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Il tram 2 da Flaminio a Mancini

tram 2

Il tram 2 prima si chiamava 25, mi pare, ed è l’unica cosa buona che ci hanno lasciato i mondiali del ’90. Però, in linea con la tradizione italica delle cose fatte ad minchiam, in prossimità di piazzale Flaminio, il tram doveva fare tre curve per cambiare verso, dato che i mezzi – sia quelli nuovi fiammanti che quelli già in dotazione dal trattato di Versailles del 1919 – avevano una sola motrice.

Diversi anni dopo, stuoli di ingegneri, manipoli di archi-stars e masse di lavoranti indefessi hanno corretto la cosa, trasformando le tre curve nella magia stupefacente della linea retta.

Allora, sono arrivate la doppia motrice e la doppia corsia del capolinea, che si è trasformato in un accattivante “vedo/non vedo” grazie ai led incastonati nei marciapiedi, cosa che non manca di suscitare l’ammirazione dei turisti nord europei, che al ritorno a casa, con questi racconti, si risolvono un sacco di gelide serate incassando lo stupore, gli “ohhh” e gli “anvedi” di parenti, amici e ministri del culto.

Oltre alle auto parcheggiate sui binari (“vabbè, ddu’ minuti, che voi che sia?“) e ai venditori di ombrelli che vivono negli interstizi dei palazzi adiacenti, l’attrattiva principale del capolinea del tram 2 di piazzale Flaminio sono le porte che PRIMA si aprono da una parte per chi scende e POI si schiudono dall’altra per chi sale.

La cosa, che all’inizio ha ingenerato confusione e proteste in una clientela non abituata alle sofisticazioni, è comunque compensata dalla passerella stile Costanzo-show in cui il manovratore si produce – solitario e non applaudito – per tutta la lunghezza del tram.

Perché il conducente ti apre le porte per salire solo DOPO che è arrivato all’altra motrice, mai prima, mentre all’esterno si alzano i gomiti per conquistare la pole-position, si preme compulsivamente e inutilmente il pulsante apri-porta e, se piove, si aderisce rapidamente ad una religione qualsiasi per poi poter essere nella condizione di bestemmiare con tutti i crismi.

Sul tram 2, con l’aria condizionata accesa ci sono 15 gradi celsius, se è spenta, invece, ce ne sono 40. Il design del tram 2 – sedie verdi, sostegni gialli – è stato curato da uno che nel curriculum aveva scritto “cugino di secondo grado di Giuggiaro”, però poi s’è scoperto che non era vero ma è, comunque, andato tutto in prescrizione.

Il tram 2 certe volte è “deviato” o “limitato“, ma quasi nessuno se n’accorge perché o lo scrivono troppo presto o lo scrivono dopo che la gente è salita. Il tram 2 parte “quando è ora“, altrimenti “aspetta quello dopo“, ma quello dopo spesso va al deposito.

Il tram 2 va da Flaminio a Mancini e viceversa, e in mezzo c’è tutto un mondo variegato. C’è la fermata davanti a Scifoni, dove la connessione wi-fi latita ma pensi con sollievo che non sei ancora arrivato al capolinea, c’è la fermata dello stadio Flaminio, che è la più democratica del pianeta dato che è appannaggio tanto di parioline coi tacchi alti quanto di alcolisti con le bottiglie mal inguattate, e c’è la fermata dell’Auditorium, che essendo chiamata Apollodoro, costringe quasi tutti quelli che vanno all’Auditorium per la prima volta a scendere alla successiva.

Poi, c’è la fermata successiva, quella del Villaggio Olimpico, dove, anno dopo anno, si può ammirare l’intero ciclo di decomposizione delle foglie secche come in una delle puntate più riuscite di Superquark.

Il tram 2 va da Flaminio a Mancini e viceversa, e al suo interno ci puoi trovare il tifoso solitario che certe volte snocciola tutto il repertorio dei canti da stadio, il senzatetto abbronzato e dignitoso che ha sempre le infradito estate e inverno e l’attore di teatro con cui parlo di libri e non so nemmeno come si chiama.

Purtroppo, da diverso tempo non incontro il più interessante di tutti, quel signore anziano che nel tragitto ti domandava a bruciapelo: “sei ariete o capricorno?” e ti snocciolava un oroscopo estemporaneo ché, quando infine scendevi a piazza Mancini, ti ritrovavi a cantare senza volerlo “avevo già la Luna e Urano nel Leone“…

Giovanni Berti

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5 COMMENTI

  1. negli anni Cinquanta e primi Sessanta, il tram varcava il Tevere correndo su Ponte Milvio, e imboccava via Flaminia, sempre con destinazione Piazzale Flaminio. Mi pare che fosse il numero 39, mentre non ho memoria di un numero 25.

  2. non dimentichiamo che doveva essere una metropolitana leggera per cui i semafori dovevano essere sincronizzati in modo tale che il tram non dovesse fermarsi. Invece questo non accade affatto.

  3. Corretto: 225, semafori “verdi” al passo. Ma soprattutto doveva arrivare fino alla stazione della ferrovia Roma – Viterbo (e, per inciso, della Metropolitana, lato uscita veloce). Ma si sa che togliere le bancarelle di cianfrusaglie e abiti vari a Roma è impossibile e pertanto la linea prima è diventata circolare, poi la resa definitiva facendola diventare una linea retta senza il giro attorno alla piazza.
    Le bancarelle dopo 30 anni sono ancora li.
    Eterne come e più della città.

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