Home ATTUALITÀ Albi, il passero… praticante.

    Albi, il passero… praticante.

    Ponte-Milvio-1850
    Galvanica Bruni

    Allora… innanzitutto dovete sapere che non sono un passero qualsiasi. Intanto sono albino, che nella nostra specie è rarissimo. Poi c’è da dire che il trisnonno del trisnonno del mio trisnonno era molto amico di un vostro poeta famosissimo. Poi che il bisnonno del bisnonno del mio bisnonno, che era albino anche lui, fu studiato molto attentamente da un famoso ornitologo per la sua rarità. Quindi… Eh già perché la mia famiglia era d’origine marchigiana, ma successe che il nonno del nonno di  mio nonno, che era un ragazzaccio, si buttò fuori dal nido prima di imparare a volare. Per le leggi di madre natura, che come madre non è mica poi così tanto tenera, sarebbe dovuto morire, ma lo trovò una bambina che era in villeggiatura a Porto Sant’Elpidio e tanto disse e tanto fece che se lo portò a Roma, lo fece diventare adulto e quando capì che se la sarebbe cavata lo lasciò andare.

    In realtà lui non si è mai allontanato troppo. Il piazzale di Ponte Milvio, dove lei abitava, era un posto stupendo. C’era tutto quello che gli poteva servire. E così, quando la vedeva sul terrazzo andava dalla sua Cicci e si coccolavano un po’. Quando trovò una compagna il suo nido lo fece su quel terrazzo. Era tranquillo che se veniva fuori uno scapestrato come lui che si fiondava fuori dal nido prima del tempo, ci sarebbe stato chi se ne prendeva cura. Ed è così che un ramo della mia famiglia è diventato romano de Roma. De ponte Mollo, poi. Più romani di così.

    Io, tanti anni dopo, a trovare una compagna ho faticato parecchio. Mica solo gli umani, sapete, sono razzisti. Mi hanno sempre guardato male tutti. E quando si convincevano che effettivamente dovevo essere un passero, figuratevi le prese in giro…Chissà com’era andata a quel bisnonno? Poi, quest’estate, ho trovato Rina. Lei ha detto che del mio colore non gliene fregava niente, che secondo lei, anzi, ero bellissimo, che ero un passero per bene e per me avrebbe covato volentieri. Ai primi di settembre è arrivato il momento e abbiamo decido che dovevamo cominciare a costruire il nido. Abbiamo provato, come ci hanno insegnato, in un sottotetto, ma faceva ancora un caldo pazzesco e Rina sarebbe impazzita a covare in quelle condizioni e allora abbiamo pensato all’albero sopra al chiosco vicino al parcheggio che è bello robusto e folto. Sapevamo che era rischioso perché se viene vento forte… Ma è stata un’estate torrida e ci è sembrata la scelta migliore, abbiamo trovato una cavità formata da un ramo spezzato e ce lo abbiamo costruito un po’ dentro e un po’ fuori. Quando sono arrivate le uova ci alternavamo nella cova come si deve fare, ma Rina ci stava di più, perché le piaceva ed io me ne andavo in giro per il piazzale. Una mattina ancora abbastanza presto, sono finito sulla porta della chiesa in fondo alla piazza. C’era un bel fresco, potevo vedere quello che succedeva dentro e se mi giravo vedevo il nostro albero e stavo tranquillo che andava tutto bene.

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    Era bello, dentro, c’era un gran silenzio. Qualche voletto all’interno me lo sono fatto. C’era una pace particolare, un senso di benessere che fuori non c’era. E così ci sono tornato. La mattina dopo e quelle dopo ancora. Mi piaceva molto soprattutto quando quel signore vestito strano alzava le mani al cielo con quel bicchierone dorato in mano e il silenzio era totale. Lui parlava a bassa voce e non volava una mosca. Nemmeno io. Ero incantato.

    Insomma, andava tutto bene fino a quel benedetto venerdì. Ero stato la mattina lì sulla mia porta, poi ero andato e vedere se Rina voleva il cambio, ma mi ha detto di portarle qualcosa da mangiare e mi sono dato da fare tra i tanti tavolini della piazza. C’è da scegliere, briciole di pizza, di biscotti, di panini, di tutto. Ne ho fatto una bella scorta e gliel’ho portata. Poi sono tornato a spasso. Mi piacciono gli umani, soprattutto i bambini. Ogni tanto, se me ne capita uno simpatico, gli vado anche sulle mani. E li rendo felici.

    Verso mezzogiorno però ha cominciato a venire giù una sorta di diluvio universale. Un vento pazzesco e una quantità d’acqua mai vista, almeno da me. Appena è cominciato sono corso al nido e quando ho visto le brutte mi sono attaccato col becco alla corteccia, ho agguantato con i piedi il pavimento del nido per tenerlo fermo e ho aperto le ali per proteggere Rina e la nostra covata, sperando che fosse un temporale estivo che durava solo qualche minuto. Qualche minuto…??? Mezz’ora. È durato mezz’ora; ed io fermo lì impalato che alla fine ero convinto che non avrei resistito e avremmo perso tutto.

    Quando finalmente ha smesso ci siamo guardati e ho visto nei suoi occhi una felicità e un amore infiniti. E mi sono commosso. Mi sono girato e mi sono accorto che sotto di noi c’era un lago. Gente che ci camminava dentro con l’acqua che arrivava alle cosce. Se non ce l’avessi fatta sarebbe stata una tragedia. Sono volato via per non mettermi a piangere e sono riparato sulla porta della chiesa. Dovevo dire ‘Grazie’ a qualcuno, ma non sapevo a chi. Però devo averlo fatto a voce abbastanza alta perché un signore tutto vestito di nero ha alzato lo sguardo e mi ha visto. Mi ha guardato bene, ha fatto un bellissimo sorriso e ha detto  “Prego. Ma sei stato bravo tu Albi, bravo”. E se n’è andato. Come faceva a sapere il mio nome?

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