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Arsenico nell’acqua, non se ne parla più

help1.jpgDell’arsenico nell’acqua non se ne parla più ma ai confini di Roma Nord si vive invece fra mille difficoltà. Ce lo ricorda un lettore che ha chiesto il nostro aiuto affinché non si dimentichi che “laggiù, oltre un migliaio di persone sono ancora nell’impossibilità di utilizzare l’acqua a qualsiasi scopo umano”.

Andare avanti in queste condizioni, e non si sa nemmeno per quanto tempo ancora, è davvero difficile“.

Inizia così la lettera del nostro lettore Gianni, residente a Osteria Nuova, che chiede il nostro aiuto per riportare l’attenzione sulla vicenda dell’arsenico nell’acqua degli acquedotti Arsial che è già passata in dimenticatoio mentre chi abita nei pressi della Casaccia, oppure sulla Braccianense, o a S.Maria di Galeria piuttosto che a Osteria Nuova con quel problema ci convive tutti i santi giorni.

“Poche le certezze sul futuro degli acquedotti rurali Arsial della zona Roma Nord – scrive Gianni – infatti dal 28 febbraio, giorno dall’emissione dell’ ordinanza del Sindaco di Roma che vietava l’utilizzo dell’acqua anche per gli scopi umani, ancora non si riesce a venire a capo di questa enorme problematica che coinvolge circa 1500 persone servite dagli acquedotti in questione.”

Da due mesi fra mille difficoltà

“La popolazione che risiede in queste zone, dagli anziani ai bambini, tiene duro e prova a superare con coraggio questa difficoltà improvvisa tirando avanti come meglio può, e non con poche difficoltà”.

E’ amaro il racconto di Gianni nel descrivere i fotogrammi degli ultimi due mesi nei quali, giorno dopo giorno, quelle 1500 persone convivono con il problema di come reperire l’acqua potabile per le proprie necessità.

“Ci si reca sommessamente presso le botti dislocate nei vari siti provvisori o presso le fontanelle pubbliche dell’Acea a caccia di litri d’acqua. Altri provano a rispondere all’emergenza facendo grandi scorte d’acqua minerale acquistandone grosse quantità nei supermercati, esponendosi cosi anche a enormi fatiche e a esborsi economici rilevanti pur di non lasciare la propria famiglia senza acqua potabile.”

“Questa vicenda – sbotta Gianni – assomiglia sempre più a cronache riguardanti il terzo mondo o peggio ancora ad un clima da post terremoti più che a fatti che accadono in Italia, paese considerato sviluppato!.”

La vicenda

“Dalle risultanze delle analisi effettuate dalle Asl RM C e RM E – ricorda quindi Gianni – si dà per certa la poca affidabilità dell’acqua che viaggia all’interno delle reti idriche in questione.
Tali reti, infatti sono costituite da tubazioni poste a varie profondità e costruite con materiali diversi quali acciaio zincato, polietilene ad alta densità, e alcune tratte sono costituite anche da tubi in cemento amianto.”

“Anche in base a queste risultanze, le Asl, poco tempo fa, hanno lanciato una sorta di ammonimento alle varie amministrazioni coinvolte in questa vicenda imputando ad esse di aver fatto trascorrere troppo tempo senza produrre interventi mirati e necessari a riportare alla normalità i parametri dell’arsenico e delle altre impurità presenti negli acquedotti.
Eppure l’Arsial, come si è potuto appurare nel tempo, sin dal 1998 segnalava alla regione Lazio la poca affidabilità delle captazioni di acqua dicendo che l’origine vulcanica della zona rendeva necessario un riammodernamento delle reti idriche poiché poco sicure.”

“L’ente Arsial – continua la ricostruzione di Gianni – chiese alla regione Lazio di interessarsi alla vicenda, dicendosi impossibilitato a poter garantire il servizio vista l’enorme richiesta di fornitura di acqua dovuta alla sempre piu’ ampia richiesta. Si dichiarò dunque pronto a cedere gli acquedotti ad un unico gestore individuato in Acea, l’unico ente idoneo a poter provvedere sia al ripristino che al mantenimento degli stessi.”

“Nel 2005 la Regione decise di finanziare con 13,5 milioni di euro i lavori: riammodernate e ripristinate le linee, queste sarebbero state trasferite sotto il controllo di un unico gestore, Acea Ato2”.

E oggi?

Questo accadeva nel 2005. A distanza di nove anni “l’inerzia della burocrazia – sostiene Gianni – ha fatto si che nel 2014 ancora si parli di questo grave problema!”.

“Eppure, facendo un passo indietro, nel 2012, Acea Ato2 avvisava le utenze delle zone interessate del prossimo inizio dei lavori. Avvenne con lettere raccomandate in cui si chiedeva ai destinatari di fornire eventuali opposizioni al passaggio del nuovo acquedotto nei terreni di loro proprietà che sarebbero stati espropriati: in pratica – spiega il nostro documentatissimo lettore – si stava per dare inizio alla fase finale dell’opera di risanamento, quella dell’inizio degli scavi e della stesura delle nuove tubature.”

“A tutt’oggi però, neanche un cantiere e stato ancora aperto! “

Nessuno ci informa

E’ lecito quindi che i diretti interessati si chiedano: “Che fine hanno fatto i cantieri che dovevano risanare le reti? A quando l’inizio degli scavi e la successiva posa delle nuove tubature? Quando potremo di nuovo bere e utilizzare acqua per scopi umani liberamente dai nostri rubinetti?”

“Non è certo questa la condizione di vita in cui ci si aspettava di essere catapultati nel 2014!” esclama Gianni che conclude la sua lettera sottolineando “la netta percezione dell’enorme distanza – è così che la definisce – fra la popolazione coinvolta e l’amministrazione pubblica che si guarda bene dal tenere informati gli interessati sull’evoluzione della vicenda.”

“Nessuno ci ha ancora detto qualcosa sui tempi di ripristino delle reti idriche, nessuno ci dice quando torneremo alla normalità!”.

Claudio Cafasso

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4 COMMENTI

  1. Comprensibile e condivisibile quanto rappresentato dal “lettore Gianni”. Il rischio è che passata la bufera mediatica tutto rimanga come prima. Per molti la vicenda degli acquedotti è sembrata una novità di oggi mentre si trascina da almeno quindici anni e non è la prima volta che gli impianti vengono sigillati. Personalmente credo che dietro a questa brutta pagina di gestione della cosa pubblica, vi sia un braccio di ferro tra una Società partecipata quotata in borsa come l’Acea e la Regione Lazio ( da cui dipende l’Arsial). L’Acea non intende farsi carico di impianti obsoleti e”probabilmente” non a norma (vedi possibile presenza di tubature in cemento amianto), la Regione vorrebbe liberarsi di questi impianti ( anche in forza di specifiche leggi in materia) anche perchè la loro gestione è molto onerosa per una Agenzia Regionale (Arsial) che, se non sbaglio, da circa due anni non presenta i bilanci ed è commissariata. Per questo credo che la vicenda dell’inquinamento dei pozzi sia stata ri-tirata fuori ad arte solo per forzare la mano e accellerare il trasferimento all’Acea. D’altronde questo è il paese dove i problemi si prova e risolverli solo se e quando hanno risalto mediatico e dopo che i problemi (per i cittadini ) si sono palesati.

  2. Strano silenzio! Nessuno che voglia dire come stanno le cose e come andranno a finire!
    AAA cercasi governanti!
    Per il momento l’acqua viene solo dal cielo.
    C’è speranza che si possa avere anche quella potabile dai rubinetti??

  3. Analisi corretta la sua Ghino ma che non contempla però i danni alla salute; un’acqua per uso irriguo inviata nelle case. Non sapremo mai quali e quante potranno essere le patologie e di conseguenza i danni. Eppure basta leggere l’articolo pubblicato sul sito VAS per apprendere che tutti sapevano e che hanno fatto finta di niente (sindaci di sinistra e di destra).
    Nel nostro paese i responsabili delle morti alla Thyssen hanno avuto il processo annullato; chi ha seppellito 250.000 tonnellate di rifiuti tossici a Busi sul Tirino, provocando l’inquinamento delle falde e delle acque che servivano una popolazione di 700.000 abitanti , è libero.
    Da quando la frana sulla Cassia ha incrementato il traffico abbiamo chiesto di sapere quali sono i dati della centralina di Corso Francia che registra la quantità di polveri sottili: silenzio. Lo dovremo scoprire tra qualche anno leggendo i dati dell’ARPA/ISPRA? E quante e quali patologie avranno provocato nei residenti di Roma Nord?

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