Home ATTUALITÀ Mattia un anno dopo. A Ponte Milvio un corteo per ricordarlo

Mattia un anno dopo. A Ponte Milvio un corteo per ricordarlo

Corso Francia, la strada che Roma non ha ancora imparato a proteggere. Nonostante quattro giovani vite spezzate.

Mattia Nicholas Liguori
Galvanica Bruni

Aveva 17 anni, una chitarra jazz, gli amici e tutta la vita davanti. È morto a Corso Francia, nello stesso tratto di strada dove prima di lui avevano perso la vita altri tre ragazzi. Sabato, Roma torna in corteo da piazzale Flaminio a Ponte Milvio ricordarlo. Ma dopo il dolore viene la domanda più difficile: che cosa è cambiato?

Ci sono luoghi che, in una città, smettono di essere semplicemente luoghi. Corso Francia è uno di questi.

Per migliaia di romani è una strada che collega quartieri e accompagna ogni giorno autobus, automobili e scooter a gran velocità. Per una famiglia, però, può diventare improvvisamente il punto esatto in cui il tempo si divide in due: prima e dopo.

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Per la famiglia di Mattia Nicholas Liguori, quel punto è diventato l’incrocio di Corso Francia con via Flaminia.

Mattia aveva 17 anni. Frequentava il liceo classico Lucrezio Caro, amava la musica, suonava la chitarra jazz. Aveva l’età in cui il futuro non è ancora un progetto definito ma una promessa sterminata: gli amici, la scuola, la musica, le prime libertà, tutto ciò che deve ancora accadere.

Nella notte tra il 1° e il 2 ottobre 2025 quella promessa si è spezzata.

Mattia stava tornando a casa in bicicletta. Era circa l’una e quaranta. All’altezza dell’incrocio con via Flaminia venne travolto da un’automobile. Trasportato al Policlinico Gemelli, morì poche ore più tardi.

Aveva 17 anni. E Corso Francia aveva già conosciuto altre morti.

Quattro ragazzi

Prima di Mattia c’erano state Gaia Romagnoli e Camilla Von Freymann, sedici anni, morte nel dicembre del 2019. Poi, nel 2022, era toccato a Leonardo Lamma, 19 anni.

Quattro ragazzi. Quattro vite diverse. Quattro famiglie. Quattro storie che non possono essere ridotte alla statistica degli incidenti stradali. Eppure, c’è qualcosa che le unisce: lo stesso pezzo di città.

È questa la parte della vicenda che rende la morte di Mattia qualcosa di più di una tragedia individuale.

Perché quando in uno stesso luogo si concentrano nel tempo morti e incidenti gravi, la domanda non riguarda più soltanto ciò che è accaduto quella notte. Riguarda anche ciò che avrebbe potuto essere fatto prima.

Dopo la morte di Gaia e Camilla si era parlato di sicurezza, di interventi, di soluzioni per mettere in sicurezza Corso Francia. Era stato convocato un tavolo in Campidoglio. Era tornata sul tavolo anche l’idea di un attraversamento pedonale sopraelevato, il French Bridge, progetto del quale si discuteva già da anni.

Poi il tempo è passato. Fino a Mattia.

«Quanti altri ragazzi devono morire?»

È questa la domanda che, all’indomani della sua morte, ha cominciato a circolare con una forza difficile da ignorare.

Non era soltanto una domanda di dolore. Era una domanda politica nel senso più alto e civile del termine che ponemmo sulle nostre pagine: che cosa deve accadere perché un problema riconosciuto diventi finalmente una priorità?

Una petizione lanciata da un’amica di Mattia raccolse in poco tempo 28mila firme. Le richieste erano concrete: maggiore sicurezza, attraversamenti più visibili e illuminati, interventi capaci di ridurre la velocità e rendere meno vulnerabili pedoni e ciclisti.

Non chiedevano di cancellare le automobili dalla città. Chiedevano qualcosa di molto più semplice: che la città fosse progettata tenendo conto del fatto che, dentro quelle automobili, sulle biciclette e sui marciapiedi, ci sono persone.

Un anno dopo

Sabato 3 ottobre Roma tornerà a camminare per Mattia. Il corteo partirà alle 16.30 da piazzale Flaminio e arriverà a Ponte Milvio.

Ci saranno biciclette, giovani, cittadini, familiari. Durante il percorso sono previsti flash mob e biciclette con sagome che ricordano alcune delle giovani vittime della strada. Poi, a Ponte Milvio, la giornata continuerà con un concerto di giovani musicisti e band emergenti.

È una manifestazione che nasce dal ricordo ma guarda necessariamente oltre il ricordo. Perché commemorare un ragazzo morto a 17 anni è un gesto umano.

Fare in modo che un altro ragazzo non muoia nello stesso modo è una responsabilità pubblica.

Ed è qui che la storia di Mattia diventa la storia di una città.

La città delle promesse

Roma conosce bene le promesse. Conosce i tavoli tecnici, i progetti, gli annunci, le ipotesi, gli interventi programmati. Conosce anche il tempo necessario perché una soluzione venga studiata, finanziata, approvata e realizzata.

Ma la strada non aspetta. Una bicicletta non aspetta.

Un ragazzo che attraversa una strada non aspetta. E soprattutto non aspettano le famiglie.

Quando una tragedia avviene, la città si stringe attorno ai suoi morti. Poi il tempo fa il suo lavoro: il clamore diminuisce, i giornali cambiano pagina, le persone tornano alla propria vita.

Per chi resta, invece, quella pagina non si chiude.

Per la famiglia di Mattia il 2 ottobre 2025 non è una data dell’anno scorso. È il giorno che continua.

Il senso di un corteo

Per questo sabato Roma non dovrebbe limitarsi a ricordare Mattia. Dovrebbe ascoltarlo. Non può farlo, naturalmente. Ma può ascoltare ciò che la sua morte racconta.

Racconta di un ragazzo che aveva ancora tutto da vivere.
Racconta di una famiglia alla quale è stato tolto un figlio.
Racconta di una strada che era già stata indicata come problematica.
Racconta di altre tre giovani vite spezzate prima di lui.

E racconta soprattutto una cosa che dovrebbe essere elementare: la sicurezza stradale non è una voce tecnica di un bilancio. È la differenza tra tornare a casa e non tornarci.

Forse è proprio questo il significato più profondo della manifestazione.

Non trasformare Mattia in un simbolo astratto.
Non trasformare la sua fotografia in una ricorrenza.
Ma fare in modo che dietro quel nome ci sia finalmente una scelta concreta.

Dopo il corteo

A un certo punto, sabato sera, la musica finirà. Le biciclette torneranno nei garage. Le persone rientreranno a casa. Corso Francia tornerà a essere, apparentemente, soltanto una strada.

Ma per Mattia non lo sarà mai più.

La nostra domanda resterà: quanti altri ragazzi devono ancora morire perché quella strada diventi davvero sicura?

È una domanda che non appartiene soltanto ai genitori di Mattia, ai suoi amici o a chi sabato sfilerà con loro. Appartiene a Roma.

E una città si misura anche dalla capacità di non aspettare il prossimo morto per accorgersi che qualcosa doveva essere fatto prima.

Claudio Cafasso

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