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Mario, il meccanico di Mattei e Berlinguer

mario120.JPGA molti automobilisti di Roma Nord è noto semplicemente come Mario, ma lui è il meccanico intellettuale di Corso Francia, dalla parlata schietta e coinvolgente da romano doc. Per la sua autofficina, aperta su Corso Francia dal 1953, dove le chiavi inglesi convivono con pile di libri, sono passati in tanti, da Mattei, a Levi, a Rossellini, ma lui chi ricorda con maggiore affetto è Berlinguer, “quello con la peggior macchina”.

Mario Benedetti ha ottant’anni, molti dei quali passati tra libri, motori e bandiere rosse, oggi continua a lavorare nella sua officina, ma quando può fugge verso la campagna.

Una vita ricca di momenti da ricordare, alcuni dei quali ha voluto condividere con VignaClaraBlog.it, dopo esserci conosciuti lo scorso ottobre a Ponte Milvio, quando è stato insignito del premio Baiocco per la sua attività professionale.

Mario è un comunista convinto, vecchia scuola. S’iscrisse giovanissimo alla sezione di via della Farnesina, oggi di “quei traditori del PD”, e si legò in modo fraterno a Enrico Berliguer “unico grande comunista”, a suo dire, e per quelli venuti dopo ha solo parole amare.
“Sono avvilito. Amo il mio paese, perché è stupendo, basti penare che abbiamo il 75% delle opere d’arte nel mondo, ma poi mi guardo attorno e siamo governati da ladri, incapaci e quaquaraquà. La situazione è drammatica e sono i giovani a doversene fare carico.”

Subito emergono i ricordi: “come diceva il mio grande amico Enrico Berlinguer: se i giovani si organizzano, s’impadroniscono di ogni ramo del sapere e lottano con i lavoratori e gli oppressi non c’è scampo per il vecchio ordine fondato sui privilegi, l’ingiustizia e il parassitismo.”

La prima stazione Agip

Oggi è nascosta dall’imponente McDonald’s, in modo quasi emblematico del cambiamento, ma per più di mezzo secolo l’autofficina Benedetti, la prima stazione Agip ad esser stata costruita, è stata per anni l’ultimo approdo sicuro prima di uscire da Roma.

Gli occhi di Mario s’illuminano al ricordo dell’inaugurazione dell’autofficina.
“Lavoro qui dal 1953, avevo solo 18 anni e, mentre l’officina era in costruzione, lavoravo provvisoriamente in una baracca arrangiata alla meglio. Un giorno mi vide Enrico Mattei, ero tutto sporco di grasso e buttato su una sdraietta, perché allora non c’erano i ponti per alzare le macchine e disse: a questo ragazzo faremo una bella officina! Così fu. L’anno dopo venne inaugurata.
Mi ricordo che Corso Francia era tutta imbandierata, venne Mattei con cardinali e ministri, venne tagliato il nastro e poi seguì un ricco banchetto, avevo le guance così piene da non poter parlare”.

Mario è uomo alto e magro, dallo sguardo ardito e le mani forti e ruvide, da chi ha sempre lavorato all’aria aperta.

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È cresciuto a Settecamini, zona all’epoca non facile da raggiungere.
“Cambiavo quattro mezzi e ci mettevo due ore, finché un giorno mi feci un regalo. Una sera, mentre facevo compagnia al benzinaio di notte, arrivò Mattei. Era disperato, la sua Giulietta aveva un guasto e gli serviva il prima possibile. Gliela riparai subito, ma non volli nulla. Era pur sempre il Presidente Mattei!
Ma dopo due giorni arrivò una busta con 35mila lire, più di uno stipendio. Euforico, corsi a Ponte Milvio e acquistai una Lambretta. Mi sentivo ricchissimo e ci mettevo venti minuti per venire qui!”

Lui tiene a ricordare che, nonostante le diverse vedute, “Enrico Mattei era una persona perbene e ha fatto tanto per questo paese. Si sarebbe potuto prendere mezza Italia, ma rimase sempre onesto”. Poi prorompono dure le critiche verso i politici attuali.

Quest’anno l’autofficina compie 60 anni, ma pochi anni fa ha rischiato di chiudere i battenti: “il McDonald’s si voleva allargare, ci siamo difesi con tenacia, ma non so per quanto ancora resisteremo. Tra affitto, tasse e regolamenti assurdi, fatichiamo ad arrivare alla fine del mese”.

Rossellini, il film su Marx

Oltre che per le sue doti lavorative, Mario era conosciuto per i suoi ideali, tanto che qualcuno andò a chiedergli consigli.
“Roberto Rossellini era un grande intellettuale e mio caro amico -ci racconta- un giorno mi disse: sto preparando un film su Carlo Marx, perché nessuno lo conosce davvero. Vorrei che ne leggessi la sceneggiatura, poi mi dirai cosa ne pensi.
Tornò dopo una settimana, a me era piaciuta molto, ma ne discutemmo. Lui voleva sapere cosa ne pensasse una persona semplice come me, questa è la grandezza di vero intellettuale. Niente a che spartire con quegli ignoranti che si danno tante arie.”

E continua: “Un giorno Rossellini disse una frase che mi colpì molto: nessun essere vivente ha la facoltà dell’etica, della moralità, delle forze, del bene e del male, dell’opportunismo e conformismo, questo esiste solo nell’umano. Dovremmo rifletterci tutti.”

Carlo Levi, la passione per l’arte

Nel tempo libero Mario abbandona l’olio nero e acre dei motori per quello colorato e delicato da usare con i pennelli. La pittura è la sua passione e altro fattore che l’ha accomunato ai “grandi di un tempo”, come Carlo Levi, scrittore e pittore.

“A lui -ci racconta- facevo vedere tutte le mie tele. Fu un mio caro amico. Veniva qui con una Millecento che non ce la faceva più a camminare…traballava tutta! Ma lui non se ne voleva disfare, così ogni volta gliela mettevo a nuovo. Nel testamento lasciò scritto che sarebbe spettata a me e che Miuccia Saba, la figlia del poeta, avrebbe pensato a pagarne bollo e assicurazione, così fu, ma durò poco. Un a notte dei vandali me la distrussero”.

“Mi voleva un bene da pazzo e mi considerava il meccanico più bravo di Roma.” Ride scuotendo la testa, come chi non pensa di meritare tanto riconoscimento. “Se ci mettevo mano io, era tutto perfetto”.

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Berlinguer e “i grandi di un tempo”

I ricordi avanzano veloci, talvolta sembrano accavallarsi, ma sono chiari come lettere stampate nella sua mente.
Ci sarebbe da raccontare dell’ingegner Ferrari che gli regalò il distintivo con il cavallino, di quando conobbe Moravia “così pieno di sé”, di Antonioni “che ultimamente si era messo a dipingere” e di Arminio Savioli “che scrisse un libro su Gengis Khan che ti fa cosà il cervello”, e ancora di Alfonso Leonetti e delle lettere di Trotsky, e tanti altri.

Ma il legame più profondo, di amicizia e stima, resta quello con Enrico Berlinguer: “Una persona onesta e pulita: il vero comunista. Morto lui, nessuno è più stato in grado di sostituirlo”.

La domanda sorge spontanea, qual è il ricordo più bello?
“Quando lo conobbi. Ero alla casa del popolo di Fiano Romano. Dopo che fece il suo discorso, mentre scendeva dal palchetto circondato dai compagni, il senatore Modica, mio amico, mi presentò e lui esclamò: ah, sei tu il compagno Mario! Lui era il segretario del più grande partito comunista del mondo e sapeva che in quest’officina c’era un compagno. Mi colpì molto.”

“La prima volta che venne qui, -continua Mario- gli rimisi la macchina a nuovo e non gli feci pagare nulla. Lui non avrebbe voluto, ma io gli dissi “accetta un piccolo pensiero da parte mia, tu che stai sempre a lavorare per noi”. Così accettò, ma la volle guidare lui e fece spostare l’autista.
Iniziò a dare enormi accelerate ma stava sempre fermo, e l’autista piegato dal ridere gli disse: Enrico se non ingrani la marcia! Chissà da quanto non guidava.”

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La Roma che non c’è più

Il fine settimana Mario lo passa nel suo “rifugio” in mezzo al verde. “Scappo via da questo caos”, ci spiega e malinconico ci racconta della Roma di cinquant’anni fa.
“Erano altri tempi, sicuramente duri da alcuni punti di vista, ma si respirava un’aria migliore. C’era più solidarietà tra le persone. Ora tutto è cambiato e per me è una sofferenza vedere che non c’è via di scampo, io sono nella parabola discendente, ma mi avvilisce vedere l’incapacità e le ruberie di chi dovrebbe governare questo bel paese”.

E continua: “Ponte Milvio e Tor di Quinto erano un pezzo di Roma antica. C’erano, e ci sono ancora, il ponte meraviglioso, la torretta Valadier e dietro le case sempre da lui costruite. Ma poi tutt’attorno c’era una realtà oggi trasformata. Le varie case sono state buttate giù per costruire alti palazzi e quartieri senza piazze, come il Fleming. Come pian piano sono sparite le vecchie botteghe.
Una delle prime a sparire fu quella di una signora che vendeva la porchetta, ora al suo posto c’è una banca. Mi ricordo che certe volte da ragazzo con i soldi del tram mi compravo un panino con la porchetta e tornavo a casa a piedi ma con la pancia piena e felice”.

All’epoca Mario, comunista verace, faceva parte della sezione di Ponte Milvio, a via della Farnesina: “Ci battemmo molto per impedire l’invasione di cemento e metallo che deturpa la storia, ma non ci fu nulla da fare”.

Oltre al ponte, qualcosa di Roma antica sarà pur rimasto, chiediamo noi.
Mario ride e cambia tono: “Sì, per esempio, ci stanno dei vecchietti che una volta abitavano a Ponte Milvio e che adesso si sono trasferiti altrove, che ogni mattina s’incontrano davanti al bar Pallotta, scambiano quattro chiacchiere e poi se ne tornano a casa loro”

Salutandoci, ci lascia un ultimo regalo, ci recita la poesia di Trilussa “Bolla di sapone”; poi si scusa per l’interpretazione, ma a noi è parsa perfetta.

Giulia Vincenzi

riproduzione riservata – proprietà EdiWebRoma

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7 COMMENTI

  1. Bellissimo articolo. A parte la fede che si può anche non condividere, mi sembra una bellissima persona.
    La prossima volta che mi si romperà la macchina la porterò da lui.
    Se non altro per il piacer di farci quattro chiacchiere.

  2. Bravi, è un articolo bellissimo, ed è bello che vi siate interessati ad un uomo così.
    E che differenza tra l’atteggiamento di Mattei e quelli dei “Marchionne” di oggi.
    Una officina AGIP era il segno del progresso guadagnato con il sapiente lavoro di meccanici ed operai.
    Cosa è rimasto di tutto questo?
    Buone feste a tutti

  3. Grande Mario, me lo ricordo alle riunioni e ai congressi della sezione Cassia, sempre in piedi, sempre in fondo, la sigaretta sempre accesa e sempre pacchetti di fogli in tasca, preferibilmente scritti di Marx. Non aveva molta simpatia per gli intellettuali, ma il rispetto si, per tutti. Per un breve periodo ho lavorato nella sua officina, ero li quando ci fu la strage di via Fani, fummo tra i primi a saperlo, gran brutto giorno,il giorno che cambio tutto. Complimenti per l’articolo, emozionante. Un abbraccio grande a Mario, uomo vero.

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