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Biacchessi al Teatro Patologico, “uno che non vuole dimenticare”

biacchessi240.jpg“Sono un sopravvissuto. Uno che ha visto l’orrore. Uno che non vuole dimenticare.” E’ l’incipit del reading teatrale di Daniele Biacchessi che si è tenuto domenica 7 giugno al Teatro Patologico, in via Cassia, e tratto dal suo ultimo libro “I Carnefici”. La frase è l’inizio del racconto di quando, all’inizio dell’autunno 1944, sui monti tra la Toscana e l’Emilia una divisione nazista sterminò centinaia di civili.

Immaginate un nonno che racconta al nipote l’orrore compiuto dai nazisti. Il nonno è quello di Biacchessi, il nipote è Biacchessi stesso. Il libro e la pièce sono autobiografici. I nomi sono inventati ma l’orrore è vero.

Nonno Giovanni diventa nonno Giuseppe e Daniele diventa Carlo, ma la strage resta quella. Reale. Accaduta. Una strage di persone innocenti come fu quella di Monte Sole, più nota come strage di Marzabotto, dal più grande dei comuni colpiti, dove tra il 29 settembre e il 5 ottobre 1944 settecentosettanta tra uomini, donne, vecchi e bambini furono trucidati dai reparti della “XVI SS Panzergrenadier Division” solo perché italiani, razza inferiore.

Questo dicevano di noi. Con questa ideologia erano state plasmate le menti dei soldati tedeschi, giovani senza valori e con Hitler come unico dio. A loro era stato inculcato il mito della Teoria nazista della Razza, e in virtù di quella uccidevano il passato, il presente ed il futuro dei popoli che secondo loro andavano annientati.

Quello di Monte Sole fu il più feroce massacro di civili operato dai nazisti in Italia e in tutta l’Europa occidentale. L’evento non riguardò una sola località o un solo giorno, ma fu dilazionato oltre che nel tempo anche nello spazio, tanto da coinvolgere più di centoquindici luoghi distinti sotto Monte Sole, tra i fiumi Setta e Reno.

Biacchessi, impegnato da anni a portare in libreria e a teatro le pagine più drammatiche, oscure e controverse della storia italiana, ha rievocato quei giorni in un monologo vivo e straziante, capace di toccare le corde più profonde dell’animo umano. Lui in piedi in mezzo all’auditorio, un unico fascio di luce ad illuminarlo mentre parla, e come sottofondo Music For Airports, il capolavoro ambient di Brian Eno. Discreete music, di quella che accompagna ma non disturba.

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Ma sono gli occhi ad essere rapiti. Impossibile staccarli da lui e da quelle parole che prendono forma di nebulose luminescenti nel buio della sala come fiaccole che illuminano la nostra memoria.

E allora sembra davvero di essere lì, sui monti dell’Appennino tosco-emiliano, in una domenica di fine estate, quando la grande famiglia si riunisce intorno ad una tavola imbandita con salumi freschi e profumati, pane appena sfornato, crescentine fritte nello strutto e olio di arachidi, tagliatelle impiastrate di ragù, arrosto di carne fumante, bacinelle di insalata e litri e litri di vino sangiovese.

Le donne impegnate in cucina, gli uomini a giocare a briscola sotto il pergolato, e i ragazzi, pestiferi, intenti a girovagare intorno alla cascina. Ora di pranzo. Tutti in sala. Si mangia. Il nonno a capotavola, come nelle famiglie patriarcali di una volta. Poi si sparecchia e ci si sposta davanti al camino. Ed eccolo lì, ancora il nonno, che dopo essersi versato la grappa si accende la pipa e sprofonda sul divano, con la famiglia raccolta intorno ad ascoltare per la milionesima volta la storia della strage dei nazisti a Monte Sole.

Un racconto arricchito dai documenti (fotografie ingiallite, mappe militari consunte, cartine geografiche, carte processuali segnate dall’uso) che lui custodisce come reliquie nei suoi cassetti e che tira fuori per l’occasione. Testimonianze e ricordi di una storia avvenuta tanti anni prima, di cui il nonno, nella sua comunità, è diventato il custode. I nipoti iniziano a dare segni d’insofferenza, la sanno a memoria quella nènia e non hanno voglia di ascoltarla ancora. Se ne vanno.

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Tutti tranne uno: Carlo, che resta lì seduto per terra a gambe incrociate pendendo dalle labbra dell’oratore. La sua famiglia vive a Milano ma tutte le estati torna lì, nella casa dove nacquero i suoi genitori, e i genitori dei suoi genitori. Nonno Giuseppe per lui è un mito, e quello sarà il pomeriggio più lungo della sua vita.

Nonno Giuseppe ha ancora negli occhi l’orrore conosciuto nella sua infanzia, ma il destino volle che scampasse a quell’ecatombe. Fortunato lui a poterlo raccontare, e fortunato Carlo a poterlo apprendere direttamente dalle sue parole. Ma è doveroso anche per noi tenere viva la memoria, perché siamo tutti nipoti di nonno Giuseppe, e un giorno la sua storia potrebbe essere dimenticata. Un giorno non ci saranno più nonni come lui a raccontare e nipoti come Carlo ad ascoltare.

I libri di storia saranno riscritti. Hanno già cominciato. Ma quali uomini, donne, vecchi e bambini. Quelli erano banditi, terroristi, eversivi, criminali. Magari alle future generazioni racconteranno che Hitler era un grande condottiero, un conquistatore, come Carlo Magno e Napoleone. E che quei civili massacrati nella loro terra erano complici e spie al soldo della guerriglia partigiana. Uomini, donne, vecchi e bambini.

Lo spettacolo, a ingresso gratuito, è stato organizzato dalla circolo ANPI-Martiri de La Storta del XV Municipio.

Valerio Di Marco

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