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Superga, 75 anni dopo

Grande-Torino
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Dobbiamo prenderne atto o rassegnarci, senza mai finire di stupirci. Non esiste e mai verrà inventata una macchina del tempo migliore della memoria umana.

Labile ed evanescente, soprattutto se ha l’ambizione di abbracciare la collettività, la memoria umana è una macchina del tempo imperfetta e limitata, pur disponendo di risorse e potenzialità straordinarie.

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Il presente è un attimo sfuggente, siamo sempre in ritardo rispetto al presente; il futuro è una macchia nera e indistinta, un’illusione, un miraggio, un progetto confuso minacciato da mille incognite.

Il passato esiste o può esistere dappertutto e in ogni momento, in infinite modalità e variabili, in ciascuno di noi. Il passato può fermare un attimo e dilatarlo all’infinito, è in grado di costruire collegamenti fra sconosciuti, possiede la forza di attraversare le generazioni.

Il passato ha, però, un avversario formidabile: l’oblio ovvero il sonno della memoria.

Mercoledì 4 maggio 1949, ore 17.03

Il trimotore FIAT G212 delle Avio Linee Italiane, dopo aver eseguito una virata ed essersi messo in volo orizzontale per prepararsi all’atterraggio, si schianta sul muraglione del terrapieno superiore della Basilica di Superga, sulla collina torinese. In un solo istante, il Grande Torino non c’è più.

Non c’è più il bel gioco, non ci sono più i guizzi d’ingegno, gli scatti repentini, le corse, le rincorse e gli abbracci; non ci sono più i movimenti perfettamente coordinati che valorizzano le qualità di ognuno ed esaltano il carattere della squadra; non ci sono più i pensieri senza pensieri della gioventù, le vittorie sportive e i “terzi tempi”, perché si gioca sempre insieme agli altri, mai contro.

Il colore granata si spegne in un boato incongruo e inaccettabile, si smorza in un secondo maledetto e affoga nel silenzio funebre delle lacrime e di un dolore che non conosce consolazione.

Il nostro spettacolo è finito: i nostri attori, come ti avevo detto, erano tutti spiriti e si sono dissolti nell’aria sottile”, dice Prospero ne La Tempesta di Shakespeare.

Ma, da questo momento in poi, accade qualcosa che non finisce di meravigliarci.

In mezzo ai rottami di quell’aeroplano, la memoria umana recupera pazientemente i pezzi, raccoglie ostinatamente i frammenti e non vuole smettere di farlo, nemmeno quando il singolo e la comunità vengono riconsegnati alla vita di tutti i giorni dalla necessità di sbarcare il lunario, nemmeno quando quei rottami sono stati rimossi da tempo e i miasmi della morte non appestano più l’aria frizzante della collina.

Ecco che allora…

Il Grande Torino torna negli anni a venire, rivive nelle generazioni successive, si insinua nelle pieghe di un tempo che non gli appartiene. Torna nei movimenti imprevedibili di Gigi Meroni, esiste ancora nell’autorevolezza di capitan Ferrini, si manifesta di nuovo nelle invenzioni stilistiche di Claudio Sala, divampa come un incendio purificatore nella trasmissione della palla dal poeta ai gemelli del gol.

Il 16 maggio 1976 mister Radice non è contento della prestazione, anzi è proprio contrariato: “non abbiamo vinto”, afferma sul campo dove e attorno al quale tutti fanno festa, perché il pareggio interno col Cesena ha appena consegnato al Toro il settimo scudetto, il primo dopo Superga e, purtroppo, ancora l’ultimo.

Dopo quasi tre decadi di silenzio, si ascoltano di nuovo gli squilli di tromba di Oreste Bolmida, il capostazione di Porta Nuova che con il suo strumento faceva partire i treni e dava il via al quarto d’ora granata al Filadelfia.

La memoria è come un film

Emiliano Mondonico e la sua sedia alta nel cielo di Amsterdam, il ritorno in serie A, la coppa Italia vinta nel 1993: vado alla rinfusa e potrei citare altri cento piccoli episodi, escludendone altri. La memoria è come un film che montiamo ogni volta in maniera differente, con la velocità, i dialoghi e le emozioni che ci scorrono nella mente, fotogrammi che includono, insieme ai sorrisi e alle speranze rinnovate, anche altri momenti oscuri, periodi bui e situazioni non proprio esaltanti.

L’indole indomita, l’orgoglio, la rabbia leale e l’atteggiamento di chi non china la testa di fronte ai soprusi, ossia il “tremendismo granata”, per usare la felice sintesi scovata da Giovanni Arpino, non sempre ha trovato riscontro nei fatti del campo, ma non è ancora arrivato il momento dell’oblio e della damnatio memoriae, l’attimo in cui “le torri ricoperte dalle nuvole, i palazzi sontuosi, i templi, questo vasto globo e tutto quanto contiene, tutto si dissolverà come un sogno”.

No, quel momento è rinviato a data imprecisata, è relegato nel guazzabuglio oscuro di un futuro lontano. La memoria può affievolirsi ma finché continuiamo a usare questa formidabile macchina del tempo e conserviamo l’ambizione di guardare verso l’alto, verso quella collina e quella basilica, finché ricorderemo il Grande Torino, ci ricorderemo che anche noi, adesso, settantacinque anni dopo, “siamo della stessa stoffa di cui sono fatti i sogni”.

Giovanni Berti

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