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Al Teatro Olimpico l’Italia di Gaber e Pasolini

marcore.JPGIl futuro è già finito o inizia ora? In scena fino al 4 marzo al Teatro Olimpico, “Eretici e Corsari” è uno spettacolo intenso ed importante nel quale vengono mirabilmente mostrate le affinità tra il pensiero di Giorgio Gaber e quello di Pier Paolo Pasolini. In 75 minuti densi e brillanti, i bravissimi Neri Marcoré e Claudio Gioè snocciolano monologhi e canzoni, articoli e frammenti di interviste, che, accostati sapientemente, provano come la visione dei due intellettuali, pur nella diversità d’espressione, sia analoga e sovrapponibile.

Il vocabolario della lingua italiana parla chiaro, non lascia spazio a nessun dubbio: in uno dei suoi significati, il termine “eretico” indica la persona che non è ideologicamente in linea con il gruppo cui appartiene, mentre la parola “corsaro”, in senso figurato, evoca il coraggio e l’ardimento nell’esporre e sostenere le proprie idee, anche e soprattutto quando sono scomode, fastidiose, sferzanti.

I due vocaboli si attagliano benissimo a Giorgio Gaber e Pier Paolo Pasolini, testimoni del loro e del nostro tempo, lucidi analisti che ci hanno lasciato in eredità un patrimonio inestimabile che anche all’inizio del XXI secolo rivela i propri caratteri di profonda onestà intellettuale e di dirompente e sconcertante attualità.
Pasolini e Gaber sono due artisti scomodi, due intellettuali assolutamente “non organici” che non hanno mai avuto paura di prendere posizione e di compromettersi; poeti d’opposizione, l’uno scandaloso e severo ricercatore, l’altro brillante ed originale umanista, Pasolini e Gaber sono personalità il cui pensiero è ancora vivido e contemporaneo, sono uomini forti e netti che espongono le proprie idee con una chiarezza e con una lucidità sconcertanti, rammentandoci che “il futuro è già finito”, a meno che non si torni a privilegiare il “crescere” rispetto al “consumare”.

Insomma, Pasolini e Gaber sono due eretici, due corsari che ci ricordano con energia e nettezza intellettuale (entrambi), con severità (Pasolini) ed umorismo (Gaber) che l’Italia che portiamo nel nostro cuore non è stata ancora ammazzata dal conformismo ed è ancora lì ad aspettarci, se solo decidessimo di combattere l’oscurità dell’omologazione e di metterci alle spalle l’oblio del consumismo.

Verso la metà degli anni Settanta, Pier Paolo Pasolini pubblica, prevalentemente sul “Corriere della Sera”, i suoi formidabili e corrosivi articoli che fotografano un’Italia conformista, becera e consumista, pezzi ed interventi che, scritti in un arco temporale che va dal 1973 al 1975, vengono poi raccolti ed inclusi nel volume “Scritti Corsari”, l’ultimo libro (Garzanti Editore) che Pasolini pubblica e che esce postumo, avendo avuto l’autore il tempo di revisionarne le bozze.

Nello stesso periodo, Gaber e l’inseparabile Sandro Luporini transitano proprio da quelle parti, sfornando, dopo “Dialogo tra un impegnato e un non so”, testi e rappresentazioni indimenticabili come “Far finta di essere sani”, in cui evidenziano l’incapacità del signor G di conciliare i propri ideali con il vivere quotidiano, e “Anche per oggi non si vola”, il primo spettacolo attraverso il quale i due instillano il dubbio che la necessità di cambiamento avvertita in quegli anni, in realtà, si stia dissolvendo e trasformando in un mero atteggiamento utilitaristico.

Insomma, entrambi, ognuno con la propria cifra stilistica e attraverso il proprio linguaggio, raccontano di un sistema che sta attuando un’opera di omologazione che sta distruggendo ogni autenticità e singolarità, oltre al tessuto socio-politco; un sistema spietato ed impersonale che fonda il suo potere su una fasulla e annichilente promessa di comodità e di benessere, la quale, invece, trasforma il cittadino in un consumatore che, desiderando di possedere cose superflue, rende superflua la propria esistenza.

Questa analogia e sovrapponibilità, a tratti sorprendente, tra le idee di Gaber e quelle di Pasolini è mirabilmente messa in scena nello spettacolo che è presentato dal Teatro dell’Archivolto in collaborazione con la Fondazione Giorgio Gaber e che è in cartellone fino al 4 marzo presso lo storico teatro di piazza Gentile da Fabriano.
Prendendo le mosse dalla celebre intervista rilasciata da Pasolini a Furio Colombo soltanto qualche ora prima della notte dell’idroscalo, agli scritti rigorosi e al vetriolo dell’intellettuale, presentati qui sotto forma di monologhi, questo spettacolo alterna, come contrappunto ironico e surreale, le canzoni e i monologhi di Gaber, come “L’Appartenenza” e “Il Cancro”, “Qualcuno era comunista” e “Gli Oggetti”.

Bravissimi ed applauditissimi Neri Marcoré (che canta le canzoni e recita i monologhi di Gaber) e Claudio Gioè (che interpreta il pensiero di Pasolini), egregiamente supportati in scena dalla musica eseguita dal vivo dallo Gnu Quartet, formato da Francesca Rapetti (flauto), Stefano Cabrera (violoncello), Raffaele Rebaudengo (viola), Roberto Izzo (violino).

Mentre il rigoroso e brillante attore marchigiano, che compirà 46 anni il 31 luglio, torna a proporre con estrema efficacia il repertorio di Gaber (ricordiamo con riconoscente entusiasmo “Un Certo Signor G”, il magnifico spettacolo andato in scena due anni fa proprio al Teatro Olimpico), il trentasettenne interprete palermitano, conosciuto presso il grande pubblico per essere il protagonista della miniserie di successo “Il Tredicesimo Apostolo”, restituisce con intensità la personalità e le idee di Pasolini.

Infine, un grande plauso va sicuramente tributato all’autore, ideatore e curatore delle più importanti produzioni teatrali dedicate a Gaber, ossia a Giorgio Gallione, il quale, in questo caso specifico, ha il merito di aver costruito con perizia ed attenzione uno spettacolo che possiede lo straordinario pregio di restituire al pubblico il lascito ricchissimo che abbiamo ricevuto in eredità da Gaber e Pasolini.
Ora sta a noi: sapremo cosa farne o faremo finta di essere sani?

Giovanni Berti
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