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Tor di Quinto, siamo uomini o caporali?

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Qualcuno ha recentemente affermato in una sede istituzionale: “dopo indagini, è stato stabilito che a Tor di Quinto non esiste il caporalato”. Ok, dunque non è un mercato della braccia quello che si vede all’alba tutte le mattine ma un circolo letterario di poeti in cerca d’ispirazione…

Ci sono, appunto, cose che accadono ma che non si vogliono vedere.
Eppure basterebbe poco. Basterebbe, per dire, farsi un giro in viale Tor di Quinto la mattina alle sei per osservare quello che succede in prossimità dello “smorzo”, il deposito di materiali edili all’altezza del Ponte della Tangenziale, dove tutti i giorni decine di “invisibili” si radunano senza essersi data appuntamento.

Chi sono? Persone, esseri umani, lavoratori, che per sbarcare il lunario sono disposti a fare un po’ di tutto e a vendersi al primo offerente. C’è chi se la cava come elettricista, chi come muratore, chi come idraulico. Ma a molti puoi chiedere di fare qualsiasi cosa, che le mani sanno dove metterle.

Eppure visti così, nella semi-oscurità delle prime luci dell’alba, sembrano ombre, morti viventi, zombie della notte fuori tempo massimo che stanno lì e aspettano.

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Aspettano cosa? Qualcuno direbbe l’autobus. Solo che il loro autobus non è di linea, non è rosso e non ha i numeri sui pannelli anteriori, ma è un furgone scalcinato che li caricherà e li porterà a lavorare come muli in chissà quale cantiere, capannone o appartamento, fuori o dentro la città. E il tutto in cambio di una manciata di euro lordi perchè poi chi guida il furgone vorrà la sua parte.

Questi invisibili non cercano lavoro, ma è il lavoro che – se sono fortunati – trova loro. E se mancano all’appello, tanti saluti.
Si chiama caporalato, e per qualcuno esiste solo nel Mezzogiorno. Ma la realtà è ben altra. Perché prepotenza e indifferenza non hanno confini, e quello che in Puglia o Campania vale per le piantagioni di pomodori, nelle grandi città vale nell’edilizia.

Il governo sta lavorando a debellare il fenomeno. Due emendamenti alla riforma del Codice antimafia prevedono la confisca penale “obbligatoria e allargata” per il “reato di caporalato” e la responsabilità oggettiva di chi si avvale dell’intermediazione dei caporali. E come annunciato dal relatore Davide Mattiello (PD), la legge di riforma sarà in Aula ai primi di novembre.

Ma per loro, gli invisibili, in fondo cambia poco. La giornata allo smorzo inizia presto. Il mercato delle braccia apre alle prime luci dell’alba. Alle sei e mezza i due marciapiedi su ambo i lati di viale Tor di Quinto sono già affollati. Dieci, quindici, venti persone lì in piedi al freddo ad aspettare sotto gli occhi di chi passa.

E siamo a meno di mille metri dalla grande caserma dei Carabinieri, a milletrecento dalla sede del XV Gruppo della Polizia Municipale, a millesettecento da quella del XV Municipio.

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E loro sono là. Tutti si conoscono, si salutano. Arrivano a piedi o con la loro auto che lasciano posteggiata nel grande parcheggio dell’ex Teatro Tenda, accanto alle roulotte di altre lavoratrici della strada.
E se loro, le lavoratrici, nella loro casa-bottega hanno tutto ciò che serve, i nostri invece arrivano solo con uno zaino con dentro pochi effetti personali. Il pranzo, una maglietta di ricambio, qualche sigaretta.

“Non so dove lavorerò oggi – ci dice uno di loro – e soprattutto se lavorerò. Ieri sono andato a ristrutturare un bagno in zona Vigne Nuove, oggi chissà“. Li conosci quelli che ti vengono a prendere ? “A volte sì“.

Loro, i caporali, arrivano con un furgone o un caravan e fanno come i clienti delle prostitute: si informano sulla prestazione, contrattano sul prezzo, e via. Le targhe molto spesso sono romene, ma anche italiane. A bordo sono quasi sempre in due o tre.

Vi siete mai chiesti la ditta che viene a rifarvi il parquet dove l’ha trovato l’operaio straniero che si porta dietro? Magari l’ha caricato la mattina stessa proprio lì, allo smorzo. Dove non c’è distinzione tra regolari e irregolari, tra comunitari ed extra. Romeni, albanesi, uzbeki, moldavi: lo sfruttamento ha un’unica bandiera.

Chiamarli “immigrati”, questi poveracci, è fuorviante poiché implica un’indebita generalizzazione. E le generalizzazioni sono pericolose quando si fanno pensiero comune.

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Negli anni novanta Berlusconi annunciava all’opinione pubblica che avrebbe offerto lavoro nelle sue aziende agli albanesi che arrivavano a frotte sulle nostre spiagge a bordo dei barconi. Lo faceva perché all’epoca era questo che l’opinione pubblica voleva sentirsi dire, ed era questo che ci si attendeva. Oggi, invece, con l’uso della dialettica si distrugge l’idea stessa di accoglienza, perché oggi è così che la gente si sente rassicurata.
Ovviamente a loro, ai disperati di Tor di Quinto, di questi discorsi non gliene importa nulla.

Vivono per lavorare, non il contrario. A loro interessa solo mettere insieme il pranzo con la cena. Non hanno cartellino da timbrare né straordinari da rivendicare. I più fortunati riusciranno a portare a casa qualche euro – “trenta-trentacinque al giorno al massimo“, ci dice un altro – che basterà appena per mangiare e far mangiare le loro famiglie.

E comunque quello che ognuno di loro guadagna va sempre considerato al netto della “tassa” che deve a chi è stato così magnanimo da toglierlo dal marciapiede e portarlo a guadagnarsi la giornata.

Ovviamente quella di oggi, che domani si vedrà.

L’umanità – diceva Totò nel famosissimo film, – io l’ho divisa in due categorie di persone: Uomini e caporali. La categoria degli uomini è la maggioranza, quella dei caporali, per fortuna, è la minoranza.
Gli uomini sono quegli esseri costretti a lavorare per tutta la vita, come bestie, senza vedere mai un raggio di sole, senza mai la minima soddisfazione, sempre nell’ombra grigia di un’esistenza grama…. I caporali sono coloro che sfruttano, che tiranneggiano, che maltrattano, che umiliano…caporale si nasce, non si diventa!

Valerio Di Marco

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4 COMMENTI

  1. Una triste ma perfetta fotografia della nostra realtà; realtà con cui troppo spesso dimentichiamo.
    I miei complimenti e ringramemti all’autore dell’articolo.

  2. E’ da almeno venti anni che c’è l’usanza di riunire la manovalanza la mattina in strada (io la vedevo a prima porta). All’epoca se non eri straniero non ti caricavano o ti facevano scendere dalla macchina per paura di denunce, chissà se funziona ancora così. Ma pensavo fossero i datori stessi a passare a prenderli, non mi è mai venuto in mente il caporalato. Grazie.

  3. Anche a Ponte Milvio, negli anni ’60 ’70, era la stessa cosa! I lavoratori erano tutti provenienti dal Sud Italia!!!! Ma nessuno si accorse di nulla…..

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