Home ATTUALITÀ Addio a Giancarlo Bornigia, fondatore del Piper. I funerali a Vigna Clara...

Addio a Giancarlo Bornigia, fondatore del Piper. I funerali a Vigna Clara il 26 agosto

bornigia.jpgE’ scomparso nella notte del 21 agosto Giancarlo Bornigia, fondatore del Piper Club di Roma, lo storico e più antico club d’Italia a cui, con una geniale intuizione, diede vita nel lontano 18 febbraio 1965 con la collaborazione di Alberico Crocetta. Il prossimo settembre Bornigia avrebbe compiuto 83 anni. I funerali si terranno alle 11 di lunedì 26 agosto nella Chiesa di Santa Chiara, in Piazza dei Giochi Delfici a Vigna Clara.

A Bornigia, la generazione degli anni ‘60 e ’70 deve tanto: l’apertura del Piper ha cambiato il modo di ballare, di vestire e di vivere, portando innovazioni culturali e nuove mode inattese per l’epoca.

Il Piper di via Tagliamento era un vecchio cinema vuoto destinato, da parte di Vittorio Gassman, a sala del Teatro Popolare Italiano. Accantonata poi l’ipotesi, nel febbraio del ’65 Giancarlo Bornigia ed Alberico Crocetta decidono di trasformarlo nel primo locale espressamente dedicato ai giovanissimi e alla loro voglia di ballo, di aggregazione, di necessità di stare insieme in un locale tutto loro anziché nelle feste in casa del sabato pomeriggio sotto gli occhi vigili dei genitori.

Per i sedicenni romani attraversati dai primi brividi -propedeutici a quelli del ‘68 e che cominciavano a lambire le aule dei licei della capitale – l’apertura del Piper fu un evento esaltante. Per la prima volta avevano un locale tutto per loro nel quale, tre pomeriggi a settimana, dalle 16 alle 20, (la sera era dedicata ai maggiorenni, ed allora lo si diventava a 21 anni) era possibile scatenarsi sulle piste od illanguidirsi lontani da occhi indiscreti. Era il periodo del twist, del surf, soprattutto dello shake, ma era anche il tempo del ballo della mattonella.

Per i sedicenni il rito era sempre lo stesso: all’uscita dal liceo le ragazze tornavano a casa per smettere gli abiti “da scuola” ed indossare, di nascosto dei genitori, minigonne e magliette attillate (piuttosto che cambiarsi direttamente nei bagni del locale) mentre i ragazzi si davano appuntamento al Bowling di viale Regina Margherita, poco distante dal Piper ed aperto fin dalle 10 del mattino (e quindi spesso meta dei “segaioli”). Un pezzo di pizza ed una partita servivano a far passare il tempo.

Poi, alle 16 in punto, ragazze e ragazzi, con la musica nel sangue e la voglia di essere liberi nella testa, si accalcavano davanti all’ingresso del locale che li accoglieva con un’enorme sala illuminata da 350 luci multicolori ed un impianto sonoro per quei tempi veramente d’avanguardia grazie allo spiegamento di 85 sistemi di altoparlanti.

Ma a tutto questo si aggiungeva un tocco magico. Perchè poteva capitare che alle 18 in punto salisse sul palco una ragazza bionda, trasgressiva, sensuale, dalla voce che suscitava brividi: Nicoletta, poi Patty Pravo, di appena 2 o 3 anni più grande dei ragazzi in platea, che magnetizzava l’attenzione dell’intera sala cantando “la bambola” o “ragazzo triste” accompagnata da un complesso nella formazione standard di allora: due chitarre, batteria ed organo elettronico.

Dal punto di vista musicale è certo che al Piper è nata la musica Beat italiana: qui si sono esibiti tutti i gruppi emergenti di quel periodo, da I The Rokes di Shel Shapiro all’Equipe 84 di Maurizio Vandelli, dai Dik Dik ai Rokketti.
E poi ancora Mal, Mimi Bertè (successivamente Mia Martini), Loredana Bertè, Renato Zero.

Ma vi hanno suonato anche gruppi internazionali quali i Pink Floyd ed i Procol Harum di Gary Brooker, del suo organo Hammond e del suo brano, icona ieri ed oggi della seconda metà degli anni ‘60: A whiter shade of pale.
Si racconta che i Beatles, quando vennero nel ‘65 a Roma, tentarono di passare qualche ora al Piper ma, essendo già troppo famosi, l’enorme folla di giovani che li aspettava davanti all’ingresso li costrinse a ripiegare altrove.

Tra musica e arte, Bornigia volle portare al Piper Club anche opere d’arte contemporanee che decoravano il fondale ed erano qualcosa di straordinario, forse poco apprezzate dai giovani frequentatori, ma sicuramente anch’esse all’avanguardia per quegli anni: due dipinti di Andy Warhol, alcuni di Schifano e opere di Piero Manzoni, di Mario Cintoli, di Rauchemberg facevano bella mostra di sé negli ampi locali.

Occhio attento al contesto internazionale, grande capacità di intravedere stoffa negli artisti emergenti fu Bornigia a portare per la prima volta in Italia e a Roma personaggi come Rolling Stones, Genesis, Who, Pink Floyd, e un giovanissimo Jimi Hendrix.

A Giancarlo devono tanto non solo la generazione degli anni ’60 e quelle successive, ma anche la città di Roma, sprovincializzatasi velocemente dal ’65 in poi grazie anche allo sviluppo del clubbing romano e italiano, con locali storici come il Gilda e l’Alien, anch’essi figli di Bornigia ma fratelli minori dell’insuperabile Piper.

Claudio Cafasso

Visita la nostra pagina di Facebook

LASCIA UN COMMENTO

inserisci il tuo commento
inserisci il tuo nome