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Fra musica e sogno, Stelvio Cipriani all’Auditorium

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Era un altro mondo, quello del cinema di genere, degli spaghetti-western, dei poliziotteschi, della commedia “pecoreccia”, dell’horror “al pomodoro e basilico”. Un mondo che non tornerà più ma che per una sera rivivrà nel concerto di Stelvio Cipriani il prossimo 2 ottobre all’Auditorium.

Sognare Musica

Il grande compositore di colonne sonore e non solo, 80 anni il 20 agosto, si esibirà in un appuntamento speciale. Sarà lui a dirigere l’Orchestra Roma Sinfonietta nell’esecuzione di brani tratti dalle colonne sonore di altrettanto grandi compositori, da Carlo Rustichelli a Nino Rota a George Gershwin, da lui rielaborati e riarrangiati. Ma non mancheranno brani dal suo repertorio.

Il progetto s’intitola “Sognare Musica” e riprende nel nome il suo ultimo lavoro discografico, un lavoro in cui il Maestro interpreta al pianoforte nuovi componimenti inediti di suo pugno.

Era un altro mondo quello di Cipriani

Un mondo dove la cultura aveva ancora un peso; “social” significava davvero comunità, condivisione, arricchimento, crescita; e la tecnologia, benchè presente nella vita di tutti i giorni, non distoglieva dai contenuti a vantaggio dei “contenitori” (leggi smartphone e tablet).

No, non eravamo ancora tutti zombie accecati dalla furia consumistica travestita da filosofia new-age, quando non addirittura da pseudo-religione modernista.

Non compravamo ancora su Amazon ordinando più pacchi di quanti riusciamo a ricordarcene e non rischiavamo di farci investire in strada per seguire gli interessantissimi sviluppi della chat “calcetto” su Whatsapp.

Gli Anni ’60 e ’70 per il cinema italiano non furono meno importanti dei due decenni precedenti, anzi. Non tanto e non solo per quanto attiene alle pellicole ipercelebrate di Scola, Risi o Monicelli, ma anche con riferimento a quel sostrato impropriamente etichettato come cinema di serie B, poi prontamente e ipocritamente  riconvertito in “cult” (o nel più tarantiniano “pulp”) una volta giunti a distanza (temporale) di sicurezza.

I film erano ancora al centro della vita delle persone, offrivano spunti di dibattito, chiavi di lettura, e spesso ti lasciavano con più interrogativi di quanti ne avevi prima di iniziarne la visione. Perchè il dubbio è il sale dell’arte. E un ruolo centrale lo giocavano le musiche.

L’età dell’oro

Quella fu l’età dell’oro delle colonne sonore italiane, quando la tradizione della musica classica si mischiava alle nuove possibilità offerte dalle macchine. Archi e fiati si alternavano ai suoni dei primi sintetizzatori. Cultura alta e cultura bassa.

Se Mozart e Beethoven fossero vissuti nella seconda metà del XX Secolo probabilmente anche loro si sarebbero cimentati con la settima arte. E si sarebbero ispirati ai nostri compositori: Morricone, Trovaioli, Micalizzi, Ortolani, Umiliani, Mariano, i Goblin, solo per cintarne alcuni. Nomi che in quegli anni erano famosi in tutto il mondo e ricercatissimi sul mercato italiano e internazionale.

Cipriani fu anche lui tra i capifila di quel movimento e tra i maggiori interpreti di una stagione irripetibile, un patrimonio che oggi purtroppo abbiamo quasi del tutto dissipato.

Molti film, non solo italiani, non sarebbero stati gli stessi senza il suo tocco arguto, passionale, ironico, melodrammatico, dall’impostazione cameristica derivante dai suoi studi al conservatorio di Santa Cecilia ma anche dal forte sapore popolare.

Nicola Piovani, per dirne uno, deve tantissimo a lui. Idem per le nuovissime leve La Batteria e Calibro 35. Le sue composizioni attecchivano in egual misura presso il pubblico avvezzo alle sale cinematografiche e a quello con in tasca l’abbonamento annuale al Teatro dell’Opera.

Oltre 200 colonne sonore

Ha musicato oltre 200 pellicole, con una versatilità sorprendente in fatto di generi: dal western al thriller all’horror passando per il poliziesco, la commedia, il catastrofico, la fantascienza e perfino l’erotico.

Sulle sue arie si sono amati Florinda Bolkan e Tony Musante, ma anche odiati Maurizio Merli e Mario Merola; hanno fatto mattanze caimani e piovre giganti; sono precipitati in mare aerei Concorde e affiorate dalle acque barche fantasma; hanno fischiato le pallottole del west e quelle dei poliziotteschi; ha fatto ridere Renato Pozzetto e paura Mario Bava.

Uno spettro ampissimo che il Nostro iniziò a mettere a punto nel 1966 allorchè Tomas Milian gli chiese di comporre un “deguello”, la musica che accompagna il duello finale nei film western. Il film in questione era “Bounty Killer“, di Eugenio Martin. Da lì iniziò l’ascesa.

Anonimo Veneziano, indimenticabile

Ma fu “Anonimo veneziano“, nel 1970, a dargli la popolarità. Enrico Maria Salerno, alla sua prima prova da regista, non era soddisfatto delle musiche scritte fin lì dal precedente compositore, e allora chiese a Cipriani di occuparsene lui.

Ne uscì uno dei temi più toccanti e malinconici della storia del nostro cinema. Un tema famosissimo – più del film stesso, probabilmente – riconoscibile fin dalle primissime note ed entrato a far parte del costume tricolore.

Lo compose senza aver mai visto il film, del quale conosceva per sommi capi la trama. L’ispirazione gli venne rimirando per tutta la notte una foto della Bolkan (che di ispirazioni ne faceva sorgere, ma di altro tipo) e improvvisando al pianoforte quella che poi diventerà la melodia cardine.

L’impronta più visibile

Nel corso della sua carriera lo hanno voluto i più grandi registi, da Steno a Carlo Lizzani a Mario Soldati.

Ma fu nel cinema di genere che lasciò l’impronta più visibile. Un cinema vero, autentico, di popolo. Una panacea “politically uncorrect” contro il pervasivo benpensare finto-progressista dei tempi odierni.

In questo campo lavorò con maestri del calibro di Lucio Fulci, Stelvio Massi, Joe D’Amato, Ruggero Deodato, Sergio Martino, Mariano Laurenti.

Anche all’estero Cipriani era un gigante. E coi giganti americani dialogava da pari a pari. La sua fama sconfinò infatti ben presto fin sull’altra sponda dell’Atlantico.

Come dimenticare “Tentacoli“, produzione italo/hollywoodiana del 1977 con un cast di stelle (John Houston, Shelley Winters, Henry Fonda, Bo Hopkins) che si proponeva di sfruttare il successo de “Lo squalo”, con la variante del polpo gigante al posto del pescecane di Spielberg.

Senza dimenticare un altro colosso come James Cameron, che lo volle con sè per la sua opera prima “Piranha Paura” (1981).

Dagli USA al Messico il salto fu breve e Cipriani si ritrovò al fianco di Renè Cardona jr., vate del cinema indipendente messicano, che gli affidò la consolle per “Il Triangolo delle Bermuda” (1978) e “Uccelli 2” (1987), seguito apocrifo del capolavoro hitchcockiano.

Ma tornando ai patri confini, nella sterminata discografia del compositore romano c’è spazio anche per la televisione, per la quale musicò diversi sceneggiati. Tra i più importanti, “I racconti del maresciallo“, in onda sulla RAI nel 1968, e “Dov’è Anna“, sempre sulla TV di Stato ma nel 1976.

Allora non c’erano le serie TV. Il formato a puntate esisteva solo in casi eccezionali e solo se funzionale alla storia. Perchè lo scopo era semplicemente raccontarla, quella storia, e non intrattenerci a ogni costo con stagioni interminabili e facendoci diventare esperti del niente.

A ognuno il Cipriani che preferisce

E sicuramente non allo scopo di intrattenere sono state le molte composizioni di Cipriani nel campo della musica sacra. Anche qui abbiamo una produzione sterminata dove non c’è che da scegliere.

Insomma, a ognuno il Cipriani che preferisce. E a ognuno l’epoca che sente più sua.

Appuntamento all’Auditorium lunedì 2 ottobre.

Valerio Di Marco

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