Home ATTUALITÀ La gran noche cubana e i ritmi caraibici incantano l’Auditorium

La gran noche cubana e i ritmi caraibici incantano l’Auditorium

small.jpgPartita a pieno regime, la stagione dei concerti estivi alla cavea dell’Auditorium ha offerto venerdì scorso lo show dell’Orquestra Buena Vista Social Club, impreziosito dalla presenza di Omara Portuondo. Atmosfere caraibiche, ritmi ora rilassati ora travolgenti, per due ore l’orchestra e la leggenda della musica cubana hanno conquistato il pubblico romano.

Iniziato alle 21.08, il concerto ha preso in contropiede i soliti ritardatari, che ancora sciamavano alla ricerca del proprio posto mentre sul palco già si ascoltavano le prime note di El carrettero, una delle perle del disco d’esordio che porta il nome dello storico locale dell’Havana. Subito in evidenza, con il suo laud cubano – uno strumento simile al liuto – Barbarito Torres, classe 1956, membro originario del gruppo di all star della musica cubana che si fusero per dar vita all’ensemble e al disco pubblicato nel 1996. Nel film di Wim Wenders (1999), che documenta la produzione dell’album oltre a presentare i componenti dell’orchestra, si vede Torres impegnato a costruirsi da sè lo strumento che poi suonerà.

Per ragioni anagrafiche e pur muovendosi nel solco della tradizione, è un’orchestra perlopiù rinnovata, quella che vediamo e ascoltiamo al Parco della Musica, un complesso nel quale il singolo è al servizio della riuscita della canzone e del gruppo, ma nello stesso tempo in ogni brano viene ritagliato uno spazio precipuo nel quale ogni componente può mostrare il proprio talento individuale, com’è tradizione nella musica jazz in generale e com’è proprio delle big band di jazz latino in particolare.

Così, ascoltiamo un sorprendente, leggerissimo pout pourri nel quale sono compresi elementi della Nona di Beethoven, la celeberrima canzone di Casablanca, As Time Goes By, e alcune note de La Bamba, il tutto armonizzato con la fantasia del jazz e condito dall’identità caraibica. Un gran lavoro di Rolandito Luna al pianoforte. Seguono altri pezzi strumentali nei quali mostrano le loro capacità Angel Terry con le sue congas, Jesus Agauje Ramos, direttore dell’orchestra e suonatore di trombone, e soprattutto lo straordinario Guajiro Mirabal, classe 1933, altro storico componente del gruppo, alla tromba.

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Ancora due pezzi dal fortunatissimo album che rivelò al mondo questi musicisti strepitosi, oltre a contribuire in modo rilevante a far conoscere la cultura e la musica tradizionale cubana al resto del pianeta: El bodeguero (toma chocolate), con ancora in evidenza il pianoforte di Rolandito Luna e la tromba di Guajiro Mirabal, oltre alle voci di Carlos Calunga e della sinuosa Idania Valdés, e la trascinante De Camino a la Vereda, preceduta dall’ingresso in scena di un virtuoso della chitarra, il quasi ottantenne Manuel Galban, che ha lavorato insieme ai Los Zafiros, agli stessi BVSC e Ry Cooder.

Vestito blu elettrico superaderente, tacchi vertiginosi, movimenti sinuosi e conturbanti: riflettori puntati su Idania Valdés, grande nell’interpretazione di La Rosa Oriental, un brano inebriante che la bravissima cantante sa rendere con intensità e sex appeal. Sul palco restano solo Rolandito Luna al pianoforte e Pedro Pablo Gutierrez al basso: i due regalano un paio di pezzi, tra cui una applauditissima Nel blu dipinto di blu in chiave jazz.

Tornano sul palco i musicisti e, dopo un’ora dall’inizio del concerto, fa il suo ingresso in scena “las mas bonita, la mas sexy! Omara del Muuundo, Omara Portuondo!!“. La leggendaria interprete di musica son e habanera, ottant’anni da compiere tra qualche mese, accolta con grande calore dal pubblico romano, canta No me llores mas e fa alzare tutti in piedi. Grande energia, gli spettatori ballano: da grande performer, abituata a tenere in pugno il pubblico, Omara lo incita e lo incalza col sorriso e muovendo le mani, distrubuendo sguardi dal parterre alla tribuna, da destra a sinistra. Al termine del pezzo la Portuondo accenna un “buona sera, signorina, buonasera” per poi duettare con Jesus Agauje Ramos (il direttore dell’orchestra, qui alla voce) nella bellissima e struggente ballata Silencio. Dopo di che, invita il pubblico a cantare Arrivederci Roma. Quello che vuole è stabilire una relazione, entrare in contatto con l’anima della gente. Per questo, nonostante il lungo vestito che la intralcia, si aggira al limitare del palco. Missione compiuta, pubblico ulteriormente conquistato con il trittico Donde estebas tu?, la malinconica e meravigliosa Veinte Años – “Qué te importa que te ame, si tú no me quieres ya? El amor que ya ha pasado no se debe recordar – e il superclassico spumeggiante Quizás, Quizás, Quizás, energia che sembra non finire mai.Omara ringrazia e saluta, ma il gruppo la riporta in scena riprendendo il brano. Ancora applausi e saluti.

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Si trova l’occasione di ricordare, col sorriso e senza un’ombra di tristezza, Company Segundo durante Chan Chan, con ancora Barbarito Torres in evidenza.  E’ il momento di El Cuarto de Tula: torna sul palco la Portuondo, il cantante Carlos Calunga e Barbarito Torres mettono in piedi una sapida gag con Carlos che entra con la voce durante l’assolo di Barbarito e con quest’ultimo che finge di infuriarsi dando il laud al cantante – come a dire “suona tu! – e buttando il leggio per lo spartito a terra. Poi, Torres si fa tenere lo strumento e lo suona da dietro la schiena. ll pezzo continua, l’orchestra funziona a tutto regime, il pubblico si diverte e balla.

Alla fine, Omara Portuondo continua a ripetere “ciao, ciao” dal microfono, sembra tutto finito, ma il pubblico grida “otra, otra!!”. Non può mancare il bis con Candela, che conclude il concerto dopo due ore esatte. Tutti contenti, tutti più distesi e più desiderosi di vita.

Giovanni Berti

© riproduzione riservata

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