Home ATTUALITÀ Aldo Moro, 35 anni fa in via Fani…

Aldo Moro, 35 anni fa in via Fani…

viamariofani.jpgA trentacinque anni esatti dall’eccidio di via Fani, nella mattina di sabato 16 marzo esponenti delle istituzioni italiane hanno reso omaggio alle vittime di quella sanguinosa strage nella quale il 16 marzo del 1978 un commando armato delle Brigate Rosse trucidò brutalmente la scorta di Aldo Moro e rapì lo stesso presidente DC dando inizio ai cinquantacinque giorni più torbidi della storia della nostra repubblica. Tuttavia, in una Roma che più che interrogarsi sul proprio passato sembrava proiettata sul week-end in corso, questa commemorazione per il trentacinquesimo si è svolta in tono minore rispetto al passato.

Il clima febbrile che si respirava in città,  tra maratone, partite di rugby e Angelus del nuovo Papa, ha evidentemente finito per distrarre anche il sindaco Alemanno, assente in via Fani. Presenti invece lo sono stati, oltre ai familiari di Moro, il presidente del Consiglio Mario Monti, Rosy Bindi in rappresentanza della Camera, il ministro della Giustizia Paola Severino, il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti, il consigliere delegato alla sicurezza di Roma Capitale Giorgio Ciardi, il questore Della Rocca, il prefetto Giuseppe Pecoraro e il subcommissario della Provincia Giuseppe Marani.

Fatalmente, oltre a trovare una città in tutt’altre faccende affaccendata, questa nefasta ricorrenza ha avuto anche la sfortuna di cadere in uno dei momenti meno felici per la popolarità delle nostre istituzioni, con un governo in alto mare, per non parlare della presidenza della repubblica giunta oramai agli sgoccioli del proprio mandato.

Premesse che nelle ore precedenti avevano lasciato adito all’eventualità – clamorosa – che sabato mattina non si svolgesse alcuna commemorazione, al contrario di quanto sempre avvenuto in passato.
Tuttavia, il senso dello stato ha prevalso, e qualcuno il tatto di fare almeno la presenza ce l’ha avuto.

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Eccoci dunque a ricordare un dramma che ha segnato indelebilmente la nostra memoria collettiva, un avvenimento che ha cambiato per sempre la storia del nostro paese.

Esiste una sterminata bibliografia sul caso Moro, impossibile fare un elenco di tutti gli autori che nel corso degli anni vi hanno dedicato le proprie energie. Così come anche innumerevoli sono stati i dossier, i documentari, le interviste, gli approfondimenti giornalistici.

Senza contare che anche il cinema si è interrogato parecchio sulla questione, basti citare, tra le tante, due pellicole che hanno fatto epoca come Il Caso Moro (1986), di Giuseppe Ferrara, o il più recente Buongiorno Notte (2004), di Marco Bellocchio, che analizzava il sequestro dalla prospettiva inedita dei rapitori.

Tuttavia, anni e anni di ricostruzioni, litri e litri d’inchiostro versati, milioni di parole spese non sono riusciti a chiarire i numerosi punti oscuri di una vicenda che ha lasciato in sospeso parecchi interrogativi destinati probabilmente a rimanere tali.

E’ anche vero però che parliamo di un capitolo della nostra storia dalla fortissima attrattiva, dal fascino storiografico irresistibile e seducente che ha portato chiunque gli si sia accostato con un minimo di curiosità e attenzione – per studio, lavoro o semplice interesse personale – ad appassionarvisi fino a volerne approfondire avidamente ogni piega più nascosta.

E allora vale la pena ripercorrere le fasi salienti dell’agguato e dei relativi antefatti, anche se – va detto – non abbiamo certo la pretesa di rivelare qualcosa che non sia già stato scritto o detto in tutto questo tempo.
Tuttavia, in un paese che ha in passato più volte dimostrato di saper perdere la propria memoria con una rapidità impressionante, repetita juvant. Sempre.

Così, ad esempio, ci si può chiedere perché fu scelto proprio Aldo Moro come vittima sacrificale sull’altare della simbologia brigatista.
Il direttivo dell’organizzazione terroristica si riunì più volte per discuterne. La lista dei papabili era molto lunga, e ogni soluzione comportava il vaglio approfondito di tutti i rischi ad essa collegati.
Ma nonostante la rosa delle possibili soluzioni fosse molto ampia, la linea era univoca fin dall’inizio: la vittima doveva necessariamente appartenere alla Democrazia Cristiana ed essere un nome di punta del partito, dal momento che scopo principale dell’azione era colpire simbolicamente quel potere che da più di trent’anni lo scudo crociato esercitava in ogni ambito della società civile.

La Democrazia Cristiana era allora il partito di maggioranza relativa. Nel giugno 1976 si trovava al 38 per cento, incalzata dal PCI di Berlinguer al 34,4. Moro era il candidato in pectore alla presidenza della Repubblica. A giugno le camere sarebbero state chiamate a scegliere il successore di Giovanni Leone e sembrava chiaro che spettasse proprio a lui dirigere dal Quirinale l’alleanza tra PCI e DC.

All’epoca il vero nemico delle Brigate Rosse non erano più le avanguardie neofasciste più o meno dichiarate, ma quella struttura di potere che, celandovisi dietro, ne muoveva i fili e che aveva nella piccola e media borghesia la sua rappresentanza nella società.
Moro fu scelto perchè era l’anima di quel sistema, la personificazione di quella struttura di potere tentacolare che si era andata edificando nel nostro Paese a partire dalla fine della Seconda guerra mondiale e che muoveva da istanze opposte a quelle del proletariato.

Le Brigate Rosse coniarono anche una nuova espressione per indicare questa sovrastruttura istituzionale celata dietro l’apparente patina di democraticità: Stato Imperialista delle Multinazionali (SIM). I suoi tratti principali erano: la formazione di un personale politico imperialista; una rigida centralizzazione delle strutture statali sotto il controllo dell’Esecutivo; l’annientamento come forma integrata della controrivoluzione preventiva.

Per le medesime valutazioni che avevano portato alla scelta di Moro, in precedenza la direzione strategica delle BR aveva puntato l’attenzione su altri maggiorenti della DC. Le piste più calde erano state quelle che portavano ai nomi di Amintore Fanfani e Giulio Andreotti, ma le difficoltà di carattere logistico prevalsero sul resto e l’attenzione si spostò altrove.

Su Moro, appunto, che era molto più “accessibile” anche in virtù delle sue abitudini, della sua schematicità e dei suoi piccoli rituali giornalieri che rendevano più agevole la sua “messa a fuoco”.
Il presidente DC era solito recarsi ogni mattina a pregare nella chiesa di Santa Chiara, in Piazza dei Giuochi Delfici, a Vigna Clara, poco distante dalla sua abitazione situata in via del Forte Trionfale 79.

Nel tragitto era sempre scortato, motivo per cui un eventuale conflitto a fuoco sul piazzale antistante il sagrato avrebbe rischiato di coinvolgere gli ignari passanti.
Venne quindi studiato un piano alternativo che comportò mesi di appostamenti per studiare il tragitto percorso da Moro e individuare il punto più idoneo all’assalto anche in virtù del maggior numero possibile di vie di fuga.

Tale snodo fu individuato in via Fani, all’altezza dell’incrocio con via Stresa. In quel punto, ogni mattina il fioraio Antonio Spiriticchio parcheggiava il proprio furgone. Se l’azione si fosse svolta lì – come poi avvenne – sarebbe stato oggettivamente difficile per il commando evitare di uccidere una persona che non c’entrava nulla, oltre al fatto che il suo veicolo sarebbe stato di ostacolo alla fuga.
Per questo motivo anche il fioraio venne più volte pedinato nei giorni precedenti l’agguato e la notte prima dell’operazione gli furono squarciate tutte e quattro le gomme per impedirgli di recarsi al lavoro il mattino seguente.

L’assalto al convoglio di scorta del presidente DC venne preparato minuziosamente. Alcune riunioni preliminari della colonna romana delle BR si erano svolte in un villino affittato ai Castelli Romani, alla presenza di militanti e componenti il comitato esecutivo.

La data scelta per il blitz era il 16 marzo, lo stesso giorno in cui il nuovo Governo guidato da Giulio Andreotti si presentò ufficialmente in Parlamento e ottenne la fiducia grazie anche all’appoggio del PCI.
La coincidenza temporale, però, come assicureranno in seguito i brigatisti, fu del tutto casuale.

La camera voterà alle 20,35: a favore del governo, democristiani, comunisti, socialisti repubblicani, socialdemocratici, demonazionali e sinistra indipendente. Contro, liberali, missini e demoproletari. Si astennero gli altoatesini della Volkspartei. Nella notte anche il Senato voterà la fiducia.

Secondo molti analisti, se non ci fosse stato il sequestro Moro, il PCI di Enrico Berlinguer non avrebbe mai votato un esecutivo che non presentasse elementi di discontinuità rispetto al precedente, un monocolore DC che si reggeva essenzialmente sull’astensione dei comunisti (il cosiddetto Governo della “non sfiducia”). Il Governo di solidarietà nazionale durerà invece poco più di un anno e la sua caduta porterà alle elezioni anticipate del giugno 1979, che vedranno una tenuta della DC e un sensibile calo del PCI.

Quella mattina sembrava un giorno come tanti. Moro uscì di casa un po’ in anticipo. Prima di andare alla Camera doveva fare una sosta al Centro Studi Alcide De Gasperi, in via Camilluccia, che era comunque di strada.

L’agguato scattò subito dopo le 9:00. Moro viaggiava su una Fiat 130 condotta dall’appuntato dei carabinieri Domenico Ricci affiancato dal maresciallo Oreste Leonardi.
Il presidente DC si trovava, come sempre, sul sedile posteriore e teneva in grembo le sue borse.
Di scorta alla sua auto ve ne era un’altra, un’Alfetta della polizia guidata dalla guardia Giulio Rivera, accompagnato dal brigadiere Francesco Zizzi e dall’altra guardia, Raffaele Iozzino.

Giunta all’incrocio con via Stresa, l’auto del presidente si trovò improvvisamente di fronte una Fiat 128 bianca con targa riservata al corpo diplomatico che, dopo aver percorso alcuni metri in retromarcia, inchiodò all’altezza del segnale di stop.
La 130 inchiodò a sua volta e l’Alfetta di scorta che sopraggiungeva da dietro la tamponò violentemente. Dalla 128 scesero due uomini armati e a volto scoperto che si portarono ai lati della 130. Con il calcio di un fucile ne infransero tutti i vetri tranne uno, il posteriore sinistro, e iniziarono a sparare all’impazzata dentro l’abitacolo.

In quel preciso istante, alcuni individui che erano appostati sull’altro lato del marciapiede e che – a detta di alcuni testimoni – indossavano divise blu simili a quelle dell’Alitalia, estrassero dai giubbotti delle pistole mitragliatrici e iniziarono, pure loro, a sparare all’indirizzo degli agenti di scorta uccidendoli tutti tranne uno – Francesco Zizzi – che verrà trasportato d’urgenza al policlinico Gemelli e morirà qualche ora dopo.

Neutralizzati tutti gli agenti, i brigatisti afferrarono Moro per un braccio e lo trascinarono fuori dall’auto dopo averlo stordito con un batuffolo di ovatta imbevuto di cloroformio. Moro venne poi caricato a bordo di una Fiat 132 di colore blu, sopraggiunta nel frattempo, che partì a tutta velocità diretta verso via Trionfale, preceduta dalla Fiat 128 bianca e seguita da un’altra 128 di colore blu. Le tre auto imboccarono poi via Carlo Belli e da lì via Casale De Bustis, facendo perdere le proprie tracce.

La 132 verrà ritrovata qualche ora più tardi in via Licinio Calvo 1, mentre una delle 128 sarà rinvenuta il mattino seguente all’altezza del civico 23 della stessa via.

Pochi minuti dopo, sul luogo dell’assalto giunse la polizia. Vennero repertati un berretto da ufficiale dell’Alitalia (acquistato – si appurerà – la sera del 10 marzo in un negozio di via Firenze da una donna apparentemente sui venticinque anni), una borsa in similpelle nera recante anch’essa la scritta in stoffa Alitalia, una paletta del ministero dell’Interno, bossoli di vario calibro e baffi finti di colore nero.

L’azione, secondo i racconti dei testimoni, era stata realizzata da un commando formato da almeno dieci militanti tra i quali era presente una donna (presumibilmente la stessa che aveva acquistato il berretto, poi identificata come Barbara Balzerani) che all’incrocio con via Stresa aveva provveduto a regolare il traffico con una paletta.

In più sembrava vi fossero altri due uomini che viaggiavano su una moto Honda di grossa cilindrata, che fecero fuoco contro Alessandro Marini, un passante che proprio in quei concitati frangenti si trovò a transitare per caso in via Fani con il suo motorino e che per poco non fu centrato dai proiettili. La circostanza della moto è però sempre stata smentita dai militanti.

Tornando invece alla scena dell’attentato, alla fine della sparatoria si contavano sul terreno un totale di cinque corpi martoriati dal fuoco brigatista, due auto crivellate dai colpi di mitraglietta, sangue sparso dappertutto e una quantità pressochè illimitata di bossoli.

Diversi testimoni che, uditi gli spari, si erano affacciati dalle finestre dei palazzi circostanti concordarono inoltre sul particolare che i rapitori indossavano delle tute da aviatori e che, dal modo in cui sparavano, avevano tutta l’aria di essere dei veri professionisti.

Due circostanze dalla spiccata singolarità non possono tuttavia essere trascurate. La prima riguarda il fantomatico rullino fotografico contenente alcuni scatti che un carrozziere della zona aveva realizzato sulla scena della strage immediatamente dopo la mattanza. La pellicola fu da lui stesso consegnata al magistrato e da questi inviata agli uffici competenti, ma poi sparì misteriosamente facendo perdere ogni traccia di sè.

La seconda è che intorno alle 9:45 in tutta la zona dell’agguato si registrò un black-out delle linee telefoniche che nessuno è stato mai in grado di spiegare.
E si potrebbe anche rilevare una terza stranezza: un’ora dopo l’imboscata, sulla scena del delitto accorse Eleonora Moro, la moglie del presidente DC, che alla domanda su quale spiegazione riuscisse a darsi dell’accaduto rispose che erano state le Brigate Rosse, senza che però vi fosse stata ancora alcuna rivendicazione in merito.

Quando vide i corpi degli agenti a terra la donna esclamò anche: “Li conoscevo tutti, erano bravi ragazzi. Perché prendersela con loro ?”.

La rivendicazione non tardò comunque ad arrivare. Circa mezz’ora dopo, infatti, i brigatisti telefonarono all’ANSA dicendo che avevano rapito il presidente della DC e ucciso tutti gli agenti della scorta.

Nel frattempo sulla scena dell’agguato la scientifica eseguiva i rilievi necessari e i cadaveri degli agenti venivano portati via. Aldo Moro, però, era già lontano…

Come finì lo sappiamo. Dopo cinquantacinque giorni il corpo esanime dello statista verrà ritrovato nel bagagliaio posteriore di una Renault 4 in via Caetani, e da quel momento niente sarà più come prima.

Valerio Di Marco

riproduzione riservata – proprietà EdiWebRoma

 

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17 COMMENTI

  1. Capisco l’importanza della questione Giacomini & Famiglia ma io un commentino, anche striminzito, me lo sarei aspettato…..giusto per ricordare quei cinque poliziotti, “proletari in divisa”, ammazzati come cani…..non fosse altro perchè i loro assassini, in Italia o all’estero, sono liberi.

  2. Concordo in pieno con il sig. Strix, e aggiungo che gli assassini non solo sono liberi,ma non si sono proprio ravveduti dell’infame strage che hanno compiuto, questo a dimostrare che chi pensa che il carcere possa redimere dai reati commessi è proprio in errore, bisognerebbe tornare al fine pena MAI , ma reale.

  3. Gentile Signora Mariella ad indignarmi non è tanto il fatto che questi individui siano liberi (la nostra strana legge lo permette…..) quanto il fatto che ancora oggi si usi un diverso metro per giudicare il terrorismo. Quello rosso sempre feroce ma con una sua “etica” (tanto da indurre gli intellettuali di sinistra a firmare un appello per la liberazione di Battisti -firmò anche Saviano anche se poi ci ha ripensato-mentre il governo Mitterand dava asilo a numerosi latitanti); quello nero invece “cattivo”, indiscriminato e sempre colluso con i servizi deviati.
    L’episodio insignificante della conferenza di Merlino a Cesano ha sollevato un vero e proprio vespaio: interrogazioni, appelli dell’ANPI, interventi di Pacifici (anche se Merlino, nato nel ’44, con l’Olocausto nulla può avere a che fare) articoli, interventi……E invece neppure due righe nella ricorrenza dell’assasinio di 5 servitori dello stato (lo scrivo con la “s” minuscola perchè questo paese non merita sacrifici di nessun tipo). Mi sarebbe piaciuto leggere, da parte di qualche lettore, coordinatore o consigliere un commento come questo: “Proviamo una grande pena per il dolore e lo strazio dei familiari di quei cinque “sbirri “assassinati da brigatisti rossi che oggi sono uomini (e donne) liberi”.
    A VCB il merito di aver pubblicato un lungo articolo in occasione del 35° anniversario di quella “strage”.

  4. Avrei voluto che Via Gadoli cambiasse nome in Via Aldo Moro, ma i residenti preferiscono l’oblio al risalto mediatico (e fra poco avranno molto da dolersi di tale “struzzesco” atteggiamento …)

    Colgo l’occasione per portare all’attenzione dei lettori alcuni fatti storici (documentati).

    1) Le cinque palazzine che presentano diffusi abusi edilizi in Via Gradoli sono state tutte realizzate dal SISDE.

    2) Negli anni ’70 in Via Gradoli c’erano i covi di numerose formazioni eversive.
    Al civico 35 (uno degli edifici suddetti) vi era quello di Potere operaio.
    Il civico 91 ospitava invece membri dell’estrema destra nel quale trovarono rifugio anche boss mafiosi (d’Ortenzi) e alcuni clandestini sudamericani falsari e ricettatori (Cortez Roe Miguel, messicano, falsa identità dell’argentino José Rodriguez Buenaventura).
    Al 96, in un appartamento della notissima palazzina IMICO (scala B, int. B), viveva un latitante sotto falso nome (Cesare Caponi).

    3) Le Br furono informate da Potere Operario che in Via Gradoli i servizi segreti disponevano di un ufficio .
    Le BR, ciononostante, decisero di mantenere la propria base al 96 (Sergio Flamigni definì tale “decisione assurda e inspiegabile, contraria alle più elementari regole di sicurezza e compartimentazione delle Br”.

    4) Nella via all’89 (proprio di fronte al 96) prima e durante il sequestro Moro, abitava un agente del Sismi, carabiniere, nato nello stesso paese di Mario Moretti, Porto San Giorgio. Si trattava del sottufficiale dei Carabinieri Arcangelo Montani.

    5) Nella stessa palazzina IMICO, in un appartamento contiguo a quello locato dalle BR, abitava nel 1978 la sig.na Lucia Mockbel, sorella del più noto Gennaro Mockbel (scandalo Telecom-Sparckle).
    La Mockbel aveva ricevuto in comodato l’abitazione dalla società Monte Valle Verde srl (società del SISDE) ed era convivente con Gianni Diana, il quale lavorava nello studio del commercialista Galileo Bianchi; quest’ultimo, tre giorni dopo la scoperta del covo delle BR venne nominato amministratore unico della Monte Valle Verde srl

    6) Le Br si avvalsero, per la riproduzione e stampa dei loro comunicati di una stampatrice fornita dai servizi segreti.
    Infatti, in Via Foà in Roma fu rinvenuta una macchina stampatrice già di proprietà dei RUS, Raggruppamento Unità Speciali; tale struttura era il più compartimentato tra gli uffici del servizio segreto militare.
    Al RUS facevano parte, tra l’altro, unità speciali come “Gladio”, del quale arruolava i componenti convogliandoli nel centro di Alghero .
    Tale stampatrice fu portata in Via Foà da Mario Moretti.

    7) Vincenzo Parisi, prima direttore del SISDE e poi capo della Polizia, ha acquistato cinque immobili nei civici 75 e 96 di Via Gradoli (palazzine comprese nelle cinque sopra menzionate)
    Un primo appartamento il 10 settembre 1979 al civico 75; poi altri due appartamenti e un box sempre al civico 75. Nel 1986 acquistò un quarto appartamento al civico 96 e, nel 1987, sempre al civico 96, il quinto appartamento.

    Qualcuno vuole ancora credere alla storiella delle Br morettiane come forza eversiva di sinistra?
    Il generale Dalla Chiesa diceva: “Le Br prima di Moretti, una cosa; quelle con Moretti, un’altra cosa.
    Buonanotte

  5. Altra considerazione.
    1) 91 colpi sparati da sette armi; 49 da una sola di queste.
    Per quanto si sa, i brigatisti non erano particolarmente addestrati; uccidere tutti salvo Moro non è robetta da terroristelli da sbaraglio, ci vuole addestramento serio, tipo quello militare e migliaia di colpi sparati (chiunque frequanti un poligono di tiro sa cosa dico; chiunque abbia usato armi automatiche lo sa ancora meglio).

    2) Scrive l’autore che la “direzione strategica delle BR aveva puntato l’attenzione su altri maggiorenti della DC. Le piste più calde erano state quelle che portavano ai nomi di Amintore Fanfani e Giulio Andreotti, ma le difficoltà di carattere logistico prevalsero sul resto e l’attenzione si spostò altrove”.
    Una semplice considerazione al riguardo: BR prima di Moretti, Fanfani o Andreotti; BR con Moretti, Moro.

    Qualche lettura: Sergio Flamigni, Ferdinando Imposimato, Rosario Priore .. e quei segugi di Via Gradoli ….

    Quando Beppe Grillo?

    Di nuovo buonanotte

  6. Riprendere alcuni stralci dai Misteri d’Italia per modellarli al pensiero personale e per fare affermazioni qualunquistiche serve a poco… se ne potrebbero fare altre per confutare quanto riportato sopra… i dietrologi possono sbizzarrirsi…

  7. Gentile sig.ra Zanni,
    delle due l’una: la più probabile è che Lei non sia informata, la (molto) meno probabile che sia in malafede.

    Come ho scritto, tuttto quanto sopra affermato è documentato e documentabile.

    Buongiorno

  8. Forse per dietrologi Mariella si riferisce a chi ha la pessima abitudine di nascondersi dietro nickname ora di una donna ora di un uomo per sparare sentenze, ma non credo che questo sia il caso di Carlo Maria Mosco…

  9. Avendo solo io usato un nomignolo immagino che la Daniela si riferisca a me; se così fosse le voglio far sapere che per scrivere su questo blog non è necessario presentare la Carta d’Identità (ma poi firmarsi Daniela mica equivale a dare le proprie generalità!) e che su quello che intendeva Mariella probabilmente ha preso la solita cantonata.
    Per quanto mi riguarda ho solo fatto presente che mentre per questioni insulse (la conferenza di Merlino, il baretto con i busti del Duce, lady Giacomini ecc.) si fa un gran parlare nessuno ha sentito la necessità di sprecare qualche parola per le vittime di Via Fani, per la liberazione dell’assassino Battisti, per l’arresto dei due marò (ma non erano marò anche quelli della X* MAS?) per la morte dei soldati in Afghanistan, per il Parco da intitolare a David Tobini……..
    Cara Daniela non c’è bisogno che ogni volta ti affanni per difendere i “tipi sinistri” specie poi in un caso come questo; le obiezioni di Carlo M.Mosco e il fatto che non si sia voluto fare chiarezza nella vicenda Moro nulla toglie alla gravità di questa strage. Invece di fare il solito astioso commento avresti potuto, da donna e forse madre, scrivere: ” Mi dispiace per quei 5 poliziotti ammazzati da brigatisti rossi (con o senza l’aiuto del SISDE)”.

  10. Sig. Mosco, ho letto il libro su Moro dello storico Biscione che afferma tutt’altro : egli scrive “probabilmente allorché Moretti costituì la colonna romana delle Brigate rosse (fine 1975) aveva già rapporti (viaggi in Sicilia e in Calabria) o con settori criminali o con compagni dell’area del partito armato in grado di metterlo in contatto con segmenti del crimine organizzato ” .
    E ricorda tre episodi che potrebbero costituire un serio indizio in tal senso:
    “La presenza del Moretti è accertata – scrive – a Catania il 12 dicembre 1977(insieme con Giovanna Currò, probabile copertura di Barbara Balzerani) presso l’hotel Costa e il 15 dicembre presso il Jolly hotel. Il 6 febbraio 1976 Moretti ricomparve nel Mezzogiorno con la sedicente Currò, a Reggio Calabria presso l’hotel Excelsior. Oltre al fatto che non sono mai state chiarite le finalità dei viaggi questa circostanza sembra possedere un altro motivo di curiosità: i viaggi, o almeno il secondo di essi avvennero all’insaputa del resto dell’organizzazione tant’è che quando l’informazione venne prodotta in sede processuale suscitò lo stupore di altri imputati”.
    Il terzo è stato rivelato da Gustavo Selva: dopo la conclusione del sequestro di Aldo Moro “nel luglio 1978 venne arrestato il pregiudicato calabrese, Aurelio Aquino, e trovato in possesso di molte banconote segnate dalla polizia perché parte del riscatto del sequestro Costa operato dalle Br” .
    E’ ovvio che con quei soldi le Br potrebbero aver pagato alla ‘ndrangheta qualche partita di armi, però anche il “prestito” di un killer professionista.
    In questo modo trova una logica spiegazione la probabile presenza in via Fani di un killer di “alta professionalità”, un professionista che il pentito calabrese Saverio Morabito ha indicato in Antonio Nirta, detto “due nasi” per la sua capacità di usare la lupara, anche se alcune testimonianze più recenti puntano invece il dito contro Agostino De Vuono, anch’egli calabrese ed esperto tiratore.

    Penso che anche il dott. Biscione si sia documentato… e quindi le versioni sono diverse.. tutto qui.

  11. Caro Strix malignamente e non astiosamente potrei dirti “excusatio non petita accusatio manifesta” …. ma invece proprio perchè mi stai simpaticissimo ti dico che non pensavo affatto a te ! Ma come ti è venuto in mente ? Non mi dire che ho colpito nel segno, tu usi disinvoltamente più nickname ora da donna ora da uomo ? Ma non mi dire, non ci posso credere !
    E quale cantonata avrei preso ? Mi sono limitata a dire che c’è qualcuno/a che è sempre contro a priori cospargendo i commenti di sentenze e come in questo caso mettendo in dubbio quello che ha scritto Mosco.
    Io difendere i tipi sinistri ? Dunque per te Carlo Maria Mosco è un “tipo sinistro” ?
    Non lo conosco ma non mi sembra proprio tale. Strix mio, la cantonata è tutta tua.
    Ciao ciao.

  12. Sig.ra Daniela, a questo punto, dato che oltre ai signori Mosco e Strix sono intervenuta io, devo pensare che si riferisca alla mia persona. Non capisco a cosa lei possa riferirsi, io intervengo sul blog quando voglio , nel rispetto degli altri , e sicuramente non è lei, o forse sì, che deve moderare i miei interventi. Come fa a fare illazioni su persone che non conosce?? se è certa di qualcosa, lo dimostri a tutti, altrimenti fa solo una brutta figura.
    Un consiglio disinteressato : torni a giocare ai 4 cantoni.
    La saluto cordialmente.

  13. Ma allora ho preso una cantonata? Meno male, ci ero rimasto così male e gia pensavo che questo commento avesse mandato in frantumi la nostra fragile tregua….sono proprio sollevato! Quanto al fatto di usare nickname bisex non credo che i beceri di Vignaclarablog lo permetterebbero…….Accuso il colpo e……posso salutarti con un……..abbraccino?

  14. @ Strix : grazie Strixino, abbraccino ben accetto perchè non si tratta di fragile tregua ma di pace duratura, o no ?
    @Mariella : io non ho fatto nomi ! e comunque i quattro cantoni è un bellissimo gioco che mi ricorda di quando ero bambina.
    Buona sera e buona cena a tutti !

  15. Gentile sig.ra Zanni,
    posso confermarle che da i documenti in mio possesso risulta che i civici 35, 65, 75 e 96 di Via Gradoli furono edificate da società edili tutte amministrate dall’ing. Ermanno Staffieri, tutte domiciliate in Via Crescenzio n. 19, i cui rogiti furono tutti effettuati dal notaio Fenoaltea (lo stesso che rogitò gli acquisti di Parisi).

    Posso confermarle che l’allora sovraintendente di Polizia Consilio Pacilio, impegnato nel 1994 in una indagine sugli extracomunitari clandestini in Via Gradoli, scoprì che Vincenzo Parisi possedeva immobili ai civici 96 e 75.
    Di fronte al magistrato, C.P. dichiarò che “gli accertamenti ci dettero modo di individuare un’agenzia gestita da Domenico Catracchia, sempre in Via Gradoli, alla quale facevano capo proprietari di appartamenti siti nella zona, che lui amministrava, affittandoli, appunto a extracomunitari. Si trattava per la maggior parte di affitti intestati a stranieri con regolare permesso di soggiorno, i quali, a loro volta, ospitavano altri connazionali e alcuni di questi erano anche clandestini” .
    La Polizia, avuta notizia, fece rapporto all’autorità giudiziaria denunciando il Catracchia quale organizzatore di una agenzia per il favoreggiamento di immigrazione clandestina.
    Nel corso della perquisizione dell’ufficio si rinvenne un fascicolo intestato a Vincenzo Parisi, mentre nell’abitazione di Catracchia fu sequestrata un’agendina con annotati nomi e prestanome, proprietari occulti di appartamenti, società immobiliari, rendiconti, nominativi di funzionari di polizia e magistrati .
    Mentre l’ispettore Pacilio dirigeva l’operazione, il Catracchia lo chiamò in disparte e lo invitò a desistere in quanto quel Vincenzo Parisi era persona potente e di tutto rispetto, e il fatto avrebbe potuto avere per l’ispettore gravi conseguenze; nell’occasione il Catracchia offrì al Pacilio 7 milioni. Il Pacilio aveva proceduto egualmente al sequestro; tuttavia non denunciò il tentativo di corruzione e, insieme al suo superiore, Nicola Longo, furono processati per omissione di atti d’ufficio
    (PS: io e Frizzoni abbiamo avuto modo di incontrate Longo)

    Indagato per immigrazione il Catracchia, prese le sue difese l’avv. Antonio Juvara, massone di lungo corso, iscritto nel 1969 alla Loggia “Trionfo Ligure”, aderente al Grande Oriente d’Italia. Alcuni magistrati palermitani, ebbero modo di scoprire i legami tra Juvara e Pino Mandalari, ex missino, consulente e prestanome in diverse società del boss mafioso Totò Riina. Giovanni Falcone, con riferimento a Mandalari, disse: “Chi tocca quei fili muore”.
    Juvara ottenne la restituzione dei documenti sequestrati a Catracchia e la repentina archiviazione del procedimento giudiziario a carico di questi.

    Ritornando a Fenoaltea, all’epoca lo studio notarile era composto dai due fratelli Fabrizio e Francesco.
    Tale studio redasse gli atti costitutivi della Immobiliare Caseroma srl e i successivi atti di liquidazione, la nomina di Domenico Catracchia alla carica di amministratore unico della Immobiliare Gradoli spa, l’acquisto dell’appartamento int. 11, sc. A, della palazzina IMICO, da parte dei coniugi Luciana Bozzi e Giancarlo Ferrero (poi affittato a Moretti), l’acquisto degli immobili di Parisi, l’acquisto degli immobili di Catracchia.
    Per inciso, il sig. Catracchia è ( o tenta di essere) ancora il dominus di Via Gradoli e possiede immobili anche in Via Capena e in VIa Raffaele Stasi.

    Tanto per rivangare, persino Gianni Alemanno nel 1998, a seguito dello scalpore causato dal numero di luglio-agosto del mensile Area, presentò una interrogazione parlamentare su Via Gradoli in relazione alla presenza di servizi occulti dello stato.
    Interrogazione presentata il 10 luglio 1998, n. 4/18826, destinatari Presidenza del Consiglio e Ministero dell’Interno
    Incontrato da Frizzoni, ha dichiarato di non ricorddare nulla a riguardo.

    Sono cert o che neppure Prodi ricorderà il nome dei partecipanti alla seduta spiritica…

  16. Provo una grande pena per il dolore e lo strazio dei familiari di quei cinque “servitori dello Stato assassinati da brigatisti rossi che oggi sono uomini (e donne) liberi.

    Grazie a tutti voi per continuare a tenere viva e fresca una memoria che troppo spesso si tende a rimuovere.

    Claudio Marinali

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