Home SPORT 5 luglio 1982, Italia-Brasile 3-2. “Ho visto cose che voi umani…”

5 luglio 1982, Italia-Brasile 3-2. “Ho visto cose che voi umani…”

Una delle firme più argute nella storia lunga quindici anni di VignaClaraBlog.it è quella di Giovanni Berti, che riesce a farci nuovamente immergere in quei giorni caldi e indimenticabili dell'estate 1982

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Galvanica Bruni

1982. Non fai in tempo ad appendere al muro il calendario dell’anno nuovo che oltreoceano presentano il Commodore 64, l’home computer più venduto della storia. Mentre a Roma le forze dell’ordine arrestano Giovanni Senzani, esponente di spicco delle Brigate Rosse, quasi tre settimane dopo, a Padova, viene liberato il generale statunitense James Dozier, che la stessa organizzazione terroristica aveva rapito sul finire del 1981.

Mentre in Siria, nella città di Hama, si perpetra l’ennesimo massacro di civili, ad altre latitudini la Groenlandia sceglie di staccarsi dalla Comunità Europea e il dittatore argentino Leopoldo Galtieri decide di occupare le isole Falkland, le quali dopo due mesi di guerra torneranno al Regno Unito.

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Segretario regionale del PCI e servitore dello stato, Pio La Torre viene assassinato dalla mafia a Palermo. Durante le prove del Gran Premio del Belgio di Formula 1 perde la vita Gilles Villeneuve. Sotto il Black Friars Bridge di Londra viene trovato il cadavere di Roberto Calvi: l’ex presidente del Banco Ambrosiano viene seppellito insieme a tutti i suoi segreti, incluso quello legato alla sua morte.

Il mondo del cinema perde Romy Schneider e John Belushi, Gabriel Garcia Marquez riceve il premio Nobel per la letteratura, “Momenti di Gloria” è il miglior film secondo l’Academy. Poco prima di intraprendere un nuovo viaggio in un universo parallelo, lo scrittore Philip K. Dick fa in tempo a vedere una versione provvisoria di “Blade Runner”, il capolavoro poetico e filosofico sulla natura umana e l’empatia perduta che, tratto dal suo romanzo “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?” e firmato da Ridley Scott, arriva nelle sale USA il 25 giugno.

Sul finire dello stesso mese, i primi tre posti dell’hit parade italiana dei 45 giri sono occupati da “Paradise” di Phoebe Cats, “Ebony & Ivory” dell’inedita coppia McCartney-Jackson e “Just an Illusion” degli Imagination.

Mentre in Spagna…

In Spagna è in pieno svolgimento la fase finale dei mondiali di calcio, alla quale per la prima volta partecipano ventiquattro squadre. La nostra nazionale è criticata aspramente e apertamente sbeffeggiata: nel girone eliminatorio, in cui ha affrontato la Polonia, il Perù e il Camerun, ha racimolato tre pareggi e realizzato appena due gol, approdando a stento al turno successivo, solo perché ha segnato una rete in più rispetto alla compagine africana.

Nei bar e negli uffici, nelle abitazioni e nelle case di villeggiatura, come sulle colonne dei giornali, i commenti sulle prestazioni degli azzurri sono salaci e feroci e il bersaglio più ricorrente è Paolo Rossi, il centravanti che, appena uscito dalla lunga squalifica per lo scandalo del calcio-scommesse, sul campo sembra essere l’ombra di se stesso. Moltissimi sottolineano la mancata convocazione, al suo posto, di Roberto Pruzzo, che si è aggiudicato il titolo di capo-cannoniere della serie A per la seconda stagione consecutiva.

La nazionale è in silenzio-stampa: l’unico autorizzato a parlare con i giornalisti è Dino Zoff. Il portiere e capitano degli azzurri, che ha da poco compiuto quarant’anni, tuttavia centellina le parole come farebbe un attento compilatore di vaglia postale.

I nervi sono tesi allo spasimo, l’unico che appare tranquillo, oltre all’estremo difensore, è un altro friulano, il Vecio Bearzot. Nonostante tutto, l’allenatore continua ad aver fiducia nella sua squadra e nel suo attaccante, che pure ha sostituito nella gara contro il Perù.

A causa del piazzamento – secondo posto dopo la Polonia – l’Italia finisce nel girone infernale, il peggiore possibile, insieme al Brasile e all’Argentina. La nazionale verde-oro, imbottita di campioni come Zico e Socrates, Falcao e Toninho Cerezo, dispensa gol e spettacolo, abbatte un avversario dopo l’altro, mettendo in scena un entusiasmante futebol bailado che la pone in cima alla lista delle favorite per la vittoria finale.

L’albiceleste, dal canto suo, pur praticando una formula di gioco meno effervescente, schiera nell’undici un certo Diego Armando Maradona e appare ampiamente fuori dalla nostra portata.

Tutti ci danno per spacciati: non resta che prenotare l’aereo di ritorno, prepararsi a fare le valigie e sperare che all’arrivo i pomodori manchino il bersaglio. Ma, si sa, il calcio non è un’equazione matematica, qualche volta l’effetto che scaturisce da una causa non è quello che ci si aspetta, due più due non fa necessariamente quattro, se si ciancica di pallone.

Così, contro gli argentini mettiamo in scena una rappresentazione brillante, solida e convincente, interpretiamo il nostro calcio al meglio, difendiamo con sicurezza e ripartiamo in velocità, registrando il fatto che Rossi, che pur non eccelle e non va a segno, mostra significativi cenni di ripresa. Vinciamo due a uno e finalmente tornano a sventolare le bandiere tricolori.

Con lo spirito risollevato, aspettiamo allora che il Brasile se la veda con l’albiceleste. I verde-oro si impongono per tre a uno ma avrebbero potuto fare molto di più. I limiti del futebol bailado, ossia il dispendio eccessivo di energie e uno spreco smodato di occasioni, unitamente a una folle allegrezza difensiva, restano sepolti sotto la valanga dell’entusiasmo, coperti dal suono ossessivo dei tamburi e celati allo sguardo dagli immancabili passi di samba. Con gli argentini ormai eliminati, resta da giocare Italia-Brasile: per accedere alle semifinali a loro basta un pareggio, noi dobbiamo vincere, questione di differenza reti.

A las cinco de la tarda di lunedì 5 luglio, in una qualsiasi città italiana, un regista lungimirante avrebbe potuto girare, con un budget assai ridotto e risultati notevoli, un suggestivo film catastrofico. Alle cinque della sera, quando mancano quindici minuti al fischio d’inizio, tutta la nazione è già davanti al televisore, in attesa di pendere dalle labbra di Nando Martellini. Alle cinque della sera, il leopardo è già pronto a sbranare la colomba e il destino sembra già scritto parola per parola.

Poi, ci sono gli attimi e i gesti, le immagini, i suoni e i volti che provengono da quell’assolato rettangolo verde, delimitato da linee tracciate col gesso e rievocato dalla memoria, nel quale si muovono i ventidue attori che, a seconda della battuta e della situazione, sembrano intenzionati a seguire il copione o appaiono desiderosi di gettarlo alle ortiche.

Il passato è una faccenda completamente differente rispetto al presente. Il presente procede inesorabile e inafferrabile in una sola direzione: quando accade, non è più il presente; se non è ancora accaduto, non è ancora il presente.

Il passato, invece, possiede il vantaggio di farti andare avanti e indietro nel tempo, si può mescolare e rimescolare a piacimento, offre la possibilità di comporre un numero infinito di combinazioni, presenta l’opportunità di perpetuare un attimo o un evento che si è legato saldamente a un’esistenza, singola o collettiva che sia.

Il medesimo ricordo può essere raccontato in mille modi diversi, con sfumature e accenti che si spostano continuamente e liberamente da un episodio a un altro, è in grado di sfuggire alla tirannia del dio Kronos e di resistere, per quanto umanamente possibile, alla crudeltà implacabile dell’oblio.

Così, ciò che accadde esattamente quarant’anni fa sul palcoscenico minore di Barcellona, allo stadio Sarrià, zona alta della capitale catalana, può avere un milione di narrazioni differenti, tutte egualmente vere e vivide, e gode del privilegio di poter essere raccontato stravolgendo l’ordine cronologico degli eventi e delle azioni salienti, come se fosse un romanzo di Philip Dick e come avviene, in particolare, per tutti quegli avvenimenti che possiedono la capacità di saldarsi a una moltitudine di esistenze e la potenza di oltrepassare il tempo in cui hanno avuto luogo.

Ecco, allora, la maglia strappata di Zico e l’espressione concentrata del suo spietato tallonatore, Claudio Gentile, che sembra dirgli: “ringrazia Dio ché non ti ho dato un calcio sugli stinchi!”.

Ecco, poi, la corsa senza fine “a recuperar palloni” di Lele Oriali, “nato senza i piedi buoni” che lavora sui polmoni ed esegue compiti precisi, soprattutto quello, apparentemente incongruo per un calciatore, di disfarsi prima possibile della sfera appena riconquistata.

Ecco Bruno Conti, il numero 16 proveniente da Nettuno, il dio del dribbling ubriacante e del cross perfetto, che scodella palle sulle quali c’è scritto “basta spingere”, un MaraZico de iure et de facto, originale, sublime e sorprendente sintesi dei due fantasisti sudamericani che dovevano fare l’impresa, ma che sono tornati a casa anzitempo.

Ecco Paolo Rossi, la crisalide e la farfalla, un nome e un cognome come tantissimi ma sulla strada della trasformazione nel solo e unico Pablito. Ne segna uno, di testa. Ne fa un altro, rapinando un pallone passato con troppa sufficienza dalla difesa brasiliana. Ne realizza un terzo, correggendo una conclusione di Tardelli.

Ecco i rumori dello stadio, gli umori di quelli che sono al di là delle linee tracciate col gesso e delle reti di protezione. La festa dei brasiliani, congelata dal primo gol del nostro numero 20, riprende dopo il pareggio di Socrates, aumentando d’intensità quando la compagine guidata da Tele Santana cerca di portarsi in vantaggio e, in più di un’occasione, quasi ci riesce.

Arriva, invece, il secondo gol degli azzurri e nei settori occupati dai sostenitori brasiliani cala un silenzio preoccupato, che tuttavia include ancora la certezza che le cose andranno come devono andare. In venticinque minuti di gioco sono arrivate tre reti, si va all’intervallo con l’Italia avanti 2 a 1.

Quando mancano sedici minuti alla conclusione, dopo averci provato più volte, il Brasile ottiene il pareggio. Al gol di Falcao, c’è una deflagrazione di gioia e di sollievo fra i tifosi verde-oro. Negli occhi dei supporter italiani, invece, si leggono il disappunto e la delusione per essere arrivati così vicini all’impresa ed essersela lasciata scivolare dalla dita. Sembra finita, sembra un’uscita di scena onorevole. Sembra, ma non è.

Gli azzurri rischiano il colpo del KO ma poi realizzano il terzo gol. Antognoni fa addirittura il quarto ma l’arbitro, per una segnalazione palesemente errata del guardialinee, lo annulla. Come se non bastasse questa esagerata altalena di emozioni, c’è ancora da soffrire e la sofferenza raggiunge il suo culmine quando, a sessanta secondi dalla fine, Zoff blocca sulla linea un colpo di testa di Oscar e poi dice e fa segno che “no, non è gol!”, mentre gli avversari reclamano a gran voce la segnatura che non c’è.

Al fischio finale del direttore di gara, che sembra arrivare ore dopo, regna la confusione più totale, imperversa un fragore che è un misto crescente di gioia intensa e incredulità autentica e che compone una sinfonia di suoni e sorrisi, lacrime e abbracci. La colomba ha sconfitto il leopardo e la domenica successiva conquisterà la vetta del mondo.

Si potrebbe continuare all’infinito, raccontando altri attimi, descrivendo altre facce, sottolineando l’intensità di certi altri movimenti. Moltissimi di noi hanno la loro storia personale agganciata a questo evento e, a seconda delle stagioni, rievocano con più piacere certi episodi invece di altri, trovandosi insieme agli altri nel luogo spesso così evanescente che chiamiamo memoria collettiva.

Quei ricordi legati al 5 luglio 1982 non sono andati perduti, nel tempo, come lacrime nella pioggia.

Giovanni Berti

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