Home ARTE E CULTURA Vigna Clara – Natino Chirico, ovvero l’arte dell’incontro

Vigna Clara – Natino Chirico, ovvero l’arte dell’incontro

Le interviste di VCB – “La vita è l’arte dell’incontro”. In questa frase c’è molto della personalità e dell’opera di Natino Chirico, residente a Vigna Clara, del suo atteggiamento verso la vita, della sua fiducia verso le persone, e verso l’arricchimento che a volte possono darci. E l’arte può esserne alla base. Incontriamo Natino Chirico, pittore di origini calabresi ma romano d’adozione, una mattina invernale curiosamente mite, nel quartiere di Vigna Clara, dove ha scelto di vivere poco dopo il suo trasferimento nella Capitale.

Trasferimento che ha fatto seguito a un periodo di formazione intenso: nel 1973 lascia la nativa Reggio Calabria – dove, giovanissimo, aveva già presentato con successo alcune sue opere – per trasferirsi a Milano e frequentare l’Accademia di Belle Arti di Brera e la Scuola di Domenico Cantatore.
Nel ’74 espone per la prima volta all’estero, a Parigi, partecipando a una mostra di ventidue artisti calabresi.
Seguiranno, nel corso degli anni, esposizioni in altre importanti capitali mondiali. Poi, l’anno successivo, si stabilisce definitivamente a Roma.

L’intervista: i ricordi

Cominciamo da qui: 1975, trasferimento in quella che diventerà la città del suo lavoro e dei suoi affetti. Si stabilì subito a Vigna Clara? All’inizio no, mi ero stabilito a via Ronceglio, sulla Camilluccia, non molto lontano da qui. Ma mia moglie abitava già a Vigna Clara, per questo cominciai quasi subito a frequentare la zona.

Com’era il quartiere allora? Pressapoco così, vicino al cinema c’era un bottega di generi alimentari, e poi il bar tavola calda, ma nel complesso è rimasto lo stesso. Ma la cosa che mi viene in mente, pensando a Vigna Clara è l’amore. Qui ho conosciuto mia moglie, e grazie a mia moglie ho scoperto la dimensione “morale” della vita, cosa che era in netto contrasto con la mia cultura e con la mia predisposizione.
Ciò mi portò a una sorta di battaglia, prima di tutto con me stesso, battaglia che finì per migliorarmi. Questo è il primo e più importante ricordo che ho, legato a Vigna Clara. E quando si è trattato di comprare casa l’ho comprata qui, pensando anche che era il quartiere dei miei suoceri, e che forse mia moglie avrebbe avuto la possibilità e la comodità di essergli vicina.
Insomma, quando penso a Vigna Clara la prima cosa che mi viene in mente è l’amore.

E Roma è cambiata? È cambiata molto. È diventata più intollerante. Pensiamo ai rom, alle scritte che ogni tanto appaiono nei muri della città e che istigano alla discriminazione. Roma ha sempre accolto tutti, è nella sua storia. Questa intolleranza è frutto del nostro periodo, frutto della paura verso la diversità.

Quelli erano anni difficili per l’Italia, nello stesso anno in cui lei si trasferì a Roma fu ucciso Pier Paolo Pasolini, i cosiddetti anni di piombo – che poi sarebbero sfociati nel sequestro Moro – già lasciavano diverse vittime per le strade. Questo aspetto per così dire “sociale” ha in qualche modo influenzato la sua produzione di quegli anni? Innanzi tutto io feci delle opere su Pasolini quando fu assassinato, e immaginate le reazioni a questa mia scelta! Ma in genere io ero talmente concentrato sul mio lavoro e sulla mia vita che fui da subito molto selettivo, ho quasi tagliato completamente con tutto il mondo non di qualità.
Le faccio un esempio: facendo un lavoro come questo, dove la creatività ha un ruolo essenziale si può facilmente entrare in contatto con realtà, come la droga, che io ho sempre rifiutato. Avevo un obiettivo, un riferimento costante: emergere, essere qualcosa per me e non avevo e non volevo avere tempo per tutte il resto. Soltanto quando incontravo persone di livello io mi fermavo.

Per parlare ancora di Vigna Clara, in un palazzo qui vicino abitava un grandissimo artista, Renzo Vespignani, con cui ero molto amico. Con lui potevo anche perdere tempo, perché sapevo che era una compagnia che mi avrebbe arricchito. Ma tutto ciò che avrebbe potuto distrarmi l’ho evitato. Ero totalmente concentrato sul mio lavoro e sui miei affetti, e inizialmente questo non fu affatto facile, anzi.

Perché? Le faccio una premessa. Lei può immaginare come oggi fare l’artista, scegliere un tipo di vita fuori da ogni regolarità che non sia quella personale, sia una scelta difficile, figuriamoci allora! Inizialmente mio padre non approvò affatto questo mio desiderio. Probabilmente si aspettava da me che fossi più inquadrato, che facessi una vita e un lavoro più normali.

Io sin da piccolo sono stato un ribelle, disobbediente e forse anche un po’ deludente per lui, tant’è che appena diciassettenne lasciai casa e per molto tempo smisi di parlarci. Ma anni dopo, quando mi chiamarono in Calabria per una premiazione ricordo la sorpresa di mio padre nel sentirmi parlare. Mi ricordo anche la sua gioia davanti alle mie opere, “questi sono i quadri di mio figlio: lui è mio figlio, io sono il padre”, ricordo l’orgoglio che provò allora.

Lo stesso problema si ripresentò più tardi: per mio suocero l’idea che sua figlia frequentasse un artista non era affatto facile. I primi tempi dovevo fare attenzione a non farmi vedere da mia suocera mentre facevo su e giù per il marciapiede davanti casa loro. Per sette anni! P
oi, nel disaccordo generale ci siamo sposati. Mia moglie era una persona logica, razionale e se si innamorò di uno come me evidentemente un motivo doveva esserci. Per questo i genitori che la conoscevano bene dovettero capire che in fondo c’era qualcosa di valido in me.

Il rapporto con l’arte

Cos’era l’arte per lei? Per me l’arte fu una terapia, scoprii di esistere in quanto riuscivo a creare. Intanto perché la gente mi apprezzava, e io avevo bisogno di essere apprezzato. Successivamente scoprii che con l’arte potevo non solo essere felice, ma potevo anche vivere, e questa fu una scoperta straordinaria.
Ricordo mia madre che faticava a darmi le 20 lire necessarie per comprare la carta d’imballaggio che utilizzavamo per disegnare al liceo artistico. Quando cominciai a disegnare, un mercante mi comprava a 1500 lire i carboni che io facevo su questa carta d’imballaggio, e ne facevo anche 20-30 al giorno!

Cosa vuol dire essere artista? Vuol dire impegno. Quelli che pensano che essere artisti significhi una vita senza impegni, di divertimento o di eccessi non immaginano quanto sono lontani dalla realtà.
Le faccio un esempio. Una volta dovetti fare un lavoro per una grande albergo a cinque stelle di Praga. Mi chiesero di realizzare 180 opere in un mese e dieci giorni. E non dieci scarabocchi, ma opere vere e proprie. Lavorai anche di notte, altro che vita di eccessi. E bisogna essere soddisfatti di ciò che si fa. Se avessi fatto 180 opere scadenti non sarei stato contento.

Lei ha anche insegnato, a Brera. Ho smesso subito. Nella mia presunzione di allora ho pensato che c’era un altro sistema per guadagnarsi da vivere che non fosse stare chiuso in una scuola a insegnare cose che forse non interessavano a nessuno. Questa è stata una grande presunzione, a 20 anni lasciare un lavoro sicuro per l’incognito.
Ma nella vita un briciolo di follia ci vuole. Ci vuole delirio perché un giorno può andarti bene e l’altro male. Ma se uno decide di fare il pittore deve fare quello punto e basta. E’ difficile da capire. In ogni caso due persone hanno sempre creduto in me: mia madre e mia moglie. E qui ritorna l’importanza di Vigna Clara, di cosa significa questo quartiere per me.

Il suo lavoro

Parlando del suo lavoro, una gran parte della sua produzione è dedicata a personaggi del cinema, perché? Molte cose avvengono quasi per caso. Nei miei ricordi giovanili c’è un aspetto romantico legato al cinema, quello delle sale parrocchiali, quando il massimo del divertimento era andarci la domenica pomeriggio per vedere i grandi kolossal: Ben Hur, Maciste. Ci identificavamo col protagonista.
Poi, per puro caso, per una tiratura di litografie sui 100 anni del cinema ho cominciato a prendere dei fotogrammi di film, a riportarli sulla carta. Ed erano i grandi film della storia del nostro cinema, “I soliti ignoti”, i film con Gasman e Tognazzi. E poi mi chiesi: perché gli italiani sono riusciti ad essere così grandi nel cinema? Semplicemente perché i registi si rifacevano alla storia dell’arte.
Così mi avvicinai a questa giovane arte, vera avanguardia del ‘900. La pittura che ingloba il cinema, due arti che si incontrano.

Di nuovo il tema dell’incontro! Esatto. Perché non prendere linfa vitale da una giovane arte e sfruttarla per la vecchia, la pittura? Uno scambio dialettico e culturale tra giovinezza e vecchiaia. In fondo possono convivere. Fellini Chaplin, che personaggi, che stimolo! In questo si trova linfa vitale, si trova la vita.

Cosa le piace del cinema? La cosa che mi piace del cinema è la velocità, il movimento. Ricordo una dedica di Erri de Luca: “a Natino Chirico che fa muovere le persone con i colori”. Far muovere le persone con i colori, mettere in movimento le persone attraverso la pittura, non attraverso il cinema. Non è un risultato da poco.

Le sue ultime opere sono caratterizzate da un uso più libero e forte della materia pittorica, è l’influenza dell’incontro col cinema? Si, anche se spesso faccio le cose senza accorgermene, poi sento qualcuno che me lo fa notare e dico: “è vero”!

Ama un regista in particolare? Fellini e Chaplin. Sono stati due grandi rivoluzionari. Fellini ha portato nel cinema una interpretazione circense e fantastica del reale, una novità straordinaria. Chaplin era capace di far ridere di ciò di cui si piange, di far piangere di ciò di cui tutti ridono. Era uno di noi, parlava di noi.

C’è qualcosa che ancora non ha fatto e che vorrebbe fare? Come no! Sto realizzando opere in movimento. Che si possano osservare davanti e dietro. Non più su tela. Ma l’arte bisogna vederla, non raccontarla. Io parto sempre da una base figurativa. Posso dire che sto per fare una mostra a Perugia e due per la Calabria. Opere con un nuovo linguaggio: a metà tra scultura e pittura. Ma lasci che sia una sorpresa.

Un consiglio ai giovani? Che non pensino che ci sia un mezzo per arrivare al successo. Per trovare la propria strada, il proprio successo, c’è un solo modo: il lavoro.

In una mostra recente riprende alcune figure di Michelangelo, è ritornato alla storia dell’arte? È nato dall’incontro con la Cappella Sistina che avevano appena restaurato. Scoprii allora che era davvero un grande pittore, per il colore che usava, per le forme. Dopo i restauri fu più chiaro.

Allo specchio

C’è una sua opera in particolare che preferisce? Mi piace tutto di quello che ho fatto.

Presunzione? Un pochino. Io mi stimo: sono molto soddisfatto della mia vita di quello che ho fatto, di me. Io sono umile e modesto, ma ho comunque stima di me, non c’è contrasto tra le due cose. E lo dico seriamente: mi piaccio, ho raggiunto degli obiettivi partendo dal niente. È poco? Ho una casa, una famiglia, un lavoro. Sono contento di me.

Avere stima di se è fondamentale. Come posso sperare che gli altri abbiano fiducia in me se non ce l’ho io per primo? Come faccio a vendere un quadro se a me per primo non piace? Ho un unico rammarico: se avessi avuto un punto di partenza più importante avrei fatto di più.

Non ha mai avuti un momento di dubbio? No, ho sempre avuto fiducia in me. Ma il dubbio è naturale, c’è sempre. L’importante è avere degli obiettivi, continuamente. Ma è faticoso. Io a volte sono stanco, perché tutto questo è uno sforzo, ma al tempo stesso mi da energia.

C’è qualcosa di cui ha paura? Solo una cosa: la cattiveria degli altri. L’ho provata e subìta, e non ho gli strumenti sufficienti a difendermi, perché il mio atteggiamento verso la vita è sempre stato aperto e sincero, e per difendersi da queste cose bisogna avere un modo di vivere che non mi appartiene.
C’è chi trae conforto dalla sofferenza altrui. Eppure, bisogna impare a essere aperti, a correre il rischio. Io sono un buono, dal punto di vista affettivo un debole. È l’unica cosa che mi fa paura.

Dopo tutto questo percorso non si sente più forte? Sono rimasto uguale. Io son allegro: rido, piango a cuore aperto. Piangere per una sofferenza è bello. Io sono stato talmente fortunato nella mia vita che ho avuto anche la fortuna di soffrire, e attraverso questo ho imparato a vedere e a sentire.

L’arte l’ha aiutata a superare le sue paure? Certo. È una chiave di lettura della vita, un modo di esprimersi, per migliorarsi, per incidere nella realtà. Dona felicità. L’industriale che apre una fabbrica in un posto ha portato la felicità? Ha portato i soldi. I soldi fanno tornare i conti in tasca, l’arte fa tornare i conti con noi stessi. È una forma di terapia. È un insieme di cose. Dipende dall’umiltà con cui si intraprende questa ricerca dentro di se. Umiltà e presunzione, il contrasto delle due cose.
Ma ora voglio fare io una domanda.

Prego.L’arte dell’incontro in questo momento si è rivelata tale?

Se con questo intende il motto: “bisogna saper capire quando fermarsi davanti ad una persona rispetto ad un’altra”, la risposta è si. Bene, anche per me. Abbiamo fatto si che l’arte dell’incontro sia stata tale.

Adriano Bonanni

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3 COMMENTI

  1. sono anch’io una amante degli incontri per questo auspico di poter apprezzare l’arte espressa da colui che dell’incontro ha fatto un suo stile di vita

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