
Per chi abita al Fleming da anni, passando in via Tiberio c’è una sensazione strana, quasi difficile da spiegare. Non è solo il fatto che un edificio è stato demolito e sostituito da un altro, cosa che a Roma accade spesso. È piuttosto l’assenza di qualcosa che per lungo tempo è stato familiare, riconoscibile, quasi inevitabile.
La vecchia sede della clinica Paideia non c’è più. Dove prima si entrava per una visita, si sostava in attesa o si accompagnava qualcuno, oggi si alza un complesso residenziale completamente diverso per funzione, linguaggio e presenza.
Eppure, fino a non molto tempo fa, quel punto del quartiere era legato a un’idea precisa: quella della sanità privata, delle ambulanze, delle auto in doppia fila, di un via vai costante che scandiva le giornate.
La svolta è arrivata nel 2022, con il trasferimento delle attività nella nuova struttura – in via Fabbroni, zona via Flaminia Nuova. Da quel momento, la sede storica ha iniziato a svuotarsi, fino alla demolizione che VignaClaraBlog.it aveva già raccontato. Un passaggio rapido, quasi inevitabile, che però ha segnato la fine di una presenza radicata nel quartiere.
Al suo posto è nato un intervento completamente diverso, che rientra in una dinamica ormai ben riconoscibile a Roma nord: la sostituzione di edifici con nuove funzioni residenziali di fascia alta.
Il complesso realizzato in via Tiberio si inserisce esattamente in questo schema. Appartamenti di grandi dimensioni, spazi progettati per un’utenza ben definita, un’impostazione architettonica contemporanea che però cerca di dialogare con il contesto del Fleming, richiamando in parte le linee degli edifici storici della zona.
Non si tratta semplicemente di un nuovo palazzo. È un cambio di destinazione che racconta molto più di quanto possa sembrare. Dove prima c’era un servizio, oggi ci sono abitazioni. Dove prima arrivavano pazienti, oggi arrivano residenti. E questo, nel tempo, cambia anche il modo in cui un quartiere vive, si muove, si organizza.
Perché se è vero che la presenza della clinica comportava traffico e criticità ben note ai residenti, è altrettanto vero che anche un insediamento residenziale di questo tipo porta con sé nuove dinamiche. Più auto, più domanda di parcheggi, una pressione diversa ma comunque reale su una viabilità che, in quell’area, non è mai stata semplice.
Il punto, forse, non è stabilire se prima fosse meglio o peggio. Le città cambiano, e lo fanno spesso seguendo logiche che tengono insieme mercato, opportunità e trasformazioni urbane più ampie. Il caso della ex Paideia è uno di quelli in cui il cambiamento è netto, visibile, quasi simbolico.
Resta però una sensazione, condivisa da molti, difficile da ignorare. Alcuni luoghi, al di là della loro funzione, diventano parte dell’identità di un quartiere. Quando spariscono, non lasciano solo spazio fisico, ma anche un vuoto nella memoria quotidiana di chi quel quartiere lo vive da anni.
E così, passando oggi in via Tiberio, non si vede soltanto un edificio nuovo. Si vede soprattutto ciò che non c’è più.
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Mi domando che fine abbia fatto invece la lottizzazione prevista nell’ultima area verde rimasta tra via Città di Castello e via Roccaporena. Dove c’era il circolo Fleming stanno costruendo un circolo di padel, ma il cantiere nell’area adiacente sembra abbandonato.