Home ATTUALITÀ 20 anni senza Faber: “dal letame nascono i fior”

    20 anni senza Faber: “dal letame nascono i fior”

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    Quando si parla di qualcuno che non c’è più, il rischio di banalizzare, edulcorare e sprecar parole è sempre in agguato come un killer sotto il sole. E, inoltre, il pericolo di attribuire significati arbitrari o strumentali alle azioni e alle opere della persona che si intende ricordare cresce in proporzione alla sua grandezza. Quando, poi, si tratta di Fabrizio De André, beh, buona fortuna a chi ci prova!

    Oggi sono passati esattamente due decadi dalla sua morte e, se fosse stato ancora vivo, il prossimo 18 febbraio Faber avrebbe compiuto 79 anni. Cosa avrebbe detto De André in questo ventennio, in cui manca il suo punto di vista asciutto, sorprendente e poetico?

    In che modo avrebbe rappresentato noi italiani? Quale sarebbe stato il suo sguardo sulla società? Come avrebbe sviluppato la sua visione politica? Io ci vado piano e volo basso, non mi arrogo il diritto di proclamarmi esegeta, per forza di cose, approssimativo o abusivo delle sue parole, che siano in musica o non lo siano.

    Certo, però, direbbe qualcuno, se guardiamo alla sua opera, gli elementi per formulare una teoria attendibile ci sarebbero tutti. Ma non dimentichiamo una cosa molto importante: ogni uscita discografica di De André è stata una sorpresa, un evento spiazzante per il suo pubblico, anche per quello più affezionato ed attento. E allora, attenzione a lanciarsi in ipotesi e speculazioni!

    Tuttavia, qualcosa posso pur scriverla, qualche rischio lo devo correre anch’io. È vero: Faber ha concluso la sua escursione nel mondo ormai da vent’anni, ma oggi, nell’anno del Signore 2019, le sue coordinate esistenziali e le sue immagini poetiche sono ancora vivide e scintillanti; il suo punto di vista continuiamo ad averlo, intatto e vibrante nel suo carattere anarchico ed anticonformista, potente e deflagrante nella sua denuncia secca e definitiva, struggente e carezzevole nella sua dolcezza e delicatezza, realista quando smaschera le ipocrisie e le meschinità umane e visionario quando pennella un mondo diverso e possibile.

    Quello che mi ha sempre colpito di Faber, la costante fra le costanti, il paradigma fra i paradigmi, la caratteristica che me lo ha fatto amare fin dal primo ascolto, è la sua pervicacia nel ricercare e scovare l’amore e la bellezza laddove nessuno guarderebbe o guarderebbe con sdegno.

    Vivi o morti che siano, i suoi personaggi sono gli ultimi della fila, gli emarginati, i diversi, le persone che ci si vergogna di frequentare in pubblico, i disgraziati che hanno ucciso o si sono uccisi per amore, quelli che hanno dilapidato i propri sentimenti, i perseguitati, non solo dal destino, ma anche e soprattutto dalla malvagità altrui, gli esclusi dalla storia, grande o piccola che sia.

    In altre parole, De André inseguiva e, ancora oggi, continua a mostrare l’amore e la bellezza fra la sporcizia, gli stenti e gli sputi, nei vicoli dimenticati da Dio e dagli uomini, nell’oscurità che aggredisce ogni cuore umano, nei porti e nelle osterie d’infimo ordine e, ovviamente, nei postriboli.

    Quando Italo Calvino scriveva che “un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire”, non poteva certamente avere in mente Faber, ma la definizione gli va più che bene e a me pare abbastanza.

    Fabrizio De André merita di essere ascoltato, non che si parli troppo o malamente di lui. Merita di essere ascoltato, non sempre, ma in certi momenti della giornata o della vita. In altri risulterebbe indigesto, ostico, perfino fastidioso: non siamo sempre pronti ad accogliere un pugno in faccia o una dichiarazione d’amore che ci porta alle lacrime, credo.

    Ascoltiamolo e riascoltiamolo, dunque, quando siamo disponibili ad accoglierlo e gli riserveremo per tutta la vita un posto speciale nella nostra anima.

    Le sue parole e la sua musica, la sua poesia e le sue storie legate indissolubilmente alla vicenda umana hanno sconfitto la sua stessa morte e viaggiano integre verso le generazioni future.
    Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”, ricordiamocelo sempre.

    Giovanni Berti

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