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Auditorium, i Toto conquistano la Cavea

toto240.jpgCavea stracolma e grande successo per il concerto che i Toto hanno tenuto domenica 5 luglio all’Auditorium Parco della Musica. In due ore esatte di show il gruppo formatosi a Los Angeles nel 1977 ha ripercorso quasi quarant’anni di carriera, regalando capolavori come “Stranger in town” e “Hold the line”, “Rosanna” e “Africa”.

La ricetta dei Toto

Prendi un corposo sound rock e fallo sfumare lentamente in soffici ballate e in lunghi virtuosismi progressive, aggiungi un pizzico di jazz, funk e rhytm & blues e condisci il tutto con le suadenti suggestioni del pop. Mescola e amalgama per centoventi minuti spaccati e servi in tavola: nessuno rimarrà deluso, la ricetta è a prova del Bastianich o Cracco di turno, se hai talento!

E i Toto, di talento ne hanno a bizzeffe. La band, che sta promuovendo in tutto il mondo l’ultima fatica “Toto XIV”, si è presentata alla cavea dell’auditorium in grande spolvero e con la voglia matta di conquistare l’eterogeneo pubblico romano (teste canute o dai capelli radi, ventri prominenti, ma anche giovani e famiglie con figli adolescenti).

Al microfono Jospeph Williams, il cantante che nel 1986 sostituì Fergie Frederiksen, ha offerto una performance pregevole e si è “lavorato” costantemente gli spettatori da front-man di livello qual è.

“The one and only” Steve Lukather ha regalato pennellate d’autore con la sua chitarra, mettendosi in evidenza anche come interprete dei propri brani, mentre uno scatenato Steve Porcaro ha dialogato efficacemente a colpi di tastiera con il suo carismatico dirimpettaio David Paich, raffinato pianista dalla voce ancora intatta e profonda.

La puntualità del basso di David Hungate, che suonò nei primi quattro album del gruppo, ha accompagnato autorevolmente la batteria di Shannon Forrest e le percussioni di Lenny Castro, che alla fine degli anni settanta già bazzicava la band.

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Il concerto

Sono le 21.03 quando, accolti da applausi scroscianti, i componenti dei Toto fanno il loro ingresso in scena. Gli spettatori del parterre non resistono e si riversano subito a bordo palco. Si parte con il piede sull’acceleratore: si comincia, infatti, con Running out of time, la traccia d’apertura di “Toto XIV”, un pezzone molto rock in cui la chitarra di Lukather fa da scintillante contrappunto alla voce calda di Williams.

Segue I’ll supply the love, il secondo singolo estratto da “Toto”, l’album del debutto. Nonostante abbia perduto la sua originaria connotazione disco e sia assai rockeggiante, il brano è ballabilissimo e fa scatenare tutti. La band già va a pieno regime, le voci di Paich e Lukather, insieme a quelle dei due coristi (Jenny Douglas e Mabvuto Carpenter), si fondono magicamente con quella di Williams, mentre le tastiere di Porcaro impreziosiscono il lungo finale progressive.

Dopo aver rifiatato con Burn (Toto XIV), una dolce ballata in cui le parole di Williams sono scandite dalla batteria e dalle percussioni, arriva il momento della buffa mimica d’orso, della tuba e dell’immenso talento di David Paich: la sua interpretazione di Stranger in town (Isolation, 1984) lascia davvero di stucco. La sua voce, ancora profonda ed intonata, incontra quella di Williams, che canta il fatidico ritornello (“è meglio che fai attenzione, c’è uno straniero in città”).

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Dopo Williams e Paich, al microfono è ora il turno di Lukather. I Won’t hold you back (Toto IV, 1982) è una delicata ballata soft rock punteggiata dal piano di Paich che il chitarrista dedica al pubblico (“from my heart to your hearts”). Suoni lievi, luci dei cellulari tutte accese  nel parterre come in tribuna, applausi, ma c’è ancora tanta roba.

Come una valanga, piomba sul palco la magnifica, inarrivabile, super trascinante Hold the line, composta nel 1977 da David Paich per il primo album e stasera cantata impeccabilmente da Williams con il contributo non certo irrilevante di Jenny Douglas.

Steve Porcaro ringrazia sentitamente il pubblico italiano per la vicinanza dimostrata in occasione della morte del fratello Mike, avvenuta quest’anno, e poi canta con trasporto la sua Takin’it back (Toto, 1978), che è seguita dalle sonorità hard rock e progressive di Never enough (Kingdom of Desire, 1992), in cui la voce graffiante e la chitarra esplosiva di Lukather salgono clamorosamente alla ribalta.

Paich si diverte a rielaborare un po’ di jazz al piano prima che arrivi la splendida Pamela (The Seventh One, 1988), che precede Great Expectations, la traccia conclusiva di Toto XIV, una canzone lunga e dalla struttura complessa, un progressive rock in cui la voce di Paich introduce quella di Williams, un pezzo che lo stesso Paich dedica ai giovani fans della band.

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Siamo a metà concerto, Lukather torna al microfono per Without your love (Fahrenheit, 1986), una ballata lenta ed accorata che termina con il lungo assolo di chitarra elettrica preso in prestito dalla Little Wing di hendrixiana memoria.

Dopo che Williams canta Holy War (Toto XIV), Lukather, imbracciata la chitarra acustica, dedica la successiva e commovente The road goes on (Tambu, 1995) ad alcune persone che non ci sono più e che la band porta sempre nel cuore: Jeff e Mike Porcaro.

La bellissima e trascinante Orphan (“you’re never alone in the world if you believe in each and every one of us”), forse il pezzo migliore del nuovo album, mette in evidenza le ottime capacità vocali di Jenny Douglas e Mabvuto Carpenter, mentre l’attesissima (e come poteva essere  altrimenti?) Rosanna, sublime composizione di David Paich estrapolata da Toto IV, in cui Lukather e Williams si dividono le strofe, chiude fra gli applausi il set prima dei bis.

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Sono le 22.43, ma non si aspetta nemmeno un minuto e i Toto tornano in scena. Il gustosissimo e potente medley che include On the run, Child’s Anthem e Goodbye Elenore precede la magnificenza di Africa (da Toto IV): Williams e Paich si spartiscono il testo, la musica va avanti e ancora avanti, tutti i componenti della band si ritagliano un lungo spazio per esprimere ancora una volta il proprio talento, il pubblico canta, balla e si spella le mani.

Sono le 23.03, il concerto è finito e si va a casa con il sorriso sulle labbra. Non una semplice operazione-nostalgia, questa dei Toto, ma la determinata volontà di rimettersi ancora una volta in gioco e dirigersi verso un’altra destinazione, avendo bene in mente tutto il percorso dietro le spalle. Grazie.

Giovanni Berti

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