
C’è un giovane intraprendente, amante del mare, della vela e del cinema.
C’è una bella ragazza, travolgente, dinamica, che gestisce un banco nel mercato rionale di Ponte Milvio.
C’è ‘Reginella’, una barca unica nel suo genere, capace all’occorrenza di diventare un’alcova.
E c’è… ma non diciamo altro, tranne che questo racconto inedito di Michele Chialvo, giornalista 77enne residente a Vigna Clara, si intitola “…quegli spaghetti alle arselle con Grace” e che il nostro amico ha deciso di regalarlo ai lettori di VignaClaraBlog.it.
Quegli spaghetti alle arselle con Grace
È venerdì, è il 6 giugno. Ho aperto l’agenda per organizzarmi la settimana e m’è caduto l’occhio sul santo del giorno. Santa Grazia. Lei, però, la chiamavamo tutti Grace.
La nonna era una sarta di Cinecittà e aveva conosciuto e vestito Grace Kelly in un paio di film. E lei l’aveva voluta a Monaco, al matrimonio con Ranieri, per i ritocchi finali ‘addosso’ del mitico abito che la MGM aveva fatto realizzare per lei dalla migliore costumista di Hollywood.
Era stata anche in chiesa ed era diventata, la nonna, il mito di tutta parentela. Ma aveva avuto solo tre figli maschi e quindi il rimpianto di non aver potuto chiamare una figlia come la ‘sua’ principessa’.
Quando al figlio maggiore, dopo un primogenito maschio, è nata una femmina, tutta la famiglia aveva dato per scontato che fosse nata finalmente Grace. Solo che all’anagrafe il nome Grace non l’avevano accettato. E così sui documenti c’era scritto Grazia.
Il padre era un grossista di frutta e verdura, ma aveva anche un importante banco al mercato di Ponte Milvio. Riforniva mezza Roma Nord. Il venerdì io facevo la spesa lì, ma ci andavo soprattutto per lei. Mi piaceva da morire, ma non trovavo mai il momento giusto per dirglielo.
Quel venerdì avevo già deciso di passare il week end a Santa Marinella e non avevo molto da comprare, ma avevo voglia di chiacchierare con lei delle nostre due passioni, il cinema e la vela. Io, nel cinema, ci lavoravo ormai già da qualche anno e a lei piacevano molto i racconti sul mio lavoro.
La passione per la vela a me l’hanno trasmessa mio nonno e mio padre che non conoscevano altro modo per muoversi in mare. Una sorta di malattia.
Mio nonno l’aveva contratta appiccicandosi ai Pozzolani che risalivano il Tirreno fino a Civitavecchia per pescare in quello che ritenevano il miglior pezzo di mare del mondo e vendere il pesce ai ricchi villeggianti. Ed era stato lui a parlarmi delle manaidi, le barche più veloci che uscivano quando i pescherecci più grandi segnalavano la presenza dei banchi di alici. Appena sono riuscito a mettere insieme un po’ di risparmi me ne sono fatta costruire una, Reginella, da un vecchio maestro d’ascia di Cetara, la patria ufficiale delle alici. La amo perdutamente.
Grace, invece, un’estate che era ospite di una zia a Bracciano, aveva fatto un corso di vela al lido e le era rimasta addosso la passione. Si era comprata un Vaurien di legno, usato, e lo teneva lì. Ci faceva anche delle regate. Quando ci vedevamo, parlavamo dei film di cui mi stavo occupando oppure di strambate, abbattute, virate, andature… e quant’altro ci facesse sentire sbandati al vento.
Quel venerdì di più di vent’anni fa poi avevo fatto da poco le foto della mia meravigliosa Reginella col cellulare che mi aveva dato la produzione del nuovo film. Erano Americani. Un ultimo modello che faceva anche le foto. Utilissimo nel mio lavoro.
Stavo scrivendo la mia prima sceneggiatura, ma nessuno lo sapeva. Ero ancora solo segretario di edizione. Le feci vedere le foto e si entusiasmò. Un po’ di più di quello che mi aspettavo.
Era il primo di giugno. L’indomani era festa. Stavamo parlando -ricordo – dell’euro e della lira che non era ancora fuori corso. E di quanto era complicato rendersi conto ogni volta di quanto stavano aumentando i prezzi. Al banco avevano una specie di calcolatrice proprio per fare la conversione e lei la stava usando per soddisfare un cliente. La guardavo e quando ebbe finito mi uscì quasi senza che me ne accorgessi.
“Stasera vado a Santa Marinella. La barca ce l’ho al porto. Perché domani che è festa non mi raggiungi? Dovrebbe essere maestrale. Se riesci a stare lì verso le dieci, ti porto al Castello di Santa Severa e ti faccio assaggiare gli spaghetti con le telline. Le raccogliamo e le cuciniamo lì. Che dici?”
Mi stava guardando con una strana espressione negli occhi e ci mise un po’ a rispondere.
“E come le cucini? In barca? Non è un cabinato.”
“No. Le cuciniamo sulla spiaggia. In genere è il rito della fine dell’estate, ma per te lo posso anticipare.”
“Fornello a gas tipo campeggio?”
“Esatto. Due. Uno per le telline e uno per l’acqua della pasta.”
“Domani non posso. Ho promesso a papà che lo aiuto. Ma se domenica sei ancora lì, alle nove sono al porto. Noi siamo abituati ad alzarci molto presto la mattina…”
Il sabato l’ho passato a preparare tutto. Ombrellone, poltroncine, grande telo da mare che doveva fare anche da tovaglia, rastrello, fornelli, acqua, sale, aglio, olio, prezzemolo e due ghiacciaie, piatti e posate di plastica. La notte ho dormito pochissimo.
La mattina alle otto e mezza ero al porto e avevo già caricato la barca. Pochi minuti dopo è arrivata una grossa moto. Una donna. Tuta da motociclista e casco integrale, non l’avevo riconosciuta. Si è levata casco e stivaletti, li ha messi in un borsone, e si è messa delle scarpe da scoglio carinissime. La guardavo ammutolito.
“È l’altra mia passione, la moto. Faccio anche le corse in motocross. Per scendere a Roma e arrivare al mercato da Rignano è la soluzione migliore. Avevo una gara oggi, ma gli spaghetti con le telline appena pescate…Salgo?”
“Certo, scusami. Non me l’aspettavo… Ti aiuto… Ok, sei già a bordo… dobbiamo uscire a motore. A vela non si può. Laggiù in fondo, li vedi? Ci sono quelli della capitaneria…”
Com’era previsto era ancora maestrale. Gran lasco, quasi in poppa. Appena a bordo si era levata la tuta ed era rimasta in bikini. Penso che si vedesse molto bene quanto mi piaceva. Sul ponte c’erano dei bellissimi cuscini, ma si è sistemata nel pozzetto di fronte a me, sottovento. Uno schianto…
“Del mio nome ti ho raccontato tutto, ma il tuo? Cary, come Cary Grant?”
“No, non c’entra niente il cinema. La mia nonna paterna era francese e ad ogni festa mi mandava un biglietto di auguri che cominciava sempre con Mon Chéri. È stata la mia sorellina che ha cominciato a chiamarmi Cheri, quando ha cominciato a leggere. Poi hanno preso a farlo tutti… Al lavoro sono tutti convinti che sia Cary, come Cary Grant.”
“Ma il tuo vero nome qual è?”
“Sei sicura di volerlo sapere?”
“Perché”
Ha pure una bellissima risata.
“Cirillo… capisci… Mio nonno era greco…”
“Beh, è un nome originale… la nonna francese e il nonno greco…?
“Famiglia multietnica, sì. La nonna paterna era francese, mio nonno l’aveva conosciuta durante la guerra. Il nonno greco era il nonno materno. Anche loro in guerra. La mamma di mia madre era crocerossina ed era andata in Grecia dopo l’occupazione. Un alto ufficiale greco era stato catturato dagli Italiani e si pensava che potesse avere informazioni preziose. Era ferito gravemente e mia nonna fu incaricata di accompagnarlo a Roma. C’è rimasto e si sono sposati.
“Che bella storia…però peccato che tu non sia Cary, come Grant… Noi due, insieme, avrebbe fatto molto Caccia al Ladro…”
“Ho paura che Santa Marinella, per quanto io la ami, non sia Montecarlo…”
“Sei molto legato a questo posto, vero? Ne parli in continuazione…”
“Guarda laggiù, dietro al porto. La vedi quella grossa costruzione grigia?”
“Ridotta un po’ male…”
“Era una fabbrica importante. Era del nonno di mia nonna, la crocerossina. E’ abbandonata da dopo la guerra. A me è arrivato un buco di casa lì vicino, ma c’è tutto. E io l’adoro perché è a un passo dal porto. Anche a Roma è così. Era proprietario di un villone sulla Camilluccia. A me è rimasto un grosso garage che ho trasformato in miniappartamento.”
Poco più di mezz’ora e siamo dietro al Castello di Santa Severa. Areno la mia manaide sulla sabbia e scarico tutto quello che mi serve. Cominciamo a raccogliere le telline nel bagnasciuga col rastrello e lei impazzisce a vedere quante ce ne stanno.
Le metto in una delle due ghiacciaie e ci metto un po’ d’ acqua di mare con un bicchiere di sale.
“Dobbiamo aspettare un’oretta e mezza che si spurghino. Che vuoi fare?”
“Mi vado a fare una nuotata…”
Apro l’ombrellone e una poltroncina, sistemo tutte le nostre cose attorno, tanto per fare vedere che in quel posto c’è qualcuno e le ghiacciaie le appoggio sopra il telo per non farlo volare. Mi tuffo e cerco di raggiungerla, ma va come un treno. Nuota benissimo.
Non sono un grande nuotatore e me ne torno indietro molto prima di lei. Stendo il telo e mi ci sdraio. Arriva dopo un bel po’ e si sdraia anche lei.
“Non hai paura di scottarti? Non ti sei messa neanche una crema…”
“Non uso creme. Ho una pellaccia; e poi sono già un po’ abbronzata.”
“Diamo un’occhiata…” Mi guarda…
Apro la ghiacciaia delle arselle/telline e qualcuna si è già aperta.
“Ok accendiamo il fornello”. E lei si alza.
Accendo anche l’altro fornello, ci metto la pentola dell’acqua e ci verso dentro le bottiglie. Un po’ d’olio da un barattolino di yogurt chiuso, un paio di spicchi d’aglio a pezzettini, un po’ di prezzemolo tritato e metto le telline in padella. Lei si rimette i suoi sandali e se ne va a fare un giro dietro. Torna quando le telline stanno aprendosi tutte e l’acqua bolle.
“Ci sono degli scavi archeologici là dietro, lo sai?”
“Certo. E’ Pirgy. Era un santuario etrusco e forse anche il porto di Tarquinia. Hanno trovato delle cose molto importanti. Un’iscrizione etrusca che è una delle poche che forse consentiranno di capire com’era la loro lingua. Cinque minuti e mangiamo.”
Scolo la pasta e la ripasso nella padella. Dall’altra ghiacciaia tiro fuori l’Arneis e gliene verso un mezzo bicchiere. Cin, cin. Io levo prima tutti i gusci. Lei ne leva uno per volta e ci arrotola gli spaghetti attorno, con metodo. Un successo. Dice che è la pasta più buona che ha mai mangiato. Il vino è finito. Si sdraia e mi guarda.
“Sinceramente non mi sembra che la tua sia una pellaccia…”
Mi sdraio anch’io. mi prende una mano e se la mette sullo stomaco.
“È bello pieno. Lo senti quanto è dura?”
“A me sembra una pelle bellissima…”
Si gira e mi bacia. Un bacio appassionato, meraviglioso, lunghissimo. Poi si mette sopra di me…
“Andiamo in barca. Qui è rischioso. C’è sempre gente che gira.”
“Beh, in barca non è mica molto diverso…”
“Vedrai.”
Lei è già a bordo e le dico di mettersi più a poppa possibile. Spingo la barca che si stacca dalla riva e salto su. Metto in moto e ci allontaniamo. Butto l’ancora. Mi guarda incuriosita. Accatasto i cuscini nel pozzetto, apro i portelloni del ponte, stacco i sotto portelloni e li fermo uno contro l’altro con due grossi catenacci.
“Voilà, la cabina…” Lo dico aprendo dall’interno il portellino che separa il pozzetto dal ponte. “Ci sono un tavolino pieghevole e due panchette che si trasformano in due brandine abbastanza comode con i cuscini. È una mia invenzione. L’ho disegnata io e il maestro d’ascia di Cetara che l’ha costruita so che poi l’ha rifatta anche su altre barche.”
Quando riemergiamo il vento è girato a grecale e torniamo tra traverso e bolina larga. Meglio di così…Ormeggiamo parecchio prima del tramonto.
“Casa mia è qua dietro. Vuoi dormire da me e andare via domattina?”
“Non posso. Domani è lunedì. Papà ha bisogno di me molto presto. Prima c’era anche mio fratello, ma adesso ha trovato un lavoro che gli piace e gli sono rimasta solo io per aiutarlo..
“Non parli mai di tua madre… ma se è una cosa delicata, scusami non dovevo…
“Fammi vedere casa tua e ti racconto.”
Una storia triste. La mamma è scappata di casa, dopo la sua nascita. Il fratello è più grande di due anni. È tornata in Olanda, dove il padre l’aveva conosciuta, imbarcato come marinaio su una nave militare italiana che si era fermata ad Amsterdam per due settimane. Multietnici pure loro… Gli aveva solo lasciato un biglietto per chiedergli scusa e dirgli che si era sbagliata, solo questo. E lui non aveva mai più voluto rifarsi una vita, sempre sperando che lei si rifacesse viva. Grace e suo fratello erano stati cresciuti dalla nonna.
Se n’è andata un po’ dopo le nove. Avevo addosso tanta di quella adrenalina che dovevo trovare qualcosa da fare. La più bella giornata della mia vita. Mi sono messo a scrivere e alle dieci e mezza la mia Grace, arrivata a letto, mi ha inviato un sms per dirmi esattamente la stessa cosa: la più bella giornata della mia vita. Quel messaggio è passato da telefonino a telefonino e ce l’ho ancora.
Mi sono svegliato quasi alle 10, avevo fatto tardi. Troppe cose belle da ricordare e non mi andava di addormentarmi. Le riprese non sarebbero cominciate prima del giovedì e potevo prendermela comoda.
Sul cellulare c’era un messaggio delle 6: “quando lo rifacciamo? magari anche senza gli spaghetti…”. Le ho risposto che glielo avrei detto appena avessi avuto, l’indomani, il calendario definitivo delle riprese, ma non mi ha risposto. Le ho mandato diversi messaggi, ma non mi ha mai risposto.
La mattina dopo ero al mercato. Il loro banco era chiuso. Sulla saracinesca abbassata c’era un grosso cartello con una cornice nera. Lo stavo guardando. Si è avvicinato uno dal banco vicino.
“La figlia di Renzo. È distrutto. Il cartello l’ha messo il fratello. È volata in una scarpata con la moto per evitare un pazzo che ha superato un camion in curva…”
Non ho mai più voluto guardare, nemmeno da lontano, una pasta con i frutti di mare.
Un racconto di Michele Chialvo
Ogni riferimento a fatti o persone reali è puramente casuale
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Che bello, grazie!! Secondo me in parte è autobiografico, con ricordi vissuti. Oppure frutto di un desiderio irrealizzato. Di certo, quando si legge, si è lì su quella spiaggia, su quella barca.
Un bel racconto! Mi piacerebbe sapere se è totalmente frutto della fantasia di chi l’ha scritto o se ci sono personaggi o anche situazioni o luoghi che corrispondono alla realtà. Questo perché ci sono diverse cose che fanno parte della mia vita, il mercato di Ponte Milvio in cui mia zia (conosciutissima) è stata per una vita, il mondo del cinema con cui mio padre aveva a che fare..…..insomma sarei curiosa.