
C’è il dolore infinito per una perdita che non si può descrivere. Un dolore senza confini. Ma c’è anche, per mamma e papà Lamma, dopo quattro anni e mezzo, anche la soddisfazione per un passaggio giudiziario importante, quello che si è compiuto oggi. L’apertura del processo per la morte di Leonardo, il loro ragazzo ucciso sulla strada il 7 aprile del 2022.
Leonardo stava percorrendo Corso di Francia in sella alla sua moto, quando è andato ad impattare contro lo spartitraffico, dopo aver perso il controllo del mezzo proprio su un rattoppo malfatto dell’asfalto. Nei giorni precedenti c’era stato un guasto alla tubatura idrica che aveva intasato l’importante arteria di Roma Nord. La voragine era stata chiusa e la viabilità ripristinata, ma il rappezzo aveva lasciato un dosso di grande rilievo e soprattutto non segnalato, e privo di transenne. Dovevano restare fino al completamento dei lavori di ripristino e la messa in sicurezza della strada.
Su quel dosso su cui Leonardo, sbalzato di sella, ha perso la vita, si è giocata la partita tra la Procura che ha cercato di bypassare le responsabilità dell’amministrazione e delle aziende coinvolte per addossarle alla vittima e il giudice per le indagini preliminari. Un braccio di ferro che è arrivato fino in Cassazione.
Il rinvio a giudizio disposto oggi dal Gup per i quattro indagati, con l’accusa di omicidio stradale in cooperazione colposa, è il punto di arrivo di uno scontro senza precedenti nella storia recente della giustizia romana. Val la pena ricordare che per ben due volte la Procura ha chiesto l’archiviazione dell’inchiesta e per due volte il giudice per le indagini preliminari che allora seguiva il caso l’ha respinta, arrivando a chiedere che nell’indagine fossero coinvolti anche i caschi bianchi, accusati di non aver vigilato sulla rimozione delle transenne e sulla mancata segnalazione del dosso killer.
Una richiesta che suonava come una sorta di “commissariamento” alla quale l’allora PM, Pisani, replicò invocando l’intervento della Suprema Corte per la rimozione del GIP. Richiesta accolta, ma il nuovo magistrato Rosalba Liso non si è discostata dal collega, facendo riaprire di fatto l’indagine, con l’iscrizione sul registro degli indagati delle quattro persone oggi rinviate a giudizio in Tribunale.
Tanti i dettagli finiti in ombra che Liso chiese di mettere sotto i riflettori, compreso il rattoppo incriminato che venne sistemato proprio la notte dell’incidente. Un intervento “di emergenza” che rese impossibile cristallizzare lo stato dei luoghi nell’immediatezza dell’incidente mortale.
Una terza bocciatura per la Procura che finalmente si decise ad imboccare la strada del processo con la richiesta del rinvio a giudizio, diventato realtà oggi con l’avvio del processo. Sul banco degli imputati la ex responsabile della Polizia Locale del 15esimo Municipio, gruppo Cassia, il dirigente del Simu competente della manutenzione stradale, il responsabile Acea per i lavori di ripristino della condotta danneggiata e il responsabile della ditta subappaltatrice, Idrica Nord, che eseguì i lavori su Corso Francia.
Resta sullo sfondo, soggetto di una indagine separata, l’autista indiano del furgone bianco che secondo l’accusa potrebbe aver indotto Leonardo a compiere una manovra brusca facendogli perdere l’equilibrio, già instabile dopo il passaggio sul dosso.
All’uscita dal Tribunale, il sollievo di Stefano Lamma e della moglie si è tradotto in poche parole: dopo 53 mesi di angoscia hanno scalato il primo gradino verso un verdetto di giustizia per Leonardo. Il dibattimento è stato rinviato al 10 marzo del 2027.
Una vicenda che si intreccia, e non solo geograficamente, con una ferita mai rimarginata di questo quadrante cittadino: Leonardo era amico di Gaia e Camilla, le due ragazze travolte e uccise sempre a Corso di Francia, a poche centinaia di metri dal dosso, qualche tempo prima. Due tragedie distinte, ma eguali nella loro genesi e nel loro identificarsi con Roma Nord e l’arteria che l’attraversa.
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