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Di Bartolomei, oggi il trentennale della scomparsa

Agostino Di Bartolomei
Galvanica Bruni

Per il calcio, non solo per la Roma, il Milan, il Cesena e la Salernitana (le squadre in cui ha militato) oggi è il giorno della memoria. Trent’anni fa un colpo di pistola cancellò dalla vita terrena Agostino Di Bartolomei, uno di quei calciatori che volentieri può essere definito “hombre vertical”.

La notizia della morte di “Ago”, capitano della Roma del secondo scudetto, fu un colpo basso per tutti. Per chi lo aveva amato (calcisticamente parlando) e per chi lo aveva ammirato, seppur da avversario.

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Aveva un carattere schivo e una serietà senza eguali, era capace di rispondere in maniera elegante e raffinata alle domande dei cronisti, anche in mezzo alla “cagnara” d’uno spogliatoio, mentre i compagni di squadra magari stavano festeggiando una vittoria.

Basti pensare a quell’arguta risposta offerta a Giampiero Galeazzi, quando con la Roma a un passo dal Tricolore, a specifica domanda del tipo «Capitano, mancano tre giornate, l’equipaggio chiede: andiamo in porto o no?», Di Bartolomei rispose «vediamo di arrivarci col vessillo».

Morto suicida a Castellabbate, che era diventato luogo dei suoi pensieri… venne rinvenuto un biglietto in cui “Dibba” spiegava il suo gesto, da ricollegarsi probabilmente alle porte chiuse che gli aveva riservato il mondo del calcio: «Mi sento chiuso in un buco».

Centrocampista dal tiro al fulmicotone, trasformato in libero da Nils Liedholm, giocò con la maglia della Roma 308 gare, quasi la metà delle quali con la fascia di capitano al braccio. Poi andò al Milan, dopo essere stato considerato “di troppo” dalla nuova gestione tecnica del sodalizio giallorosso, prima di chiudere la carriera in Romagna prima e con la divisa della squadra di Salerno, promossa per la prima volta in serie B.

Schietta una delle sue frasi legata a quello che avrebbe potuto rappresentare un futuro migliore per il mondo del pallone: «A me piacerebbe che i ragazzini imparassero da piccoli ad amare il calcio, ma non prendendo a modello alcuni dei miei capricciosi colleghi».

Massimiliano Morelli

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