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Gli Yo La Tengo all’Auditorium

yolatengo240.jpgSabato 31 ottobre, all’Auditorium, appuntamento con la storia. Ad andare in scena sarà infatti una vera e propria leggenda dell’indie-rock mondiale, gli Yo La Tengo di Ira Kaplan, band capofila dell’alternative-rock americano a partire dagli anni ’80. La band del New Jersey si esibirà a Roma nel tour a supporto di Stuff Like That There, il nuovo album in uscita il 28 agosto, diciassettesimo della loro carriera.

Il concerto che si terrà alla Sala Petrassi sarà quindi l’occasione di vedere dal vivo una delle band più influenti degli ultimi trent’anni, da poco tornata ad essere un quartetto grazie al rientro in formazione del chitarrista Dave Schramm, separatosi dagli altri all’indomani della pubblicazione del primo album.

Già, Ride The Tiger. Un tuffo al cuore. Basterebbe una canzone contenuta sul loro disco del 1986 a rendere l’idea di quanto siano stati grandi gli YLT. Una canzone che non è neanche loro, ma la cover di un pezzo dei Kinks, Big Sky. Perchè proprio quella ? Perchè è emblematica del loro approccio, di quello sguardo retrò e nostalgico – ma non per questo senza sbocchi – costantemente rivolto a quegli anni ’60 e ’70 che ancora oggi molti considerano la “golden age” della musica pop.

Ma non di semplice revival si trattava, bensì di reinterpretazione del passato sotto una luce nuova. Stile classico e contemporaneo al tempo stesso. Per questo gli YLT sono durati così tanto, riuscendo a rinnovarsi ogni volta pur rimanendo se stessi e mantenendo quel filo sottile che li univa alle loro radici grazie anche all’abitudine mantenuta nel tempo di inserire in quasi ogni album almeno una cover di altri artisti.

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E proprio da cover, oltre che da versioni re-incise di loro brani del passato, è composto il nuovo Stuff Like That There, un lavoro che contiene – tra gli altri – brani di Cure, Hank Williams, Parliaments, Sun Ra, Lovin’ Spoonful e Darlene McCrea. Il tutto ovviamente rielaborato in chiave YLT. Come ai tempi di Fakebook, il loro album del 1990 di cui questo lavoro si propone come l’ideale seguito.

Del resto scovare tesori nascosti nella cantina dell’indie è sempre stato il loro passatempo preferito. Così come omaggiare la tradizione nobile del rock anglosassone.

Negli Yo La Tengo hanno sempre rivissuto (e convissuto) gli arpeggi di chitarra dei Byrds, la psichedelia dei Grateful Dead, il folk-rock dei Creedence Clearwater Festival, le protest-song melodiche dei Jefferson Airplane e le atmosfere cupe e metropolitane di Velvet Underground e Television. Il tutto aggiornato ai tempi correnti. Che per loro erano l’America degli anni ottanta, quando il rock che guardava al passato era considerato demodè, mentre il futuro erano tastiere e sintetizzatori.

Ma mai profezia fu più sbagliata, poichè di lì a poco sarebbero state proprio le chitarre ad innescare la miccia delle ultime due rivoluzioni che a tutt’oggi il rock ricordi: il grunge e il brit-pop.

Certo, gli YLT non furono i primi a voltarsi indietro con quello snobismo quasi radical-chic e quella punta di nostalgia che all’epoca accendeva gli animi anzichè intristirli. Il solco era quello tracciato dai R.E.M., la band che prima di tutte aveva sdoganato il rock indipendente made in USA portandolo in heavy-rotation sulle radio nazionali e sulle pareti delle camerette degli adolescenti americani. Da allora niente è stato più come prima.

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I dischi di Kaplan e soci hanno segnato un’epoca, dalle prime prove in studio pubblicate per l’etichetta indipendente Coyote fino all’ingresso in Matador negli anni novanta con dischi epocali come Painful e I Can Hear The Heart Beating As One. Sì perchè gli YLT sono riusciti a tenere la barra dritta anche in piena ondata post-rock, riuscendo a passare indenni per le forche caudine di fine millennio e arrivando fino ad oggi ancora in forma smagliante.

Quindi, se siete veri appassionati di rock (e dintorni) siamo sicuri che non avrete dubbi su come passare la prossima notte di Halloween…

Valerio Di Marco

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