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Camilluccia, 43 anni fa la strage di via Fani

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Il 16 marzo del 1978 in via Fani, sulla Camilluccia, veniva rapito il presidente della DC, Aldo Moro, e trucidata la sua scorta: Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Giulio Rivera, Francesco Zizzi, Raffaele Iozzino.

Alle 10 di oggi, 16 marzo, a distanza di 43 anni da quel giorno “incancellabile nella coscienza del popolo italiano”, il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha deposto una corona di fiori davanti il monumento che ricorda quella tragica data.

“Lo sprezzo per la vita delle persone, nel folle delirio brigatista, lo sgomento per un attacco che puntava a destabilizzare la vita democratica italiana,- ha affermato Mattarella – rimangono una ferita e un monito per la storia della nostra comunità. Sono vite strappate agli affetti familiari da una violenza sanguinaria, sono lacerazioni insanabili. Alle vittime va un pensiero commosso e ai familiari la solidarietà più intensa, che il trascorrere degli anni non ha mai indebolito”.

Un dramma che ha segnato indelebilmente la nostra memoria collettiva, un avvenimento che ha cambiato per sempre la storia del nostro paese.

Anni di ricostruzioni, fiumi d’inchiostro

Esiste una sterminata bibliografia sul caso Moro, impossibile fare un elenco di tutti gli autori che nel corso degli anni vi hanno dedicato le proprie energie.

Così come anche innumerevoli sono stati i dossier, i documentari, le interviste, gli approfondimenti giornalistici.

Senza contare che anche il cinema si è interrogato parecchio sulla questione, basti citare, tra le tante, due pellicole che hanno fatto epoca come Il Caso Moro (1986), di Giuseppe Ferrara, o il più recente Buongiorno Notte (2004), di Marco Bellocchio, che analizzava il sequestro dalla prospettiva inedita dei rapitori.

Tuttavia, anni e anni di ricostruzioni, litri e litri d’inchiostro versati, milioni di parole spese non sono riusciti a chiarire i numerosi punti oscuri di una vicenda che ha lasciato in sospeso parecchi interrogativi destinati probabilmente a rimanere tali.

E’ anche vero però che parliamo di un capitolo della nostra storia dalla fortissima attrattiva, dal fascino storiografico irresistibile e seducente che ha portato chiunque gli si sia accostato con un minimo di curiosità e attenzione – per studio, lavoro o semplice interesse personale – ad appassionarvisi fino a volerne approfondire avidamente ogni piega più nascosta.

E allora vale la pena ripercorrere le fasi salienti dell’agguato e dei relativi antefatti, anche se – va detto – non abbiamo certo la pretesa di rivelare qualcosa che non sia già stato scritto o detto in tutto questo tempo, come per esempio, che il nemico delle BR e di tutto l’universo che girava loro intorno era quella struttura di potere che, celandovisi dietro, ne muoveva i fili e che aveva nella piccola e media borghesia la sua rappresentanza nella società.

Aldo Moro fu scelto come obiettivo perchè era l’anima di quel sistema, la personificazione di quella struttura di potere che a partire dal secondo dopoguerra aveva pervaso ogni ambito della società civile. I brigatisti lo chiamavano S.I.M., Stato Imperialista delle Multinazionali, e la Democrazia Cristiana ne era il braccio politico.

La vittima del rapimento doveva necessariamente appartenervi, esserne un nome di punta. Bisognava creare clamore, sconvolgere l’immaginario collettivo, tutti ne dovevano parlare. Non che le BR non fossero già tristemente note all’epoca, avevano già rapito e ucciso. Ma con Moro fecero il salto definitivo.

Aldo Moro, proprio lui

aldo moroLa DC era allora il partito di maggioranza relativa. Alle elezioni del giugno 1976 aveva preso il 38 per cento, incalzata dal PCI di Berlinguer al 34. A gennaio del 1978 cadde il governo di Andreotti e poche settimane dopo ne nacque uno nuovo, sempre con Andreotti a capo, che prestò giuramento il 13 marzo e proprio tre giorni dopo si sarebbe presentato alle camere per avere la fiducia.

Era un monocolore DC con l’appoggio esterno (o meglio, la “non sfiducia”) del PCI. Aldo Moro era il candidato in pectore alla presidenza della Repubblica. A giugno le camere sarebbero state chiamate a scegliere il successore di Giovanni Leone e sembrava chiaro che spettasse proprio a lui dirigere dal Quirinale l’alleanza tra i due partiti.

Nei mesi precedenti, le BR avevano “attenzionato” anche Fanfani e Andreotti ma le difficoltà di carattere logistico fecero virare la scelta sul presidente DC, più “accessibile” anche in virtù delle sue abitudini, della schematicità di quei suoi piccoli riti giornalieri che lo rendevano più leggibile.

Ogni mattina, ad esempio, andava a pregare nella chiesa di Santa Chiara in Piazza dei Giuochi Delfici, poco distante dalla sua abitazione. Si poteva rapirlo lì, ma anche in quel caso l’inopportunità logistica fece cambiare i piani dei brigatisti: un eventuale conflitto a fuoco con gli agenti della sua scorta sul piazzale antistante il sagrato avrebbe coinvolto quasi certamente i passanti.

L’agguato e la strage

L’alternativa fu quindi individuata in via Fani, all’incrocio con via Stresa. L’assalto fu preparato minuziosamente. Si pensi che a un fioraio ambulante che la mattina era solito parcheggiare il furgone proprio in quel punto, la notte precedente il blitz vennero squarciate tutte e quattro le gomme per evitargli di andare al lavoro e quindi non averlo come ostacolo sulla via di fuga.

aldo moro strage-di-via-faniQuella mattina Aldo Moro uscì di casa in anticipo. Prima di andare alla Camera fece una sosta al Centro Studi De Gasperi, in via Camilluccia, che era di strada.

L’agguato scattò subito dopo le 9. Il convoglio di scorta era formato da due auto: un’Alfetta della polizia con a bordo il brigadiere Francesco Zizzi e le due guardie Giulio Rivera e Raffaele Iozzino; e una Fiat 130 dei carabinieri su cui viaggiava il presidente DC accompagnato dal maresciallo Oreste Leonardi e dall’appuntato Domenico Ricci. Moro era seduto sul sedile posteriore e teneva in grembo le sue borse.

aldo moro strage-via-fani2All’incrocio con via Stresa la sua vettura si trovò improvvisamente di fronte una Fiat 128 bianca con targa riservata al corpo diplomatico che, dopo aver percorso alcuni metri in retromarcia, inchiodò all’altezza del segnale di stop.

La 130 inchiodò a sua volta e l’Alfetta, che sopraggiungeva da dietro, la tamponò violentemente. Dalla 128 scesero due uomini armati e a volto scoperto che, portatisi ai lati della 130, prima ne infransero i vetri con i calci dei fucili e poi iniziarono a sparare all’impazzata nell’abitacolo.

aldo moro strage-via-fani3L’azione fu fulminea. A loro si aggiunsero subito altri brigatisti che erano appostati sul marciapiede opposto vestiti, secondo alcuni testimoni, con tute da aviatori. In tutto i brigatisti erano una decina. Gli agenti morirono tutti nella sparatoria, tranne uno, Zizzi, che trasportato al policlinico Gemelli in condizioni gravissime morirà qualche ora dopo.

Senza più la scorta a proteggerlo, Moro fu afferrato per un braccio, stordito con un batuffolo d’ovatta imbevuto di cloroformio e portato via dai rapitori. Sulla scena restavano due auto crivellate, quattro morti (più uno in ospedale), sangue dappertutto e una quantità infinita di bossoli sparsi sull’asfalto. Da quel giorno niente sarà più come prima.

Valerio Di Marco

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