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Il Pincio dei busti

Villa Borghese è uno dei parchi cittadini più amato dai romani  per tante ragioni: la bellezza dei luoghi, la presenza di pregiate opere d’arte, la varietà della vegetazione con alberi di alto fusto provenienti da ogni parte del mondo e poi per le fontane, così tanto amate in passato da nobili e papi.

I giardini, dopo alcune giornate di pioggia,  sono di una sfolgorante bellezza e offrono scorci di grande suggestione a cui soprattutto i turisti non riescono a rinunciare.

Di Villa Borghese fa parte anche una delle terrazze più famose del mondo, quella del Pincio che affaccia su Piazza del Popolo e sul centro storico, “cupolone” compreso.

Forse non tutti sanno che nei giardini del Pincio c’è una delle più grandi collezioni di busti in marmo d’Europa: per l’esattezza 229. Si tratta di busti di personaggi celebri quali artisti, uomini politici, figure risorgimentali, generali e aviatori e ovviamente non potevano mancare gli “eroi”.

La prima serie di busti, nel numero di 51, fu posizionata a partire dal 1851 durante la Repubblica Romana, mentre l’intera collezione fu completata nel 1950 con l’inserimento di Michelangelo, Scipione l’Africano e Grazia Deledda.

I busti di donne sono solo tre: oltre alla Deledda, Vittoria Colonna e Santa Caterina.

La collezione di busti, straordinaria per il luogo in cui è ospitata in verità non se la passa molto bene; tante le facce sfregiate e con il naso asportato. Nel 1999 la collezione subì un vero e proprio attacco da parte dei vandali che danneggiarono un numero impressionante di busti molti dei quali non sono più tornati al Pincio.

Dove termina il Parco del Pincio e iniziano i giardini di Villa Borghese, subito dopo il ponte che sovrasta Via del Muro Torto, c’è la “piazza dei martiri” con i busti di Oberdan, Filzi, Cesare Battisti, Sauro, Baldissera; poco distante l’imponente monumento bronzeo a Enrico Toti.

E’ su questo viale che un busto ha attirato la nostra attenzione perché legato ad una polemica che coinvolse addirittura il “Vate”: il busto del Maggiore Giovanni Randaccio, morto a San Giovanni al Timavo nel 1917 nel corso della Prima Guerra Mondiale.

Al Maggiore Randaccio, che già aveva guadagnato tre Medaglie d’Argento, viene ordinato di passare il fiume Timavo e di occupare quota 28; cosa che l’Ufficiale fa, ma dopo il passaggio del fiume, la passerella utilizzata cede e i fanti restano isolati e circondati dagli austriaci. Tanti i morti e anche i prigionieri. Randaccio viene colpito da una raffica di mitraglia e spira poco dopo.

D’Annunzio che ha partecipato all’azione, lo avvolge in un grande tricolore che poi porterà, insanguinato, al Vittoriale. Dopo i fatti d’arme monta la polemica: si dice che Gabriele d’Annunzio, capitano e amico di Randaccio, abbia pianificato l’azione per alzare il grande tricolore sulla torre di Duino e che visti i fanti arrendersi abbia ordinato addirittura all’artiglieria italiana di fare fuoco sui propri compagni.

Una polemica a cui non è estraneo neppure Paolo Rumiz giornalista, scrittore e grande viaggiatore che “detesta” d’Annunzio che definisce un “narciso incendiario” e cita anche Ernest Hemingway che a quanto pare non lo odia da meno (anche se non bisogna dimenticare che l’Ernesto scrittore, ritenuto non idoneo al combattimento, durante il primo conflitto mondiale faceva l’autista di ambulanze e forse si intendeva più di feriti che di assalti).

“Un’azione puramente propagandistica, utile solo al poeta” la definisce Rumiz anche se lo Stato Maggiore di allora la vede diversamente come molti testimoni.

Va detto peraltro che Randaccio, a cui viene conferita la Medaglia d’Oro al valor militare alla memoria,  era un militare molto esperto e che non si sarebbe lasciato coinvolgere in una “missione suicida” e che d’Annunzio, semplice Ufficiale di collegamento, per quanto osannato dalle truppe, sicuramente non aveva il potere di pianificare una tale missione né tantomeno di indirizzare il fuoco dell’artiglieria (un fatto simile viene descritto nello straordinaria pellicola di Kubrick “Orizzonti di gloria”).

Polemiche a parte, il busto del Maggiore Randaccio come tutti gli altri busti, sono una straordinaria testimonianza della nostra storia e leggere i nomi impressi nel marmo e osservare quei visi (anche se sfregiati) è un grande viaggio nella memoria di questo straordinario paese.

Vogliamo concludere, a proposito di Villa Borghese, con una vera e propria nota di colore (in realtà due): l’amàca blu stesa tra due alberi su cui si riposava tranquillamente una ragazza e i tanti monopattini colorati sparsi tra le aiuole.

Francesco Gargaglia

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