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Quella casa delle bambole in via Panattoni

casabambole120.jpgNascosta tra foglie, rami e alberi si trova un pezzo di storia di Roma Nord. A chi capita di passare per via Italo Panattoni, in zona Cassia Antica, di certo non sarà sfuggita questa piccola casetta diroccata proprio accanto alla Caserma Paolucci della Marina Militare. Un po’ un pugno in un occhio rispetto ai palazzi che le sorgono intorno.  È una casetta arroccata, distrutta dal tempo che ha buttato giù le sue mura. Un cartello giallo, nascosto dall’edera incolta, recita “vendesi”.

E pensare che quella un tempo era stata dimora di una piccola famiglia romana. Erano gli anni ‘40, a Roma c’era la guerra. Nel quartiere solo campi incolti e qualche casa qua e là. Ma via Italo Panattoni c’era e con la via anche questa piccola casetta.

Ci abitavano un uomo e una donna, una “coppia affiatata”, ci tiene a precisare la signora Pia, residente da decenni in zona. La donna, di cui non ricorda il nome, faceva la maestra e aveva una grande passione per le bambole. Era come se fosse incatenata alla sua voglia di restare bambina. Aveva una collezione vastissima e l’intera casa ne era piena.

Ma in periodo di guerra non si può mai stare tranquilli e un forte bombardamento aereo delle truppe alleate colpì il quartiere ferendo a morte la povera donna. Questa disgrazia fece impazzire l’uomo che dalla disperazione cominciò a tappezzare la casa e le mura che la costeggiano con le bambole della defunta moglie.

Lo fece per 30 anni. Nel frattempo le bambole più vecchie si logorarono e lo spettacolo era degno di uno dei migliori film di Dario Argento. Bambole rovinate e sporche che spaventavano a morte tutti i bambini del quartiere e non solo. Ecco due foto d’epoca forniteci dai nostri testimoni.

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“Non passavo mai di la in bicicletta” dice Antonio, residente nel quartiere da oltre 50 anni “avevo paura, se potevo lo evitavo e facevo la strada più lunga. Quando non potevo evitarlo passavo li alla velocità della luce e non mi fermavo finché non vedevo il portone di casa. Quel posto mi dava un senso di inquietudine enorme.”

“Ora l’uomo è morto, da parecchio, all’inizio degli anni 80 mi sembra” aggiunge la signora Pia con lo sguardo assorto nei pensieri. “Poco dopo la sua morte il comune ha deciso di rimuovere tutte le bambole appese.”

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Ma qualcosa è rimasto di quel vecchio e della sua storia.

In uno dei tantissimi  libri scritti da Luciano De Crescenzo infatti si narra proprio la storia di questo vecchietto un po’ fuori dagli schemi che raccoglieva rottami di giocattoli perché riteneva che all’interno di essi vi fosse racchiusa l’anima dei bambini che li avevano posseduti. Forse la storia è un po’ romanzata ma si è ispirato proprio a questa vicenda di via Italo Panattoni.

Ora di quella casa rimangono solo le mura crollate sotto il peso degli anni. E un cartello “vendesi”.

Michela Menghini 

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9 COMMENTI

  1. Complimenti all’autrice dell’articolo e alla testata per questo piccolo squarcio di luce sulla storia del nostro quartiere.

  2. Gentile signora Pia,ho abitato in via Panattoni dal 1953 e tutt’ora abito
    al villaggio. Mi permetto di dirle che forse lei fa confusione sulla storia della
    casetta delle bamole .. la coppia che ha abitato lì, a lungo , era un’ umile coppia con
    due figli, il più grande dei quali si chiamava Rocco e giocava con noi “bambini di via Panattoni” in strada,si in strada, perché noi abbiamo avuto la fortuna di poter giocare e crescere in strada…e Rocco con noi e la sua mamma non era una maestra che collezionava bambole. L’ uomo delle bambole è venuto anni dopo , quando loro erano già andati via,e di lui qualche bambino aveva paura .Da dove viene la storia dell’uomo che impazzì e tappezzò la casa?……..Mi piacerebbe saperne di più .Grazie

  3. Concordo al 100% con Franca! In quegli anni eravamo una banda di ragazzini che giocava nella strada sotto le nostre villette, via Panattoni appunto. Si stava tutti insieme ed un giorno ai nostri giochi si unì Rocco, figlio della coppia che abitava nella casetta in questione. Aveva anche un fratellino, ma non ne ricordo il nome. Questa famiglia non era di Roma, mi sembra fossero calabresi, in ogni caso meridionali venuti nella capitale per cercare una vita migliore Quando questa famiglia se ne andò, la casetta venne occupata dall’uomo delle bambole, ma questo accadde molto tempo dopo.

  4. sarei interessato a testimonianze o informazioni relative al periodo bellico nella zona Tomba di Nerone. In particolare anni addietro lessi di una serie di esplosioni avvenute all’interno dell’attuale Caserma Paolucci durante i giorni del passaggio del fronte (Giugno ’44). Qualcuno tra i lettori più “stagionati” può aiutarmi??

    Grazie,

  5. vero, io sono del ’60, sono nato a via panattoni e in famiglia mi raccontavano di Rocco che abitava in quella che divenne la casa delle bambole. La storia di Rocco era famosa, perchè si beccò un calcio da un cavallo dell’allevamento li vicino.
    PER MATTEO: l’esplosione non avvenne all’interno dell’attuale caserma, ma in un deposito che chiamavamo la polveriera. In un libro ho trovato che era una zona dove all’inizio del secolo i generi dell’esercito si esercitavano. Non si sa se l’esplosione sia dovuta a bombardamento o incidente, ma lungo la valle della Rimessola c’erano ancora i ruderi di quel deposito, ora sommerso dalla vegetazione.

  6. sono ripassato di qua per caso cercando con i motori di ricerca immagini della casa delle bambole del passato. La ricostruzione fatta nell’articolo è inesatta. Alla fine degli anni ’60, forse primi anni ’70 arrivò nella casetta di campagna una famiglia composta dal ‘sor Peppino’, sua moglie, la sorella della moglie e un parente con qualche problema mentale che viveva con loro, ma usavano quella casa come seconda abitazione, infatti vivevano verso Torrevecchia – Monte Mario. Era gente semplice. Al sor Peppino piaceva dipingere, suonava un po’ il violino, coltivavano piante da giardino, avevano un orto, conigli e galline. Un giorno il sor Peppino cominciò a raccattare nelle discariche che un tempo erano molto diffuse, arredi di negozio, giocattoli, bambole, e appese anche qualche poesia da lui scritta lungo la strada, assieme alle bambole e ad altri oggetti. Molti avevano timore di quelle persone, a torto, erano ‘pezzi di pane’. Nacquero le leggende e le maldicenze. Mio padre lo aiutò ad organizzare una mostra personale dei dipinti da lui realizzati. Ogni anno ci regalavano i pomodori fatti in casa, abitavamo a via Panattoni, in basso, e li conoscevamo bene. Già mentre erano ancora li, la casa cominciò ad essere oggetto di vandalismi, si diffuse anche la notizia falsa che li si facevano messe nere. Passato il tempo la famiglia invecchiò e da un anno all’altro non si fecero più vedere.

  7. rispondo al Signor Duccio Pedercini. Mi piacerebbe avere altre notizie circa il Sor Peppino. E la mostra personale che aveva allestito con l’aiuto del Suo papà. No, non era da temere. Ricordo che mi disse che tutti quegli oggetti che lui metteva sul filo spinato erano ancora pieni di “anima” di coloro che li avevano buttati via. Lui li faceva solo vivere ancora. E poi, raccoglieva cani e gatti randaggi, randaggi, non amati, proprio come le sue bambole. Spero in una Sua risposta. Grazie, eleonora b.

  8. Ho visto queste immagini

    http://www.msn.com/it-it/viaggi/notizie/messico-lisola-delle-bambole-di-citt%c3%a0-del-messico-%c3%a8-davvero-da-brivido/ss-AAgD8KK?ocid=1PRCDEFE

    e un ricordo sepolto è riemerso dal profondo della mia mente.
    Un po’ di net surfing e sono approdato qui.
    Anni ’70 credo, vivevo nel quartiere “della Vittoria”, zona Viale Carso. Un po’ fuori mano. Andavamo lì, specialmente di sera, chiusi in macchina cercando di percorrere la via il più rapidamente possibile. Era un luogo che metteva tensione, specialmente con la nebbia. Il silenzio piombava in macchina e il fumo delle sigarette rendeva il tutto ovattato. Pochi istanti interminabili e poi via in cerca di altre emozioni.
    Grazie per le vostre testimonianze!

  9. Con una mia carissima amica, che abitava con la sua famiglia all’interno del vivaio Sgaravatti, spesso passavamo lì davanti. Era molto inquietante, avevamo paura, ma nello stesso tempo eravamo attratte. Non pensavo che ci fosse una storia, mi ha fatto piacere questo tuffo nel passato.

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