
Buongiorno Direttore, mi perdoni se ti faccio perdere un bel po’ di tempo? È una lunga lettera che è tanto tempo che voglio scrivere, ma poi non l’ho mai fatto. Direi che è venuto il momento.
Una doverosa premessa partendo da parecchi anni fa. Quando ebbe inizio l’avventura del Moro di Venezia con cui Gardini decise di partecipare alla Coppa America, Biscardi col suo solito intuito capì subito – della vela, praticamente, ancora non fregava niente a nessuno – che sarebbe stato un successo mediatico.
Io, che ero finito per caso nella sua redazione, non capendo assolutamente nulla di calcio, mi occupavo come appassionato ormai già da qualche anno delle regate di vela d’altura, con ascolti vicini allo zero, e quindi fu naturale che mi affidasse il compito di seguire gli sviluppi dell’impresa.
Ne venne fuori anche una lunga intervista al personaggio che andò in onda nell’intervallo di una partita con indici d’ascolto che meravigliarono tutti. Ovviamente partii dunque per San Diego per seguire le regate finali contro America Cubed.
Quando andai a San Diego
All’arrivo, dopo parecchie ore di volo, mi accolse un amico, Paolo Venanzangeli, purtroppo scomparso da diversi anni, lui sì, esperto vero, che era lì da un mese e aveva seguito tutte le regate fino a quel momento. Era circa l’ora di cena e mi portò a mangiare in un posto per noi, allora, abbastanza strano. Era sulla spiaggia. Una pescheria dove il pesce potevi comprarlo e cucinartelo a casa oppure te lo mangiavi lì cucinato da loro. Ci mettemmo a chiacchierare soprattutto di quello che era successo fino ad allora ma poi mi chiese cosa pensassi di fare per la macchina. Le distanze per qualsiasi cosa erano notevoli. E gli dissi che era previsto un noleggio.
E così mi raccontò cosa era capitato a lui all’arrivo. Non c’era un amico che lo aspettava e quindi aveva preso l’auto a noleggio direttamente in aeroporto. Dopo una trentina di chilometri l’auto si era fermata e si era reso conto che era rimasto senza benzina. Manco il tempo di chiedersi come fare che si ferma un’auto della polizia. Paolo, che parlava inglese perfettamente, gli racconta, un po’ intimorito, cosa era successo, sentendosi quasi un po’ in difetto, come – mi disse lui- noi Italiani ci sentiamo sempre quando siamo di fronte all’Autorità.
Gli chiedono di mostrargli il contratto e senza aggiungere altro chiamano il noleggiatore e gli dicono che se non arriva immediatamente con una tanica di almeno dieci galloni di benzina si può scordare la sua licenza, perché – hanno poi spiegato a Paolo – il noleggiatore ha il dovere di consegnare le auto con il pieno di carburante. Il noleggiatore arrivò trafelato nel giro di un quarto d’ora con due taniche da dieci galloni – le auto americane hanno serbatoi immensi – profondendosi in mille scuse con i due poliziotti che si erano fermati ad aspettarlo – colpa certamente dei suoi collaboratori – e proponendo a Paolo uno sconto del trenta per cento sul prezzo del noleggio, a titolo di risarcimento. “Ti figuri da noi?” Fu la sua amara conclusione.
Non ero mai stato in USA prima e sono rimasto a San Diego meno di una settimana, ma abbastanza per farmi fin da allora una personalissima opinione sulla differenza abissale che c’era – e forse c’è ancora – nei rapporti tra la gente e le forze dell’ordine da noi e negli States.
Per noi sono quelli che bisogna cercare di evitare, per loro almeno allora erano quelli cui chiedere aiuto. Il risultato mi appariva come una sorta di Stato di Polizia che a noi certo piacerebbe assai poco. Come, figuriamoci, non ci piace assolutamente quello che stanno facendo gli agenti di Trump negli ultimi tempi, indegno della storia di quel Paese. A San Diego già nel ‘92 erano comunque dappertutto.
Anche quando si facevano le conferenze stampa in sale gremite di giornalisti di tutto il mondo – e non era certo, da loro, epoca di terrorismo- li vedevi in ogni angolo. E avevi la sensazione che la considerassero una roba naturale.
Arriviamo al punto.
Questa era, come dicevo, solo la premessa. Tutto nasce da una stupidaggine. Stamattina stavo andando al mercato e in fondo a Via degli Orti della Farnesina un’auto dei carabinieri proveniente da Piazzale Ponte Milvio, senza sirene ne lampeggianti, ha girato a sinistra per via della Farnesina, non rispettando l’obbligo di precedenza a destra e costringendomi ad una frenata abbastanza brusca.
Niente di grave intendiamoci. Ma quante volte mi è capitato di pensare, vedendo come si comportano per strada, che gli uomini in divisa sono gli automobilisti più indisciplinati? Non credo di essere l’unico ad aver notato che le precedenze non le rispettano mai, le strisce le ignorano spesso, così come i limiti di velocità e quasi tutti gli altri obblighi e limiti imposti dal codice o dalla segnaletica.
Lo fanno tutti, è vero, e abbiamo citato recentemente Navarra che in suo romanzo ha scritto che l’Italia è l’unico Paese al mondo in cui chi attraversa sulle strisce ringrazia chi si ferma per farlo passare. Ma non dovrebbero essere loro a dare il buon esempio? Ho conosciuto gente in uniforme degna del massimo rispetto e anche di enorme gratitudine, ma come automobilisti…
L’avversione per qualsiasi rappresentanza delle regole e dell’autorità è chiaramente atavica negli Italiani soprattutto centro meridionali, ma è altrettanto atavico il considerarsi legibus solutus da parte di chiunque abbia ad indossare una divisa. Per non parlare degli eccessi abbastanza frequenti nelle cronache. Sono due comportamenti ugualmente poco adatti ad un Paese civile. Ognuno contemporaneamente causa ed effetto dell’altro.
Resto convinto, comunque, che il primo passo lo dovrebbe fare lo Stato insegnando ai suoi rappresentanti a sentirsi prima di tutto al servizio del cittadino, di tutti i cittadini, costituzionalmente uguali, senza distinzioni.
Augh!!! Quando mi metto a fare il predicatore, mi piace firmarmi così. Ripensando immancabilmente all’ultima scena di ‘Piccolo Grande Uomo’. Uno dei film più belli della storia del cinema americano.
Michele Chialvo
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