
Dieci anni fa, nella notte fra il 23 e il 24 settembre 2016, crollava una parte della palazzina di via della Farnesina 5, a Ponte Milvio, poi abbattuta definitivamente il 9 gennaio del 2017. Dieci famiglie finirono in strada. Persero tutto.
Casa, mobili, effetti personali, ricordi, quotidianità. E denaro. Tanto, perché oltre tutto dovettero pagare di tasca loro i costi della demolizione e della rimozione delle macerie.
Dieci anni dopo, al posto della palazzina c’è ancora un grande cratere recintato, dove la vegetazione cresce spontanea. Nulla è cambiato. Un vuoto nel cuore di Ponte Milvio che ancora oggi ricorda cosa accadde quella notte.
L’allarme e poi il crollo
Sono circa le 12 di venerdì 23 settembre quando i vigili del fuoco, allertati dai residenti, effettuano un sopralluogo alla palazzina riscontrando diverse lesioni e fessurazioni non indifferenti e decidendo di mettere sotto controllo l’edificio.
Poi, nella serata, la situazione si aggrava. Le lesioni diventano sempre più preoccupanti e scatta l’ordine di evacuazione. Riguarda chi abita nella parte anteriore del palazzo, quella che invece rimarrà in piedi e sarà successivamente abbattuta.
È notte fonda quando nella parte posteriore del palazzo cominciano invece a sentirsi strani rumori. È allarme, i condomini si chiamano l’un l’altro, in un amen sono tutti in strada. Pochi minuti dopo quella porzione dell’immobile si accartoccia e viene giù. Per fortuna senza vittime né feriti.
Scatta la solidarietà, si mobilita un intero quartiere. Nell’adiacente parrocchia Gran Madre di Dio il salone accoglie gli sfollati, in tanti ancora in pigiama. Arrivano i Vigili del Fuoco, la Polizia Municipale, mentre i poliziotti del vicino commissariato di Ponte Milvio accolgono alcune persone nei loro locali.
Lasciati soli
Sui giornali per giorni e giorni non si parlerà d’altro. Passano i mesi, ma dalle istituzioni alle dieci famiglie – oltre a un minimo di assistenza alloggiativa – non arriva altro, nonostante il “non vi lasceremo soli” detto dall’allora sindaco Raggi a poche ore dalla disgrazia.
A gennaio 2017 arriva invece l’ordinanza di abbattimento della parte ancora rimasta in piedi. Le operazioni prendono il via alle prime luci dell’alba di lunedì 9 gennaio. Alle 15.45 la palazzina non c’è più. Al suo posto un enorme cumulo di macerie e di mobili.
Gli sfollati devono affrontare tutto da soli, dando fondo ai loro risparmi per far fronte alle conseguenze del crollo. Oltre ai costi per la demolizione e alle parcelle di ingegneri, geologi e altri tecnici, devono sobbarcarsi anche le spese per l’affitto di una nuova abitazione.
Le indagini e quella verità nascosta sottoterra
Nel frattempo, entrano nel vivo le indagini della Magistratura. Si prospettano diverse ipotesi sulle cause del crollo: si parla di cedimento strutturale, di modifiche effettuate alle cantine, di mancata manutenzione alle fognature, di terreno friabile. Si parla addirittura della presenza di “un canale di scolo sotterraneo dimenticato” sul quale sarebbe stato edificato l’immobile.
A distanza di trenta mesi dal crollo, l’indagine giunge a conclusione e, sulla base delle perizie depositate in Tribunale, la Procura della Repubblica di Roma chiede al GIP di archiviare l’inchiesta che era stata aperta nei confronti di una decina di persone, fra cui alcuni funzionari Acea, per disastro colposo.
Secondo la perizia, non emergono responsabilità di Acea: nessun danno viene infatti riscontrato alle condutture idriche, la cui eventuale perdita avrebbe potuto erodere il sottosuolo. Viene inoltre escluso che la palazzina, costruita negli anni Cinquanta, fosse stata realizzata con materiali scadenti.
Per i periti si tratta invece di una costruzione realizzata là dove non doveva essere, su un terreno dove prima c’era l’alveo di un affluente del Tevere, poi riempito con terra e materiale di risulta, asfaltato e infine sparito dalle mappe ufficiali. Tombato, come si suol dire.
Secondo la relazione, la cattiva manutenzione potrebbe aver prodotto l’otturazione del canale e il reflusso dell’acqua verso il vecchio alveo del fiume, con conseguente imbibimento del terreno.
La relazione dà quindi ragione a ciò che dicevano i vecchi abitanti della zona che, subito dopo il crollo, avevano puntato il dito contro la presenza di un antico canale che serviva a far defluire le acque piovane verso il Tevere.
Una voce che VignaClaraBlog.it aveva raccolto e poi documentato, reperendo negli archivi una pianta di Roma elaborata nel 1925 dal Touring Club Italiano nella quale si percepisce abbastanza bene la presenza dell’alveo.
Dalla perizia emerge inoltre che nel 2001 una geologa aveva espresso perplessità sulla stabilità del terreno, sottoponendole all’architetto responsabile della redazione del fascicolo di fabbricato.
Secondo quanto ricostruito negli accertamenti, il professionista – deceduto nel frattempo – avrebbe sottovalutato il problema, senza informarne i proprietari della palazzina.
Vicenda chiusa, ferita aperta
Dal punto di vista giudiziario la vicenda si chiude così. Era il marzo del 2019.
Ma quella che si chiude nelle aule di giustizia resta una ferita aperta nel quartiere. E per accorgersene basta passare oggi in via della Farnesina.
Dieci anni dopo, quel grande cratere recintato a due passi da Ponte Milvio è ancora lì. Dove c’erano case, finestre, stanze e vite quotidiane oggi cresce la vegetazione spontanea. Un vuoto rimasto tale per dieci anni.
Ma la ferita resta aperta soprattutto per chi quella notte perse non soltanto una casa e tutto ciò che conteneva, ma anche i ricordi, la quotidianità, la serenità.
“Nel nostro edificio – scrisse alla nostra testata una vittima del crollo – non alloggiavano ‘i ricchi che abitano a Ponte Milvio’, come alcuni danno ad intendere, ma persone che si guadagnavano da vivere col loro lavoro e che avevano nella propria abitazione, che per quasi tutti era la prima e unica casa, la sola sicurezza in tempi difficili come questi”.
Claudio Cafasso
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