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Jackson Browne all’Auditorium, tenacemente ancora sulla breccia

rock240bisxx.jpgSala Santa Cecilia gremita e grande successo per il magnifico concerto che ieri sera, domenica 24 maggio, Jackson Browne ha tenuto insieme alla sua band all’Auditorium. In più di due ore e mezzo di show il cantautore americano ha proposto, oltre ai brani del nuovo album “Standing in the Breach”, molti classici del suo repertorio che abbraccia più di quattro decadi.

Voce carezzevole e dolente, musica suadente e suggestioni poetiche per raccontare l’amore e l’oscurità, le cadute e le rinascite, per decifrare i tempi che stiamo vivendo, per individuare le connessioni e le distanze, per mettere a fuoco ciò che ci unisce e ciò che ci allontana.

Cantautore sensibile, abile chitarrista e brillante pianista, Jackson Browne, 67 anni da compiere il prossimo 9 ottobre, ha ancora una volta dimostrato di essere un eccellente narratore, di essere con grande caparbietà e onestà intellettuale ancora fortemente sulla breccia, offrendo un’esibizione convincente e incisiva che, svariando dal folk al rock e passando per la country music, ha regalato tantissime emozioni a tutti gli spettatori della Sala Santa Cecilia.

Allora, ripercorriamo insieme – canzone per canzone – questo bellissimo concerto che ha aperto il tour europeo in supporto dell’ultimo album, uscito sul finire del 2014.

Il concerto

Sono da poco passate le 21 quando Jackson Browne, insieme alla sua band, fa il suo ingresso sul palco. Applausi, un “buonasera” e un “grazie”, poi l’intoppo. La chitarra acustica non si sente e viene sostituita. Ma non serve, perché il problema non riguarda lo strumento, bensì il cavo destinato ad amplificarne il suono.

“Benvenuti al soundcheck!”, scherza Jackson Browne prima di decidere di sedersi al piano e regalare una struggente interpretazione di Before the Deluge, una delle tante gemme incastonate in “Late for the Sky”, il capolavoro assoluto datato 1974. Il suono del piano si fonde magicamente con quello dell’organo di Jeff Young, lo spirito si eleva immediatamente, gli applausi scrosciano.

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“Roma, è un piacere essere qui, grazie per essere venuti”, dice il cantautore prima di attaccare con The Barricades of Heaven (Looking East, 1996), il pezzo con il quale avrebbe dovuto iniziare il concerto e nel quale si mette decisamente in evidenza la steel guitar dello straordinario Greg Leisz, session-man richiestissimo che così tanto ha contribuito e contribuisce alla definizione del sound attuale di Browne.

Le voci suadenti di Chavonne Stewart e Alethea Mills arricchiscono ulteriormente la successiva Something Fine (Sature Before Using, 1972), mentre The Long Way Around, deliziosa ballata punteggiata dalla chitarra di Shane Fontayne, e Leaving Winslow, pregevole country rock impreziosito dalla steel guitar di Leisz, sono i primi due pezzi estratti da “Standing in the Breach” che vengono eseguiti stasera.

“Questa canzone è molto vecchia, l’ho scritta quando avevo sedici anni”, dice Browne introducendo These Days, il fantastico brano di “For Everyman” (1973) che – con stili musicali differenti – registrarono prima Nico, poi Gregg Allman e infine lo stesso artista californiano, appunto.
La dolorosa rinascita di I’m Alive (I’m Alive, 1993) precede “una canzone scritta da Woody Guthrie…e da me”: You Know the Night, inclusa nel nuovo album, infatti è una lunga e graziosa ballata che Browne ha musicato basandosi sulle parole di uno dei padri indiscussi della folk music.

Il cantautore torna a sedersi al piano: le successive, straordinarie, inarrivabili For a Dancer e Fountain of Sorrow, entrambe estratte da “Late for the Sky”, concludono la prima parte dello show quando da pochi minuti sono passate le 22 e 15.

Neanche un quarto d’ora di pausa e alle 22.30 si ricomincia con l’incalzante Your Bright Baby Blues (The Pretender, 1976) con il cantautore che imbraccia una bellissima dobro e con Jeff Young (organo) e Greg Leisz (steel guitar) ancora deliziosamente sugli scudi.
Applausi, applausi, applausi. Qualcuno fra il pubblico chiede “Stay”, ma Browne – che immancabilmente e da tempo immemorabile si sente fare questa richiesta – tira diritto per la sua strada con Rock Me on the Water (Sature Before Using) e If I Could Be Anywhere (Standing on the Breach), pezzi nei quali Bob Glaub (basso) e Mauricio “Fritz” Lewak (batteria) regalano geometrie ritmiche e solidità a profusione.

La successiva Lives in the Balance (Lives in the Balance, 1986) è resa più intensa e drammatica dall’apporto delle due coriste, mentre Standing in the Breach, title-track del nuovo album, è dedicata a tutti coloro che soffrono a causa dei disastri naturali, come i terremoti, e dei disastri umani, come la povertà.

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Le sonorità splendidamente rockeggianti di Looking East (Looking East) precedono The Birds of St. Marks, lo spumeggiante tributo alla band californiana dei Byrds che è stato elaborato per quasi cinquant’anni prima di arrivare alla sua forma definitiva, immortalata in “Standing in the Breach”.

Le quattro canzoni che concludono il secondo set prima dei bis sono emozioni allo stato puro. La bellissima cover di Danny O’ Keefe, The Road (Running on Empty, 1977), regala suggestioni infinite e si conclude con un omaggio alla versione italiana di Ron (“una città per cantare”), mentre Doctor My Eyes (Sature Before Using, 1972) travolge il pubblico con le sue armonie dirompenti. Subito dopo, le oscure e dolorose riflessioni di The Pretender (The Pretender) precedono la magnificenza di Running on Empty (Running on Empty).

Sono le 23.40. Jackson Browne e il suo gruppo escono fra gli applausi, gli spettatori sono tutti in piedi. Per i bis, entrambi ripescati da “For Everyman”, non si aspetta nemmeno un minuto: l’incommensurabile Take it Easy, che Browne scrisse insieme a Glenn Frey, sfocia delicatamente nella dolcezza profondissima di Our Lady of the Well.

Manca una manciata di minuti a mezzanotte, il concerto è finito, Jackson Browne e la band ringraziano il pubblico. E, mentre si riaccendono le luci in sala e anche noi ci spelliamo le mani per applaudire questo fantastico artista, siamo sempre più convinti che nel XXI secolo il rock resti ancora un paese per vecchi.

Giovanni Berti

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