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Quelli che frugano nei cassonetti

freegan.jpgCapita spesso vedere per le nostre strade, anche in pieno giorno, persone frugare nei cassonetti alla ricerca di cibo o di oggetti riciclabili, vendibili o barattabili. Restiamo indifferenti e tiriamo dritti ma uno sguardo di traverso comunque glielo diamo chiedendoci se sia fame, disperazione od il facile business dei mercatini dell’usato a spingerli a far ciò. In America si sono diffusi da anni e si fanno chiamare freegan (il termine è una fusione tra free cioè libero, gratuito e vegan, vegetariano anche se poi non tutti sono vegetariani) perché hanno deciso di rifornirsi con gli scarti ancora validi che il sistema consumistico produce. Non sono mossi da necessità ma frugano nei cassonetti e nei rifiuti per una convinzione ideologica: combattere gli sprechi della società. Sono orgogliosi di essere tali e ciò che una volta era il sistema degli homeless per metter su un pasto è divenuto un metodo di vita di giovani e meno giovani: recuperare il recuperabile, barattarlo, di qualunque cosa si tratti che sia cibo, abbigliamento od oggetti d’arredamento.

Questo all’estero. Ma quelli che frugano nei cassonetti nelle strade di Roma ed in quelle del nostro quartiere sono freegan nostrani ? Non si direbbe. Quando li vedi in qualsiasi ora del giorno, da soli od in coppia, a caccia di tutto ciò che è commestibile o riciclabile, con le testa infilata nei cassonetti a rovistare a mani nude cercando minuziosamente nei rifiuti qualunque cosa che possa avere un minimo di interesse, quando li vedi accanirsi contro un busta chiusa troppo stretta o rigirare fra le mani un oggetto sconosciuto per capirne l’origine ed il valore, quando li vedi annusare – come gatti randagi – uno scarto di cibi per capire se sia ancora commestibile la risposta te la dai da solo. Altro che freegan, altro che stile di vita. Questa è miseria pura che li spinge a cercare una speranza di vita laddove noi, turandoci il naso, gettiamo i rifiuti della nostra vita.

I più fortunati posseggono un carrello da supermercato, magari mezzo distrutto, in cui accatastano tutto quello che hanno trovato per poi procedere ad una più cassonetti.jpgminuziosa selezione in un secondo momento; altri si muovono con enormi buste di plastica nelle quali infilano cibo ed oggetti dopo averli selezionati davanti al cassonetto. Lavorano con metodo, con gesti misurati quasi da catena di montaggio: arrivano, danno uno sguardo veloce all’interno, ci si tuffano, rovistano, afferrano l’afferrabile, gettano il tutto a terra, smistano, scelgono, infilano nella busta e via all’altro cassonetto. Quando sono in coppia il lavoro è ancor più programmato: il primo si infila nel cassonetto e tira fuori tutto ciò che ha un minimo di interesse mentre il secondo provvede alla selezione. Sono nomadi, extracomunitari, comunque poveri bisognosi a prescindere dalla cittadinanza che non è facile però condannare per il fatto che dopo ogni loro passaggio intorno ai cassonetti restino cumuli di sporcizia che puntualmente rimangono lì per giorni e giorni . Perchè l’indigenza, la fame sono istinti incontrollabili che ti conducono a gesti ed azioni che non faresti normalmente, che non faresti mai se l’unica fonte di sostentamento materiale  non fosse ciò che trovi rovistando in un cassonetto.

 

 

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