Home ATTUALITÀ Fra rock e poesia Patti Smith incanta l’Auditorium

    Fra rock e poesia Patti Smith incanta l’Auditorium

    patti smith

    Andare a un concerto di Patti Smith è sempre un’esperienza intensa e sorprendente. Intensa perché la sacerdotessa del rock ti travolge e ti conquista con la sua magica alchimia fra rock e poesia: prima ti sprona con gli spigoli e il furore del punk e, poi, con i suoi versi morbidi e la sua voce suadente ti suggerisce un mondo possibile, più giusto e più pacificato.

    Sorprendente perché, se un minuto prima c’era una folla eterogenea, in pigra attesa e, magari, fiaccata da una giornata trascorsa al mare, appena si spengono le luci prende corpo una comunità compatta di persone i cui cuori battono all’unisono.
    È il miracolo del rock and roll e si verifica solo con quelli bravi davvero. E Patti Smith è fra questi (pochi) da quasi quarant’anni.

    Nella sera di domenica 10 giugno, lo ha dimostrato ancora una volta offrendo al pubblico romano un’esibizione magnifica e travolgente, ottantacinque minuti di autentica magia, una sorta di greatest hits concettuale che ha incluso anche diverse cover trattate (come sempre) con rispetto ed originalità.

    Sono le 21.10 quando – quasi in sordina e preceduta dalla sua band – Patti Smith fa il suo ingresso sul palco all’aperto della Cavea dell’Auditorium Parco della Musica. Inforcati gli occhiali, legge un passaggio estrapolato da un discorso di Robert Kennedy, che veniva assassinato a Los Angeles il 6 giugno di cinquant’anni fa.

    “Tutte le grandi domande devono essere poste da grandi voci, e la voce più grande è la voce della gente, che parla in prosa, con la pittura, attraverso la poesia o per il tramite della musica; che parla nelle case e nelle sale, nelle strade e nelle fattorie, nei cortili e nei caffè. Lasciate parlare quella voce e il silenzio che sentirete sarà la gratitudine dell’umanità”.

    Subito dopo – potente e nitido – arriva il sogno dentro il sogno, ecco la visione che rimane limpida anche al risveglio: vallate luminose in cui i sensi sono completamente aperti e si respira aria pura; il sogno della gente che detta le regole, che ha il diritto di sognare, di sperare e cacciare dal mondo i folli.

    People Have the Power (da “Dream of Life”, 1988) apre il concerto con una deflagrazione elettrica e cadenzata, con una dichiarazione ben precisa e assai determinata: “io credo che tutto ciò che sogniamo può avverarsi e condurci all’unione, noi possiamo rivoltare il mondo e dare il via alla rivoluzione della Terra“. Un inno che prende alla sprovvista alcuni, fa scattare in piedi molti e fa spellare le mani a tutti.

    “Felice di essere tornata”, dice Patti Smith al microfono, prima che arrivino le dolenti ed ipnotiche sonorità reggae di Redondo Beach (“Horses”, 1975) sulle quali viene innestata la narrazione relativa al suicidio di una ragazza innamorata di un’altra ragazza: “giù all’oceano era tutto così triste, me ne stavo semplicemente con lo shock stampato sul mio viso, il carro funebre si allontanò e la ragazza che era morta eri tu”.

    Dopo gli applausi e il conseguente ringraziamento, la cantautrice di Chicago non perde l’occasione per elogiare la bellezza dell’Auditorium progettato da Renzo Piano, “uno dei posti più magici in cui mi sia capitato di suonare”, dice, per poi aggiungere: “quando oggi pomeriggio abbiamo fatto il soundcheck era meraviglioso guardare quelle strutture che si stagliavano verso il cielo azzurro”.

    Morbida ed avvolgente, arriva Mind Games, riuscita cover del classico firmato da John Lennon, il cui messaggio arriva forte e chiaro a tutti i presenti: “love is the answer, not war”. Una risposta agli interrogativi sollevati da Dylan nella sua “Blowin’ in the Wind”, probabilmente.

    La successiva Ghost Dance (“Easter”, 1978) prende spunto da una danza rituale che i nativi americani delle grandi pianure eseguivano sul finire del diciannovesimo secolo. Puntellata da un ritmo incalzante, la canzone è un’invocazione che tiene insieme passato, presente e futuro – gli antenati morti come i figli che devono ancora nascere – e propone ripetutamente, come un mantra, il verso “we shall live again”.

    Ecco, poi, un’altra pietra miliare, questa volta estratta da cilindro di “Wave” (1979). Vellutata e suadente, Dancing Barefoot è il capolavoro di sempre al quale Jackson Smith – figlio maggiore di Patti – aggiunge gli accordi preziosi della sua chitarra elettrica.

    Per introdurre il pezzo che segue la sacerdotessa del rock ringrazia Papa Francesco per il suo impegno e le sue parole contro l’inquinamento della Terra. Non viene ringraziato e nemmeno nominato, invece, Donald Trump, secondo il quale il riscaldamento globale non è altro che una notizia falsa.

    Molto a proposito arriva Beds Are Burning, pregevole cover della band australiana dei Midnight Oil, un pezzo del 1987 che Patti fa completamente proprio, considerato che lo inizia recitandolo in modo prima sommesso e poi sempre più furibondo, con il reading che diventa canzone, mentre l’invettiva contro chi inquina il mondo si nutre e si irrobustisce non solo tramite le sue parole ma anche attraverso la batteria di Jay Dee Daugherty e il basso di Tony Shanahan.

    Dopo la presentazione della band il microfono passa all’amico di sempre, al chitarrista e cantante Lenny Kaye. Mentre Patti Smith balla lungo il margine del palco, gli spettatori del parterre si riversano intorno allo stage. Il momento è tosto, tostissimo: senza soluzione di continuità arrivano le bordate punk-rock di Night Time is the Right Time e People Who Died.

    “Non vi preoccupate, tornerete dopo”, dice Patti Smith mentre gli steward dell’Auditorium rimandano al proprio posto gli spettatori che si erano assiepati intorno allo stage. “Non siamo mica all’opera, è un concerto rock, questo”, aggiunge la cantautrice statunitense, prima che le suggestioni notturne di Beneath the Southern Cross (“Gone Again”, 1996) la riportino al microfono e al centro della scena.

    Nella successiva, incomparabile Pissin’ in a River (“Radio Ethiopia”, 1976) si toccano vette altissime, grazie anche alle magie che Kaye riesce a estrapolare dalla sua chitarra. Siamo all’apoteosi, la gente torna ad affollarsi al bordo del palco, perché non si può resistere seduti ad un altro momento-clou, ad una tempesta di elettricità, a quel concentrato di poesia e collera che è l’unione fra Land Gloria (G-L-O-R-I-A, grazie Van Morrison).

    Applausi, applausi, applausi. Sono le 22.23, Patti Smith e la sua band lasciano la scena ma si tratta solo di un minuto. “Abbiamo ancora un paio di canzoni per voi: se vi piacciono cantiamole insieme”, dice al microfono prima che arrivino due perle assolute.

    La sua resa di Can’t Help Falling in Love è forse la più bella e dolce che abbiamo mai sentito nella nostra vita e si tratta di un brano che hanno cantato un po’ tutti nel mondo perché Elvis è sempre l’inizio di tutto quando si parla di rock (e non solo). Bellezza, amore, purezza.
    Momento meraviglioso che fa da preludio ad un’altra magia, l’ultima, ad una conclusione che lascia tutti con gli occhi lucidi e i pugni alzati, la canzone scritta per Frederick “Sonic” Smith, il marito di Patti, morto nel 1994, e padre di Jackson, che è lì in piedi accanto alla mamma più rock del pianeta Terra.

    Si tratta, ovviamente, di Because the Night, frutto prelibato del connubio con Bruce Springsteen (sempre sia lodato), un brano inarrivabile che nel 2018 ha compiuto 40 anni.

    Si accendono le luci, saluti, foto e ringraziamenti. Sono le 22.35. Grazie, Patti. Il mondo dovrebbe ascoltare di più la tua voce, ci sarebbe meno rumore e più silenzio. Il silenzio della gratitudine. La nostra è immutata, come sempre.

    Giovanni Berti

     

    Visita la nostra pagina di Facebook

    1 commento

    LASCIA UN COMMENTO

    inserisci il tuo commento
    inserisci il tuo nome