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Auditorium – la serata in ricordo di Fabrizio De Andrè

faber2.jpgTra le tante, forse troppe, celebrazioni in ricorrenza del decennale della morte di Fabrizio De Andrè certo non poteva mancare quella organizzata lunedì 12 gennaio dall’Auditorium di Roma che ormai si è consacrato come uno dei più importanti cuori pulsanti della musica e della cultura in generale per la capitale. La serata, affidata alle sapienti e collaudate mani della coppia di amici/colleghi critici musicali di Repubblica Ernesto Assante e Gino Castaldo (quest’ultimo fresco di intervista rilasciata a VignaClaraBlog e di apparizione nella trasmissione di Fabio Fazio “Che tempo che fa”), ha visto incrociarsi sul palcoscenico della Sala Sinopoli i ricordi di due grandi musicisti che hanno collaborato con De Andrè, ovvero Nicola Piovani e Mauro Pagani (che non si erano mai conosciuti prima), con le note della Casa del Jazz All Stars che ha riproposto 5 pezzi dal suo disco “Omaggio a De Andrè” registrato live alla Casa del Jazz ad aprile dell’anno scorso e poi pubblicato dal quotidiano “La Repubblica”.

Alla fine i commenti, gli aneddoti e le note hanno composto nelle menti degli spettatori, ed immaginiamo anche dei protagonisti, un ricordo, ricco e commosso, senza però mai cadere nel celebrativo, e soprattutto conforme con le immagini che ha nel cuore chi ha amato la musica e le parole di Fabrizio De Andrè; per darne un quadro esaustivo sarebbe necessario trascrivere parola per parola i dialoghi, gli scambi di battute, magari inserendo le didascalie per descrivere i toni e gli atteggiamenti; cosa purtroppo non fattibile.

Seguendo la pratica ormai consolidata di trasmettere video presi direttamente da YouTube durante le lezioni che tengono abitualmente all’Auditorium, l’incipit faber4.jpgè stato il video “Amore che vieni, amore che vai” con un De Andrè che canta in un diafano bianco e nero; accese le luci i due conduttori hanno salutato il pubblico con le riflessioni sulla forza di un personaggio che a dieci anni dalla sua morte è ancora in grado di smuovere così tanta gente e così tanti media, sia via etere, carta stampata o internet, e questo nonostante lui stesso si proponesse volutamente come un soggetto minoritario dicendo di sè, con un affascinante paradosso: “Sono la minoranza di uno”.

Piovani ne ha ricordato le doti di libero pensatore, qualifica oggi fuori moda, e di come lui testimoniasse le sue convinzioni gandhianamente, ovvero non con proclami ma con la propria vita; in particolare Piovani non ricorda mai di aver sentito dire a De Andrè “Io non vado in tv”, semplicemente, nonostante, già allora, il farlo avrebbe incrementato le vendite dei suoi dischi, non ci andava; o ancora di come, a differenza di (molti) altri, non inseguì mai repliche di Bocchedirosa o di Marinelle, ma ogni sua opera era la ricerca di un qualcosa di nuovo.

Nonostante il rigore e la limpidezza assoluti, ci fu anche una volta, durante un concerto a Roma con la PFM negli anni caldi delle grandi contestazioni, in cui un gruppo gli urlò contro “Venduto, vai a Sanremo” e lui scese dal palco per intavolare un dialogo con costoro e confrontare le rispettive ragioni, riuscendo con questo gesto, a allentare la forte tensione che si era venuta a creare.

Mauro Pagani, del quale è stato trasmesso il video dell’esecuzione di “Creuza de Ma” insieme a Cristiano De Andrè trasmessa dal porto di Genova la sera prima nella trasmissione di Fabio Fazio, ha parlato di un musicista rigoroso, che non amava le improvvisazioni (l’unico assolo che concedeva ai suoi musicisti era il riff di chitarra su Amico Fragile”), convinto dell’importanza della comprensibilità delle parole fino a farla diventare una vera e propria mania, ma soprattutto della sua personale difficoltà ad accettare oggi di essere più grande dell’amico scomparso, lui che, in un non comune intrecciarsi di sentimenti, si era sempre considerato come il fratello minore di Fabrizio e maggiore di Cristiano, descrivendo uno straniamento simile a quello provato dal protagonista de “Lo Straniero” di Albert Camus di fronte alla tomba del padre morto ad un’età inferiore di quella da lui ormai raggiunta.

E’ arrivata poi la domanda inevitabile sul come nacquero le loro collaborazioni con De Andrè.

Piovani ha innanzitutto tenuto a precisare che, nonostante la collaborazione sia durata solo il tempo di due dischi, ovvero “Non al denaro, non all’amore né al cielo” (del quale sono stati proiettati i video “La collina” e “Il suonatore Jones”) e “Storia di un impiegato”, lui e De Andrè non hanno mai litigato e sono rimasti sempre in ottimi rapporti e poi ha raccontato di come, su suggerimento del produttore Roberto Danè, De Andrè lo chiamò per arrangiare l’album isprirato a faber1.jpgSpoon River nonostante la sua giovanissima età, neanche ventitre anni, e soprattutto la sua pochissima esperienza; pochi giorni dopo lo sfidò a comporre la musica per il brano “Un medico” e soddisfatto del risultato gli affidò la composizione dell’intero album. Su questo Piovani si è sentito in dovere di fare un’ulteriore precisazione: anche se è vero che le musiche le ha scritte lui, il vero autore restava sempre De Andrè in quanto era quest’ultimo a compiere le scelte e a prendere le decisioni finali. Mauro Pagani ha invece fatto notare che lui, all’epoca dei concerti di De Andrè con la PFM, era già uscito da quest’ultima e che l’incontro avvenne qualche anno più tardi in uno studio discografico vicino Milano. Lo storico gruppo del progressive rock italiano aveva lasciato in eredità al cantautore genovese l’uso di molti strumenti e, essendo Pagani un polistrumentista, con lui solo poteva sostituire tre o quattro musicisti; questa cosa prese talmente piede che arrivarono addirittura a spacciare per uno strumento africano chiamato ndelele un semplicissimo violino bresciano suonato con il plettro. Anche da queste cose nacque “Creuza de Ma”, il primo album italiano di World Music in cui, per di più, compaiono esclusivamente da musicisti italiani, tra i quali ovviamente le molteplici personalità musicali di Pagani stesso. In questo disco nel quale si fece un uso soprattutto sonoro del genovese e dell’arabo maccheronico canticchiato da Pagani mentre componeva e poi in parte rimasto all’interno dei testi definitivi delle canzoni, tanto per fare un esempio paradigmatico il celebre ritornello “Eianda eianda eoh”.

Si arriva alla fine al, purtroppo breve, concerto della Casa del Jazz All Stars guidata da Stefano Di Battista (Sax), e composta da Fabrizio Bosso (Tromba), Rita Marcotulli (Pianoforte), Giovanni Tommaso (Contrabbasso) e Roberto Gatto (Batteria), praticamente il meglio dell’odierno panorama del jazz italiano. Oltre ad una splendida revisione jazz de “Il Pescatore” viene offerta al pubblico anche “Ho visto Nina volare” con la voce originale di Faber ad unirsi ai musicisti come fu fatto anche all’ultimo Concerto del Primo Maggio a Piazza San Giovanni 1 maggio 2008 “Ho visto Nina volare”.

Nel salutare il pubblico Gino Castaldo ha ricordato di quando due anni fa entrò nel caveau dell’Università di Siena che ha avviato un progetto di catalogazione di tutto il materiale disponibile sul cantautore genovese ed ha potuto vedere gli appunti sui quali stava prendendo forma il disco mai uscito di De Andrè, un disco di notturni in cui, secondo il critico di Repubblica, molto probabilmete Faber avrebbe richiamato a collaborare Nicola Piovani e Mauro Pagani.

↓eppe Guernica Reitano

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2 COMMENTI

  1. Fabrizio De André, un’ombra inquieta.
    Ritratto di un pensatore anarchico – Edizioni Il Margine

    Libro di Federico Premi
    Recensione di Laura Tussi

    Fabrizio De André ha sempre praticato consapevolmente l’esercizio del pensiero e la sua opera politica e musicale rappresenta una sapiente e radicale critica alla concezione borghese dell’esistenza.
    L’autore del libro, Federico Premi, avvalora questa ipotesi tramite l’analisi dei manoscritti inediti di De André, disponibili presso il centro studi Fabrizio de André dell’Università di Siena, dove appaiono ricorrenti i riferimenti alla tematica anarchica e alla critica della società borghese. “È tempo di tornare nomadi. Siamo stati sedentari per troppo tempo. Bisogna rimettersi in cammino”. Fabrizio De André continua a ripetere questo concetto nelle sue canzoni e nei moltissimi appunti manoscritti.
    La vita infatti è un continuo processo di metamorfosi, di cambiamento, di ricerca nella costante resistenziale e febbrile dell’erranza.
    Secondo De Andrè, l’anarchia, oltre che forma di autogoverno alternativa all’attuale sistema di potere, rappresenta il solo antidoto contro l’omologazione sociale e culturale, contro la pianificazione categorica e l’arbitrio imperante. Tra gli aspetti più inquietanti dell’immobilismo della società contemporanea è l’assuefazione universale alla logica capitalista. Il verbo del fondamentalismo capitalista si è imposto ovunque, operando una drastica reductio ad unum, un’inaudita uniformizzazione, pianificazione, normalizzazione del sistema e omologazione culturale. L’umanità dovrà attuare presto un nuovo sistema politico ed economico e una diversa e più virtuosa cultura del confronto e dello scambio, non più fondate esclusivamente sul torvo e bieco valore del profitto e del tornaconto, nella realizzazione di un’utopia sommessa e confessata in versi, all’interno di un discorso cifrato ed elusivo nelle canzoni di De André, che canta una critica serrata al mondo borghese del conformismo allineato. Infatti, borghese è, in ogni tempo, l’invincibile inerzia dello spirito, l’ossessione per l’agio e la stabilità, matrice di ogni idolatria, che costituisce il momento statico immortale dell’esistenza del singolo e della società. La morale borghese è mortifera, in quanto vuole bloccare il divenire, nella pretesa di uniformare, omologare, conformare e rendere tutti gli uomini simili fra loro, equivalenti, intercambiabili, perché il borghese si preoccupa di essere integrato, allineato e leale con il sistema. Un’autentica rivolta esistenziale consiste nel riconoscere il proprio stato di uomini colonizzati e allineati, per liberarsi dagli ingranaggi del sistema e divenire Anime Salve, riappropriandosi di se stessi e della propria vita in modo unico e originale. Il potere persuasivo di ogni sistema, fondato su valori fissi e indiscutibili, provoca paura e disorientamento per ogni diversità e alterità anarchica, opposta all’ingranaggio del quotidiano. Il borghese non sa riconoscere il proprio intimo essere, l’ “ombra inquieta” che si muove nelle pieghe dell’anima e della storia.
    Il Faber pensatore affronta dunque i temi della borghesia e dell’anarchia come categorie dello spirito, del potere e della costante resistenziale, tra morte, solitudine e natura, tra follia e diversità, per cui l’artista diviene anticorpo del sistema vigente e cantore di bellezza e utopia.
    Laura Tussi
    http://www.youtube.com/lauratussi

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