Home ATTUALITÀ Giulia Lombardo, ‘Te l’ho detto di notte’

    Giulia Lombardo, ‘Te l’ho detto di notte’

    libro donna che legge
    WORLD OF DINOSAURS

    Lei si chiama Giulia Lombardo e ‘Te l’ho detto di notte’ è la sua antologia di racconti che partono dal cuore e attraversano l’anima percorrendo le sinuose vie dei rapporti familiari.

    I nove racconti che compongono questo volume, edito da Catartica, non sono un baule di foto di famiglie, ma una profonda indagine sulle nostre esistenze narrate attraverso i legami familiari, quelli perduti, attesi o mancati, che così tanto incidono nella nostra vita. Giulia Lombardo, quarantenne romana nata e vissuta al Villaggio dei Cronisti, sulla Cassia, nella zona nord della capitale, due lauree, in lettere e in filosofia, giornalista, è al suo primo libro ma certamente non è la prima volta che si confronta con la scrittura.

    Tra testi teatrali ironici e scritti giornalistici ha coltivato nel tempo la capacità di scrivere portando alla luce grandi emozioni, passioni forti in cui tutti ci riconosciamo e con le quali prima o poi ci confrontiamo.

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    I suoi racconti non prendono spunto da esperienze reali, personali o di cronaca, ma dalla fantasia, come lei stessa confida, che si alimenta dalla curiosa e minuziosa osservazione del mondo che ci circonda, trasformando la contemplazione in una espressiva e suggestiva narrazione che ci pone davanti ad uno specchio, perché in fondo siamo palcoscenico e spettatori delle nostre esistenze.

    Il primo racconto che dà il nome al volume ha una prosa potente dal ritmo incalzante: “Oggi è un giorno che mi cade addosso, insieme alle parole che hai lasciato, senza darmi altra scelta che distendermi sulla sabbia e aspettare che il mio dolore e il tuo ricordo corrano via insieme sulla spiaggia, calpestandomi il corpo … ma sei già fuggito dove io non potevo portarti, hai camminato oltre le dune dei vivi dove una scossa attraversa gli occhi e spegne la luce”.

    I racconti si concentrano tutti in un arco temporale breve, le esistenze dei protagonisti svelate attraverso oggetti, suoni, odori che si fanno emozioni di portata più grande che ci inducono a pensare e a chiederci chi siamo veramente.

    Quasi tutte le storie sono legate fra loro da un particolare o da un ricordo. E allora ricorrono le mani di una anziana restauratrice, rugose come le cortecce dei lecci della campagna di Roma a cui Giulia si ispira guardando davanti casa.

    Mani con “colline e strade, venature grosse e distorsioni delle falangi che puntano in direzioni sconosciute, come il mistero delle foreste sarde, paesaggi dispersi in un intrigo di pensieri e ricordi. I pori della pelle, le curvature delle ossa, misteriosi segni che avevano impresso carezze”.

    E poi un sasso lanciato nell’acqua del Lago di Bracciano o stretto tra le mani, la presenza furtiva di un gatto, il traffico di Corso di Francia, la sabbia di Ostia, il corpo fisico attraverso il quale passano e si manifestano i sentimenti, elementi solo apparentemente usati come comparse scenografiche, ma in realtà metafore della nostra vita, luoghi delle nostre emozioni.

    Altro elemento ricorrente è la casa, il luogo che ora custodisce la memoria familiare o i sogni futuri, che unisce le generazioni ma che può nascondere l’incomunicabilità o che diventa teatro di un femminicidio, uno dei grandi temi trattati.

    E poi la lavatrice, arredo domestico e macchina che segna il tempo, metafora dell’emancipazione femminile: “Quell’uomo era stato capace di trascinarla a sé nell’unico modo che conosceva: invadendola, iniettando la sua persona come quel getto d’acqua che la lavatrice continuava a spruzzare, per lavare, per ripetere macchinalmente l’unica cosa che sapeva fare. Cancellare ogni traccia dell’altro per vedere sé stesso in una maniera ammissibile per il suo ego”.

    Tra le parole che scorrono veloci come le note su un pentagramma troviamo anche la felicità di due sorelle che si ritrovano da adulte, distratte dalla madre che le proteggeva dall’adulterio del padre, perché “le persone trovano più facile dedicarsi alla felicità degli altri che alla propria. Sembra generosità ma è un alibi per non affrontare sé stessi”.

    Duccio Pedercini

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