già attrezzato per incontri e attività sociali; perché non si riesce a farlo decollare e costituire luogo d’incontri per giovani, associazioni, categorie professionali e altro?
Il Municipio, il Presidente la Giunta e il Consiglio, hanno avuto mandato dai cittadini elettori di risolvere una serie di problemi. Sarebbe ora che ci palesassero se ritengono una loro missione occuparsi concretamente del disagio giovanile? e cosa è stato sinora concepito e fatto per il loro tempo libero?
Credo che possano confidare, se vogliono nella interlocuzione con cittadini e Comitati di quartiere.
E per cominciare si può provare a rispondere alle varie problematiche che VCB presenta.
Dove? Ma sulla stessa rubrica che segnala il problema! La presenza sui giornali online con risposte e dichiarazioni su quanto il Municipio fa o non si fa sul tema segnalato costituirebbe una valida opportunità per informare i cittadini. Vista anche la ridotta partecipazione alle sedute del Consiglio e la mancanza di altre forme di incontro con i cittadini.