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Che estate, quell’estate dell’82

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Esposizione al sole

Quarant’anni fa stavamo per vivere un’estate talmente esaltante che a raccontarla adesso pare solo una favola. Fu un’estate sportiva senza eguali.

Il pallone aveva regalato delusioni, due anni prima c’era stato il calcioscommesse, Trinca e Cruciani avevano dato il “la” ad arresti in diretta televisiva come mai s’era visto prima, neanche per Graziano Mesina le telecamere della tv di Stato s’erano mosse dal treppiedi. Si, invece, per il calcio. E vedere in diretta tv gazzelle e pantere all’uscita degli spogliatoi rappresentò un trauma.

Calciatori al gabbio, squalifiche (quasi) a vita, l’incubo trasformato in realtà. Ci chiedevamo cosa andava a fare la nazionale di calcio in Spagna, dove sarebbe andato in scena il mondiale.

Era un Paese alla ricerca d’identità, l’Italia. Presa per mano da un presidente come Sandro Pertini, ex partigiano che girava senza paura, a testa alta, neanche voleva la scorta. Era l’Italia che aveva ancora negli occhi la tragedia dell’estate prima, quella di Vermicino e le foto di Alfredino, le lacrime della madre, i tentativi malriusciti per salvare quel bambino caduto in un pozzo artesiano.

Era l’Italia delle vignette di Forattini, che spesso disegnava Spadolini tutto nudo. Era l’Italia del ministro capellone in discoteca, era l’Italia della prima Repubblica. Era l’Italia della Ferrari e che piangeva il canadese volante, Gilles Villeneuve, morto poche settimane prima in Belgio, durante le prove libere del gran premio locale.

Era l’Italia di Paolo Rossi, appena rientrato dalla squalifica (sempre del calcioscommesse) e che quasi per scommessa Enzo Bearzot convocò fra i 22 che sarebbero partiti per “conquistare” la Spagna. Anche se nessuno credeva nell’impresa, anche se tutti chiedevano un ruolo per Roberto Pruzzo, capocannoniere del campionato, che al “vecio” non piaceva.
Dicevano tutti “ha chiamato quello perché gioca nella Juve”. Paolo Rossi, che ancora non era Pablito. E a Pruzzo, come ultima scelta di quel gruppo azzurro, fu preferito Franco “Spadino” Selvaggi, attaccante del Cagliari che in quell’estate di quarant’anni fa sarebbe poi passato al Torino.

Ventilatori e ventagli, serrande abbassate, la continua ricerca dell’ombra. Che estate, quell’estate, vissuta nel consueto caldo afoso e che restituì agli italiani non solo la voglia di “rivivere” il pallone, ma soprattutto il desiderio di scendere in piazza, di festeggiare di nuovo.

Tutti insieme, come accaduto dopo quell’Italia-Germania 4-3 del 1970, con la gente appollaiata qui e qua, i clacson delle auto e le bandiere al vento. E il tricolore disegnato sui volti, e ragazze in costume nelle fontane, e ragazzi invaghiti della vita.

Tre pareggi nel girone eliminatorio contro Perù, Camerun e Polonia, i mugugni dei cinquantacinque milioni di allenatori che puntualmente si presentano all’appello quando giocano gli azzurri, la storiella del presunto idillio fra Cabrini e Rossi, i giornalisti messi al bando e il silenzio stampa.

E l’unico autorizzato a parlare il signor Dino Zoff da Mariano del Friuli, uno che parla poco quando è intervistato dopo una vittoria, figurarsi quanto avrebbe potuto parlare in quelle circostanze.

Gli inattesi successi contro Argentina e Brasile, la semifinale, antagonista di nuovo la Polonia, e poi la finale contro i panzer, sconfitti come a Città del Messico.

E quel Sandro Pertini simbolo, che festeggia e sussurra al re di Spagna, mano a mano che la partita scivola lungo i novanta minuti quel “non ci prendono più” rivolto ai tedeschi, mentre il cancelliere tedesco sull’altro lato mastica amaro.

Un gol ogni dodici minuti, la rete della bandiera di compagno-Breitner, la coppa del mondo alzata verso il cielo e Nando Martellini che ai microfoni commenta senza sgolarsi, senza il malvezzo dell’alzar la voce, tre volte la frase “campioni del mondo”.

Massimiliano Morelli

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