
Per anni abbiamo pensato che Google fosse una specie di biblioteca infinita: fai una domanda, ti indica gli scaffali giusti e poi sei tu a scegliere quale libro aprire.
Un sistema semplice, lineare, quasi naturale.
Oggi però quella biblioteca sta cambiando.
Sempre più spesso, invece di indicare gli scaffali, qualcuno ti consegna direttamente un foglio con la risposta già pronta. Senza dirti bene da dove arriva, senza farti vedere il percorso, senza lasciarti scegliere davvero.
Dalla ricerca alle risposte automatiche
È questo il cuore della polemica nata negli Stati Uniti, dove alcuni grandi editori accusano Google di usare i contenuti dei siti per alimentare le risposte automatiche generate dall’intelligenza artificiale. Risposte che compaiono direttamente nella pagina dei risultati e che, di fatto, riducono la necessità di cliccare sugli articoli.
Il problema non è tecnologico.
Il problema è culturale.
Perché quando smettiamo di cliccare, smettiamo anche di verificare.
Quando ci fermiamo alla prima risposta, rinunciamo al confronto tra fonti diverse.
E quando rinunciamo al confronto, rinunciamo anche a capire chi ha scritto cosa, con quale competenza, con quale responsabilità.
Il rischio di un’informazione senza autore
Il rischio è che l’informazione diventi una specie di riassunto universale: veloce, comodo, apparentemente preciso, ma senza volto e senza autore.
Un’informazione senza contesto, senza responsabilità e, spesso, senza verifica.
È qui che entra in gioco il lettore.
Perché oggi, più che mai, la qualità dell’informazione dipende anche da chi la legge.
Cliccare su un articolo, confrontare due fonti, verificare chi firma un pezzo, capire se un sito è affidabile: sono gesti piccoli, quasi invisibili, ma fondamentali.
Il ruolo di chi legge
La velocità non può diventare l’unico criterio.
Una risposta immediata non è automaticamente una risposta corretta.
E soprattutto non è detto che sia la più completa, la più equilibrata o la più credibile.
Internet è nato come uno spazio di pluralità, non come una risposta unica per tutti.
Se rinunciamo a quella pluralità, rinunciamo anche alla qualità dell’informazione.
E a quel punto il problema non sarà più solo degli editori.
Sarà di tutti.
Fabrizio Giorgio Azzali
Digital publishing strategist
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