
Inchiesta propaggine, secondo tempo. All’alba di oggi la DDA, Direzione Distrettuale Antimafia, ha sferrato il secondo colpo alle cosche calabresi insediate a Roma. Dopo la prima ondata di arresti e di sequestri che risale allo scorso 10 maggio, ll “sistema Alvaro“ è tornato nel mirino dell’Antimafia.
Stamane altri 26 arresti – due ai domiciliari – e tutti gravemente indiziati a vario titolo di associazione mafiosa – 416 bis -, sequestro di persona – art 110 – e fittizia intestazione di beni – art 110 e 416 bis -. E con ciò la locale della ‘ndrangheta dovrebbe aver ricevuto un colpo pesante, sia alla rete delle connivenze che agli affari.
Il 10 maggio erano stati sigillati i grandi affari della cosca, dal ristorante binario 96 al panificio zio melo, la templari srl, la panforno srl e l’oasi dolciaria. Colpiti anche gli interessi nel settore ittico, dalla Fish roma srl alla Mustafish.
Insomma dalla rosetta alla pizzetta dello studente fino alla tavola serale a base di pesce: Alvaro pensava a tutto. Persino a ritirare gli olii esausti dai ristoranti. Locali costretti ad accettare il servizio, pena le ritorsioni più volte minacciate.
“Noi a Roma siamo una propaggine di là sotto”. Dove il sotto stava per Sinopoli, Cosoleto o, meglio ancora l’area vasta della provincia di Reggio. Là sotto si andava anche per dirimere le questioni. La famiglia decideva. E la famiglia stringeva relazioni qua sopra, a Roma – dove “siamo una carovana” – in occasione di matrimoni e di funerali venivano decise strategie e compattati rapporti. Dentro anche una manciata di professionisti pronti a mettersi a disposizione delle ‘ndrine.
Questi mesi non sono trascorsi invano. Gli investigatori hanno tenuto sotto tiro il distaccamento romano della casa madre sinopolese – guidato da Vincenzo Alvaro e Antonio Carzo – e stamane sono scattate le misure di contenimento.
Il secondo tempo di “ propaggine”. Che è andato a fondo, ha scavato dentro gli affari delle famiglie.
“Bisogna trovare un polacco, un romeno, uno zingaro a cui regalare 500-1000 euro e a cui intestare sia le quote sociali che le mura delle società”. Intercettato, Alvaro insiste nella pratica delle teste di legno. I prestanome che risultato titolari del patrimonio milionario della locale romana. Decine di società tutte attive nel settore della ristorazione che risultato intestate a dei prestanome.
Ma il capo famiglia assetato di affari non si fermava, benché già da maggio fosse sotto stretta sorveglianza. E sempre al telefono con un sodale si vantava di essere sfuggito grazie alla prescrizione di una condanna per bancarotta fraudolenta. E ancora a giugno cercavano di intimidire gli agenti che notificavano il sequestro: “siete una dittatura… tutto quello che state facendo non lo potete fare, non siete autorizzati”.
L’odore dei soldi era quello che seguiva l’appendice romana della ‘ndrangheta e l’odore dei soldi ha portato l’antimafia a sigillare aziende per un valore di cento milioni di euro.
I tentacoli dell’associazione arrivavano ovunque, da un capo all’altro della capitale. L’obiettivo era l’egemonia sul territorio ed infiltrare l’economia della città e per questo si ricorreva a patti mafiosi con altre organizzazioni. Il traguardo era non avere concorrenti e fare piazza pulita di alternative.
Le indagini hanno consentito di ricostruire l’applicazione sistematica di uno schema collaudato, di un modello finanziario “ciclico”. Si abbandona una società ritenuta compromessa, se ne utilizza una nuova per acquisire altro business con relativa distrazione di beni, individuazione dei nuovi intestatari attraverso i quali continuare a possedere le attività.
Un “giro” che per conservarsi ed espandersi non esitava a ricorrere a minacce, intimidazioni, pressioni. In puro stile mafioso.
Rossana Livolsi
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