Home ATTUALITÀ Auditorium – Elio e le Storie Tese, musica d’autore e divertimento irrefrenabile

Auditorium – Elio e le Storie Tese, musica d’autore e divertimento irrefrenabile

elioelestorietese.jpg“Concittadini di Giulio Cesare e di Lando Fiorini: buonasera!”. Con questa formula, il presentatore e artista a sè Mangoni ha aperto i concerti romani di Elio e le Storie Tese, che si sono svolti venerdì e sabato scorsi (12 e 13 febbraio) all’Auditorium Parco della Musica facendo registrare in entrambe le date il tutto esaurito e regalando ogni volta più di due ore di grande musica ed irrefrenabile divertimento.

Sabato 13 Febbraio: sono le 21.10, tutti gli spettatori hanno preso posto tranne i soliti ritardatari. Si spengono le luci in sala e, accolto da un fragoroso boato, fa il suo ingresso – in abito bianco abbinato a ciabatte da mare – il presentatore della serata, l’incursore, il “parassita incapace”, il perno del gruppo senza che ne faccia ufficialmente parte perchè non sa suonare nessuno strumento, il supereroe cialtrone, l’artista a sè Luca Mangoni, nella vita architetto di valore, in arte soltanto Mangoni. Ex compagno di scuola di Stefano Belisari (in arte Elio), Mangoni presenta ad uno ad uno i componenti della band: salgono così sul palco, coloratissimi nei loro sgargianti costumi carnascialeschi, Christian Meyer (batteria), Faso (basso), Jantoman (tastiere), Cesareo (chitarra), Rocco Tanica (tastiere) ed enfine Elio (voce, flauto).

Inizia il concerto e gli Elio e Le Storie Tese danno subito una dimostrazione di cosa sono capaci di fare: viene eseguita alla perfezione la tiratissima intro strumentale tratta da Out in the daylight di Mike Rutherford. Parte Lo Stato A, Lo Stato B (da “Eat the phikis”, 1996), rielaborazione de “Il concetto di banana”, una vecchia sigla di “Mai dire gol”. In questa canzone viene citata “Limb by Limb” di Cutty Ranks e parodiata “Quello che le donne non dicono”, scritta da Enrico Ruggeri e portata al successo da Fiorella Mannoia (nella versione registrata in studio è lo stesso Ruggeri a cantare quella parte).

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Torna sul palco Mangoni per presentare Paola Folli, straordinaria vocalist che supporterà egregiamente gli EelST per tutta la serata. Mangoni la esorta a “fare quella canzone africana, quella africana…”, lei risponde: “quella araba, non quella africana!”, e il presentatore replica: “africana, araba…è uguale”. Ne segue una suggestiva intro arabeggiante nella quale la Folli mostra immediatamente tutta la sua bravura e le sue capacità vocali superbe. La memorabile performance di questa bravissima cantante sfocia in Milza, brano estratto ancora da “Eat the phikis”.

E’ la volta di Servi della Gleba (da “Italyan, rum casusu çikti”, 1992), un capolavoro di musica ed ironia nel quale viene evidenziato con grande acume l’atteggiamento servile dell’uomo nei confronti della donna, che sfrutta questa situazione in tutti i modi possibili. Prima o poi capita a tutti: chi critica e sbeffeggia l’amico per questo comportamento, si ritrova presto o tardi a fare le stesse cose che giudica incomprensibili e ridicole. Siamo tutti “schiavi della ghiandola mammaria” e agiamo di conseguenza!

Torna sul palco Mangoni, che interagisce con Elio, il quale spiega che la band, una volta constatato che, al contrario degli altri grandi gruppi come i Beatles e la FIAT (!), non aveva mai avuto una vera crisi, proprio per questa ragione entrò in crisi. Risate. Pertanto, i componenti del gruppo si recarono in India allo scopo di analizzare e superare la situazione di impasse. La domanda fondamentale era: “Mangoni è un parassita incapace?”. La risposta che scaturì dalla meditazione era che invece Mangoni fosse la vera anima del gruppo, mentre “siamo noi che siamo delle merde!” dice Elio. Risate ancora più fragorose. Allora, l’ex “parassita incapace”, diventato “quello che ci mette la faccia”, ordina alla band di suonare “il pezzo del tubo che si muove…voglio ascoltare quella del tubo che fa pipipì…”:
parte Storia di un bellimbusto, unico inedito di “Gattini“, la compilation di successi riarrangiati per orchestra uscita alla fine del 2009. Durante l’esecuzione, il competente architetto si siede e recita il ruolo del protagonista del pezzo, uno sbruffone cocainomane. Terminato il brano, Mangoni striglia la band ed esige che si suoni “quella canzone allegra”. Qualcuno non capisce e si becca una rampogna.

Parte Tristezza (da “Studentessi”, 2008), il brano che celebra le mille attrattive della tristezza, simbolo di mentalità vincente, “canzone in do minore che va per la maggiore”, un allegrissimo boogie-woogie che diverte tutti, seguita da Gimmi I, con tanto di introduzione alla Mario Biondi e parole prese in prestito da Umberto Balsamo. La storia della canzone (da “Cicciput”, 2003) tratta di Gimmi Ilpedofilo, linciato dalla gente comune, che non sa che Ilpedofilo è solo il suo cognome. Sulla giustizia sommaria, un tema serio con una vesta ironica.

Paola Folli, Christian Meyer, Jantoman e Mangoni lasciano la scena, dove restano Faso, Elio, Cesareo e Rocco Tanica a declinare – “con musica antica che a loro fa schifo, ma a Mangoni piace” – il manifesto della band con Alfieri (“in un mondo che ci è ostile…”), nel quale i componenti del gruppo cantano ciascuno la propria strofa, presentandosi, e la cui prima versione risale al 1985. Elio continua a suscitare risate su risate sottolineando di volersi mettere in competizione con il cantante lirico della trasmissione “Amici” ed invitando gli spettatori a scrivere lettere, meglio se e-mail, a un indirizzo balordo ed inesistente: “se dovesero tornare indietro scrivete a Forum”.

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Tornano gli altri e con loro Mangoni che vuole sentire “quella dell’infiltrazione…quella dello scaldabagno che perde!”. Parte, dopo qualche momento di esitazione e di disorientamento, una bellissima versione di Plafone (da “Studentessi, 2008) nella quale si lasciano apprezzare ancora una volta la bellissima voce di Paola Folli e un arrangiamento meraviglioso che ricorda le sonorità progressive della PFM. Elio continua a parlare dell’India e del superamento della crisi. Dice di essere del tutto indifferente agli applausi, ai fischi, ai “buuu”. Tutto questo gli entra da un orecchio e gli esce dall’altro. Il pubblico si diverte, e molto. Parla anche del governatore della Lombardia, di come abbia fatto costruire un orribile grattacielo in uno spazio destinato ad area verde, del modo in cui è riuscito a vincere le elezioni spiattellando la sua presunta castità. Ma Elio ha uno scoop: una soffiata ricevuta da un amico prete gli ha svelato che Formigoni ch…  – opps! -ha una vita sessuale intensa! La diffusione di questa notizia- bomba farà perdere all’uomo politico le prossime elezioni. Risate fragorosissime, applausi.

Parte Parco Sempione (da “Studentessi, 2008) nella quale un frequentatore del parco che vuole leggere in pace viene disturbato da un maldestro suonatore di bonghi. Tra i due nasce una accesa discussione sulla libertà che degenera nello sfondamento dei bonghi da parte del lettore. Finita l’esecuzione, Elio dice “con questo brano il concerto terminerebbe, ma…”. C’è infatti un “ma”. Il cantante riferisce un messaggio di Mangoni che recita “sono qui fuori, fate quella che fa pipipì…Rocco schiaccia il bottone!”. Perplessità tra i membri della band, poi, con la ruffianissima intro di Smoke on the water dei Deep Purple, parte Supergiovane (da “Italyan, rum casusu çikti”,1992) , il supereroe cialtrone Mangoni compare sul palco, tutti tra il pubblico ne ripetono il gesto di battaglia. Mangoni scende in platea, seminando divertimento, le risate si moltiplicano. Elio annuncia che il vincitore, il campione italiano 2010 per la categoria “suonatore di melodica a tubo corrugato” è Rocco Tanica, al quale vanno anche gli auguri di compleanno. Rocco è doppiamente emozionato, non se l’aspettava, si copre il viso e si schernisce. Tutti ridono. Rocco prende il curioso strumento (che si suona soffiando in un tubo, appunto “corrugato”, collegato ad una tastierina) ed esegue un medley che comprende la Cavalcata delle Valchirie, il Sirtaki e Cervo a Primavera di Cocciante, mentre Cesareo si occupa dei movimenti dell’elicotterino che danza ed imperversa sulle teste degli spettatori delle prime file.

Segue una strepitosa e coinvolgente versione di Cara ti amo, con ancora un po’ di Mario Biondi dentro. Il pezzo, che parla dei rapporti tra uomo e donna in modo mirabile ed esilarante, è tratto da “Elio Samaga Hukapan Kariyana Turu”, l’album d’esordio pubblicato nel 1989 e il cui titolo, in lingua tamil significa…beh, provate a fare una ricerca su google e avrete forse una sorpresa… La band lascia il palco, ma solo per qualche minuto. I membri del gruppo rientrano e, seduti al centro della scena, condensano alcune canzoni del loro repertorio in un medley acustico di dieci minuti, comprendente Pagano, Budy Giampi, Liftiba tornate insieme, Oratorium e Shpalman, oltre ad un sentito “buon compleanno Sergione” indirizzato a Rocco Tanica (il cui vero nome è Sergio Conforti). Il pourpouri sfocia in una versione travolgente di Don’t stop ‘til you get enough, impreziosita dalla voce calda di Paola Folli e da Mangoni che a suo modo, senza mancargli di rispetto, omaggia Michael Jackson con il suo personalissimo Moonwalker.

Applausi, risate. E’ il momento di Bis, parodia strariuscita dei pezzi da stadio alla Ligabue durante la quale, quando Elio canta i versi “c’è Paolone che pensa alla f….”, tutto il pubblico applaude commosso mandando un pensiero allo scomparso Paolo “Feiez” Panigada,  il sassofonista, corista e polistrumentista della band scomparso nel 1998 a soli 36 anni. Tiratissima la successiva Rock & Roll, un estratto da “Craccracriccrecr”, l’album pubblicato nel 1999 e dedicato proprio a Feiez: sulle note del libretto troviamo scritto: “caro Feiez, ti dedichiamo questa musica, ci incontreremo nel centomila e voleremo con facilità”. Nel brano vengono citate Back in Black degli AC/DC e Bohemian Rhapsody dei Queen: Mangoni, infatti, rientra in scena agghindato come Freddie Mercury, con tanto di corona, microfono corto e (finta) pelliccia d’ermellino, ma viene duramente malmenato da Elio, che prima lo trascina per un orecchio e poi lo spintona lasciandolo esanime sul palco.

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Ancora applausi e risate. La band esce di nuovo. Si alza il grido “forza panino”, con le mani battute ritmicamente, come allo stadio e come nel video Radio Gaga dei Queen. Tornano sul palco gli Elio e le Storie Tese ed eseguono come ultimo brano l’inevitabile Tapparella, da “Eat the phikis” (1996), brano che include appunto il coro “forza panino” e che in modo mirabile ed ironico tratta di uno dei piccoli drammi che si verificano ai tempi delle scuole medie: non essere invitati alle feste.

Sono le 23.25, il concerto è finito dopo due ore e quindici minuti. Luci accese in sala, pubblico in piedi. EelST ringraziano e si inchinano, salutano e sorridono soddisfatti. Gli spettatori sono in delirio, gli applausi scrosciano più fragorosi che mai mentre gli altoparlanti diffondono le note di un altro successo di Michael Jackson, Man in the mirror. Ce ne andiamo con il sorriso sulle labbra, con una sensazione fortemente positiva: abbiamo partecipato ad una festa divertentissima, siamo stati parte di un avvenimento nel quale l’ironia e l’autoironia, l’umorismo e la voglia di dissacrare si sono sposati alla perfezione con testi intelligenti e con una musica suonata alla grande e senza sbavature: solida e poderosa la sezione ritmica con Christian Meyer (batteria) e Faso (basso), le tastiere di Rocco Tanica e Jantoman hanno dato profondità e ricchezza al suono, Cesareo è stato impeccabile con la sua chitarra elettrica da rocker incallito, di Paola Folli (strepitosa) e Mangoni abbiamo già parlato, bravissimo Elio, intrattenitore, abilissimo suonatore di flauto traverso, oltre che cantante con tutti i crismi.

Sono musicisti colti e provetti, gli Elio e le Storie Tese, capaci di rinnovarsi e di sfuggire ad ogni etichetta. A distanza di trent’anni dalla prima esibizione – avvenuta alla festa del CAF San Siro davanti ad una decina di pensionati nel 1980 – il gruppo è prepotentemente, cialtronescamente, dannatamente, seriamente sulla breccia.
Giovanni Berti

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2 COMMENTI

  1. Grazie Giovanni per la tua splendida nonché dettagliata cronaca del concerto: mi hai fatto emozionare come se fossi stato lì presente.

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