Home CRONACA Grottarossa, suore vs Campidoglio due a zero

Grottarossa, suore vs Campidoglio due a zero

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Galvanica Bruni

A Grottarossa c’è una piccola porzione di verde che molti frequentano senza farci troppo caso. È dentro il perimetro del parco Papacci, oggi usata anche come area cani, a ridosso della proprietà della Congregazione delle Suore Apostole del Sacro Cuore, che ha una delle sue sedi storiche in via di Grottarossa, al civico 301.

Parliamo di poco più di dodicimila metri quadrati. Non una distesa infinita, ma neppure un fazzoletto. Soprattutto: non è terreno comunale. O meglio, non lo è mai diventato davvero, almeno dal punto di vista giuridico. E proprio da qui nasce una vicenda che affonda le radici addirittura nei primi anni Ottanta.

Nel 1981 il Comune avviò una procedura di “occupazione d’urgenza” per quell’area verde, con l’obiettivo di inserirla stabilmente nel sistema dei parchi pubblici. L’occupazione però, negli anni, non si è mai tradotta in un vero passaggio di proprietà: niente decreti di esproprio completati, nessun atto definitivo che chiudesse formalmente la partita.

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Il risultato? Un’area utilizzata come se fosse pubblica, ma che sulla carta resta privata.

Le suore, dopo una lunga sequenza di tentativi e contestazioni, hanno deciso di portare la questione davanti ai giudici amministrativi. Il punto, per loro, è semplice: o il Comune restituisce il terreno, oppure lo acquisisce regolarmente, pagando il suo valore e gli indennizzi dovuti per tutti questi anni di utilizzo.

Il Tar ha dato loro ragione. Una prima volta. E poi una seconda.

Nel primo giudizio i magistrati hanno respinto anche il tentativo del Campidoglio di invocare l’usucapione, cioè l’idea che il possesso protratto nel tempo potesse sanare la situazione. Al contrario, dalle carte emergeva come la proprietà avesse continuato a contestare l’occupazione, avviando iniziative legali e amministrative per tutelare i propri diritti.

Ancora più netto il giudizio sulla condotta dell’amministrazione: per i giudici si configura un’occupazione senza titolo, con una responsabilità chiara legata alla mancata conclusione di una procedura espropriativa vera e propria e alla gestione poco diligente degli accordi intercorsi negli anni.

In sostanza, il Tar ha messo il Campidoglio davanti a una scelta obbligata: o restituisce l’area risarcendo il danno, oppure la acquisisce formalmente, seguendo finalmente la procedura prevista dalla legge e pagando quanto dovuto.

Partita chiusa? Neanche per idea.

Dopo quella sentenza, infatti, non è accaduto nulla di concreto. Nessun atto conclusivo, nessuna regolarizzazione, nessuna soluzione operativa. Così la Congregazione è tornata davanti al Tar con un nuovo ricorso, chiedendo l’esecuzione della decisione precedente e ulteriori ristori per il tempo trascorso inutilmente.

I giudici hanno accolto la richiesta principale, certificando senza troppi giri di parole un “palese inadempimento” da parte del Comune. Sulla parte economica, invece, il Tar ha preso atto di una relazione interna dell’amministrazione che parla di assenza di fondi disponibili per procedere all’acquisizione dell’area. Tradotto: la volontà ci sarebbe, ma le risorse no.

Resta però un dato incontestabile: il problema non può più essere rinviato all’infinito. Con l’ultima pronuncia, il Tribunale ha assegnato al Campidoglio un termine preciso: novanta giorni per rimettere ordine a una situazione che dura da oltre quarant’anni.

Nel frattempo, quell’area di parco continua a essere vissuta quotidianamente dai residenti, come se fosse pienamente pubblica. Ma sotto la superficie di una normalità apparente, resta aperta una vicenda che racconta molto — forse troppo — di come, a Roma, anche le questioni più semplici possano incagliarsi per decenni tra carte, inerzie e responsabilità mai davvero assunte.

Due a zero per le suore, per ora. La palla torna al Campidoglio. E il cronometro, questa volta, corre davvero.

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