
Aveva ragione mia nonna, oggi buonanima, quando diceva la frase romana “quanno ce stanno troppi galli a cantà nun se fa mai giorno”.
In realtà ho sempre fatto caso alla veridicità di questo assioma della sora Peppina, ma ieri sera ne ho avuta l’ennesima conferma (quelli che usano l’italiano come se tenessero fra le dita le bacchette cinesi per mangiare gli spaghetti direbbero “piena contezza”) nel corso di una riunione utile per realizzare un evento particolare dedicato a un eterno ragazzo morto di tumore alcuni mesi fa.
Fra gli astanti, colpisce la presenza di chi arriva in ritardo e, senza sapere ciò che s’è deciso fino a quel momento, comincia a sbuffare, storcendo la bocca come fanno quei bambini costretti a mangiare la minestra d’una mamma che insiste con la pappa che il pupo rifiuta senza soluzione di continuità. Senza chiedersi il motivo, obbligando il pargolo a ingurgitare cucchiai di un primo piatto insipido accompagnato dal refrain “pensa ai bambini del Biafra”.
Il tipo in questione arriva, si siede, sbuffa, digrigna i denti, viene infastidito da qualsiasi proposta e direbbe “questo non va bene” anche se venisse sussurrata la domanda “ve lo preparo un caffettino?”.
Domande di fila, cui s’aggiunge anche l’inevitabile esclamativo: “Ma questo che lo facciamo a fare?”; “Perché questa scaletta?”; “Avete le autorizzazioni?”; “Ma scusa, quella cosa perché non la portate voi?”; “Ah, intesi, io non metto una lira”.
Insomma, alzi la mano chi a una qualsiasi riunione, da quella d’un Cda a quella di condominio, non abbia avuto a che fare con l’insoddisfatto di turno. Quello che ogni volta che mugugna fa tornare alla mente lo spot di Carosello in cui protagonista era Giampiero Albertini, il capofamiglia degli “Incontentabili”.
Massimiliano Morelli
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