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Sono i figli della notte? mica tanto

surmolotto

Noi ci auguriamo che il lettore, dopo i topi del S.Andrea e i ratti del Campidoglio, voglia perdonarci se dedichiamo qualche riga a questi vituperati roditori; se non altro è grazie al loro sacrificio (parliamo di milioni di esemplari morti) che si sono potute sperimentare cure e farmaci.

Fulco Pratesi nel suo libro “Clandestini in città” fa notare come questi roditori, spesso definiti schifosi e immondi, siano in realtà esseri dal corpo sinuoso e con una bella pelliccia che mantengono sempre pulita; non piace la coda nuda? Anche il castoro ha la coda senza peli ma nessuno lo definirebbe “schifoso”.

Il fatto è che i topi, ma soprattutto i ratti, sono animali molto prolifici e la loro prolificità dipende dalla disponibilità di cibo; maggiori sono le risorse e tanto più sono le figliate.

A Roma, dove spazzatura e rifiuti non mancano, i ratti sono numerosi ma va detto che esercitano anche una importante attività ripulitrice eliminando tutti quei materiali organici che fanno fatica a decomporsi: insomma degli spazzini che non conoscono ferie e malattia.

Nell’antica Roma i ratti non c’erano perché sono arrivati in tempi più recenti (d’altra parte Roma allora aveva acqua corrente e fogne) soprattutto dall’Africa, al seguito delle Crociate, e dall’Asia anche se poi ci sono state vere e proprie invasioni di rattus norvegicus dal Nord Europa.

I ratti sono animali non specializzati (e pertanto con elevate capacità di sopravvivenza) molto intelligenti che trasferiscono le proprie conoscenze alla prole e agli altri esemplari; sono capaci di “trasmettere” informazioni importanti a migliaia di chilometri nel giro di alcune settimane.

Questi roditori sono considerati pericolosi in quanto capaci di trasmettere infezioni e malattie gravissime come la peste che in passato provocò nel nostro pianeta milioni di morti; in realtà il bacillo della peste si annida nello stomaco delle pulci che vivono tra il pelo dei ratti ma anche di altri roditori.

Peraltro va fatto notare che le gravissime epidemie che colpirono l’Europa furono favorite dalla straordinaria sporcizia in cui i nostri avi vivevano, senza acqua potabile e senza fogne, in quelle che sono state definite “le città pestilenziali” (peste deriva dal latino e vuol dire peggio).

Nel suo bellissimo libro del 1993 “Topi”, Francesco Santoianni esperto in Protezione Civile, ci racconta che alla corte di Versailles era ritenuto molto “chic” schiacciare in pubblico le pulci che si annidavano negli abiti e nelle parrucche delle “signore”.

I nostri ratti in città devono vedersela con numerosi predatori; dall’uomo con i suoi topicidi ai predatori notturni che abitano i parchi; dalle bisce d’acqua ai gatti che però possono aggredire però solo esemplari di modeste dimensione.

Nonostante siano molto resistenti e degli abili nuotatori i ratti conducono in città una vita piena di rischi dal momento che hanno abbandonato le abitudini notturne e preferiscono bazzicare le aree  dove si accumulano rifiuti nelle ore diurne: i cassonetti che tracimano mondezza sono i loro preferiti.

Addossare perciò a loro, che aiutano la scienza e ripuliscono il territorio, ogni colpa ci sembra del tutto ingiusto; certo vedere un surmolotto che ci sfreccia tra i piedi non è molto piacevole ma non lo è neppure venire investiti da un auto mentre si attraversa sulle strisce pedonali.

Francesco Gargaglia

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